Faglia doppia | Perché il teatro a Trieste continua a riempire le sale: il viaggio dentro un settore in evoluzione

5 luglio 2026 – ore 10:00 – Andare a teatro a Trieste è una tradizione praticata di generazione in generazione. Parliamo di luoghi che conservano una caratteristica che nessuna tecnologia può sostituire: l’esperienza dal vivo. Ogni replica è diversa, irripetibile. Quando cala il sipario, quello spettacolo non esiste più. Ed è proprio questa unicità che continua ad attrarci. Il teatro e la sua cultura vivono pienamente nelle vie di Trieste, tra gli storici abbonati ai teatri cittadini e giovani curiosi che entrano nelle sale per assistere ai grandi titoli, dalle compagnie teatrali nazionali e internazionali alle sperimentazioni performative contemporanee dei gruppi locali. Paolo Quazzolo, professore ordinario di Storia del teatro al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste racconta il mondo del teatro triestino come una realtà che gode di un “buono stato di salute”, ma che è cambiata negli ultimi anni, proprio come siamo cambiati noi.

Trieste vanta il primato in Italia per numero di teatri stabili presenti sul territorio: il teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia il Rossetti, la Contrada, e il teatro Stabile sloveno – quest’ultimo una vera eccellenza, una particolarità che ritroviamo solamente in questa città. “Facendo le debite proporzioni tra grandezza della città e numero degli abitanti- spiega il professor Quazzolo – Trieste ha la stessa percentuale di frequentazione dei teatri che ha una città come Roma come Milano”. Abbiamo una delle 13 fondazioni lirico-sinfoniche italiane, il teatro Verdi, che si occupa della produzione di spettacoli musicali, concerti, operette e cura iniziative legate alla musica classica. Abbiamo il teatro Miela, che opera soprattutto nella ricerca e nella sperimentazione. A queste si aggiungono altre realtà consolidate come L’Armonia, La Barcaccia e Hangar teatri, che contribuiscono a un’offerta culturale ampia e diversificata. Ne consegue una pluralità di spettacoli proposti: “Si va dalla prosa declinata nelle sue varie modalità nel testo tradizionale al testo d’avanguardia – dice Quazzolo – la novità straniera del musical, il melodramma, la musica sinfonica, l’operetta”.

L’impatto della pandemia

Il 2025, ne abbiamo già dato notizia, è stato per Trieste l’anno migliore nella storia dello spettacolo: la sola stagione dei settant’anni dello Stabile Rossetti ha contato quasi 277 mila presenze, circa 15 milioni di euro di incasso lordo, oltre 470 rappresentazioni. Ricordiamo anche che il 2025 è stato l’anno in cui è arrivato a Trieste “Alegrìa” del Cirque du Soleil, che ha portato il botteghino al “tutto esaurito” per decine di serate. Per questo possiamo dire che lo spettacolo dal vivo interessi oggi più che mai? Il trend che sta attraversando il mondo teatrale sarà sempre in salita? Quazzolo vede in questa situazione un grande cambiamento, segnato da un periodo storico molto preciso: la pandemia da Covid-19 e gli anni immediatamente successivi. “Il modo di andare a teatro è radicalmente cambiato dopo il Covid. Si è passati dalla formula dell’abbonamento per l’intera stagione allo sbigliettamento per la singola serata”.

La politica degli abbonamenti per decenni è stata uno dei punti forti del funzionamento del mondo teatrale in Italia: un abbonamento rappresenta la fidelizzazione dello spettatore e un incasso assicurato da inizio stagione. La pandemia però ci ha messi di fronte, anche a livello inconscio, a una paura precisa, che con il tempo è diventata una mentalità: l’incertezza per il futuro. Durante la pandemia, infatti, i teatri furono tra i primi luoghi a chiudere e tra gli ultimi a riaprire. Il timore più grande, era che gli spettatori non tornassero più in sala. Per mantenere vivo il rapporto con il pubblico, molti teatri sperimentarono la trasmissione in streaming degli spettacoli registrati: “Era un modo per restare presenti, ma allo stesso tempo abbiamo insegnato agli spettatori che esisteva un’altra modalità di fruire il teatro”.

La dispersione del pubblico

È vero anche che negli ultimi dieci anni a Trieste c’è stato un aumento esponenziale dell’offerta teatrale. “Molto spesso agli spettatori non interessa tutto – commenta Quazzolo – quindi si evita di legarsi in modo stabile per tutta una stagione a una realtà teatrale, e si preferisce scegliere di volta in volta lo spettacolo da vedere. Credo però che l’offerta sia sovrabbondante per quello che la città è in grado di assorbire in questo momento”. Un’offerta che oggi si estende tutto l’anno: “Un tempo le stagioni erano nettamente separate: finiva la lirica, poi la sinfonica e in estate il teatro si fermava. Oggi si lavora praticamente dodici mesi all’anno”. Durante l’estate gli spettacoli si diffondono in numerosi spazi della città, da Miramare al Parco di San Giusto, fino ai cortili storici e alle rassegne all’aperto.

Il teatro oggi è entrato in una mentalità produttiva nuova, che cerca di rispondere alla mobilità dello spettatore. Non possiamo negare che la frenesia della vita quotidiana abbia modificato la capacità di concentrazione di tutti noi. “Quando ero studente era normale assistere a spettacoli di due ore e mezza o tre – commenta il professore – Oggi perfino Shakespeare viene spesso ridotto per evitare che il pubblico abbandoni la sala durante l’intervallo”. Una tendenza che, si osserva, riguarda anche il cinema: sempre più registi creano ritmi capaci di catturare l’attenzione e ripetono momenti fondamentali della trama, in caso di dimenticanza.

Le nuove generazioni a teatro

Tutto questo può spiegarci il rapporto tra le nuove generazioni e il teatro. Da anni Quazzolo promuove convenzioni con i teatri cittadini per consentire agli studenti universitari di assistere agli spettacoli a prezzi agevolati. Prima della pandemia alcune proposte registravano adesioni molto elevate: “Per Shakespeare si arrivava anche a 150 studenti. Oggi, per titoli altrettanto importanti si fatica a superare le settanta adesioni e, per molti altri spettacoli, si scende a dieci o quindici partecipanti”. L’interesse dei giovani, però, varia a seconda del genere teatrale. Se la prosa continua a suscitare curiosità, la lirica resta un linguaggio più difficile da avvicinare. “L’opera è qualcosa che o si ama o si rifiuta. Richiede tempi, ritmi e un approccio completamente diversi”. Ciò si allaccia al discorso sui riadattamenti dei grandi classici, proposti per “non annoiare” il pubblico e per sperimentare la creatività di attori e registi, ma che presentano un’arma a doppio taglio. Spesso però, anche solo per questioni di tempo e accessibilità, non si conosce la rappresentazione originale del titolo. Di conseguenza il riadattamento, per quanto ben eseguito, può lasciare nello spettatore solo confusione e senso di inadeguatezza.

Complessivamente, i dati raccontano una realtà positiva, però, analizzando le singole discipline, emergono alcune criticità. “Negli ultimi anni la prosa ha registrato un lieve calo di pubblico proprio a Trieste, mentre in gran parte d’Italia il dato è in crescita. È un fenomeno difficile da spiegare, probabilmente legato alla moltiplicazione dell’offerta”. Ma ci sono anche realtà che seguono una tendenza opposta. Ad esempio, il Teatro Verdi, che negli ultimi anni ha visto aumentare gli abbonamenti e rafforzare la propria reputazione anche a livello nazionale e internazionale. “Grazie alla gestione dell’attuale sovrintendente Giuliano Polo, il Verdi sta vivendo una stagione particolarmente positiva”. Se la prosa perde qualche spettatore, dunque, è la lirica a compensare questa flessione.

Il titolo di “capitale del musical”

Un discorso a parte merita il musical, fenomeno che negli ultimi decenni ha conquistato una fetta di pubblico sempre più ampia in tutta Italia. Trieste non è da meno, tanto che le è stato assegnato l’appellativo di “capitale del musical”, grazie soprattutto alla programmazione del Rossetti e all’arrivo di grandi produzioni internazionali – l’ultima “Il Principe d’Egitto”. “Il pubblico del musical – ci racconta il professore – segue dinamiche diverse rispetto a quello della prosa o della lirica. Si è creato un pubblico autonomo, che accorre in massa quando arrivano i grandi titoli del repertorio, da ‘Cats’ a ‘West Side Story’, fino a ‘Cantando sotto la pioggia’. Diverso è il discorso quando vengono proposti musical meno conosciuti o produzioni originali: anche se di altissimo livello, faticano a riempire la sala”.

Una situazione che differisce da quella della lirica, dove gli appassionati tendono a seguire anche opere meno celebri. “Chi ama l’opera va a vedere ‘La Traviata’, ma è disposto anche a scoprire titoli fuori repertorio. Nel musical questa curiosità non si è ancora consolidata. Il richiamo principale resta il grande titolo”. Una dinamica che, come abbiamo visto prima, tocca anche la prosa: Shakespeare continua a essere un richiamo sicuro, mentre gli autori contemporanei o meno noti attirano inevitabilmente un pubblico più ristretto.

A incidere è anche la particolare conformazione del Politeama Rossetti, una delle sale teatrali più grandi d’Europa, con oltre 1.500 posti. “È una struttura bellissima, ma estremamente impegnativa da riempire”. Negli anni Settanta lo Stabile contava oltre 18 mila abbonati e l’intera regione si spostava a Trieste per assistere agli spettacoli. Oggi, invece, il panorama teatrale regionale si è profondamente arricchito, cosa che porta una dispersione del pubblico tra i teatri che si trovano al di fuori di Trieste. Monfalcone, Gorizia e Gradisca, per fare degli esempi, propongono cartelloni altrettanto interessanti. “Una volta il Rossetti faceva il pieno perché gli spettatori venivano a Trieste da tutta la regione; oggi è molto più facile spostarsi in altri Comuni”.

Gli spettacoli in equilibrio tra quantità e qualità

Per questo il Politeama ha progressivamente ampliato la propria programmazione. Accanto alla prosa trovano spazio musical, concerti, spettacoli comici e grandi eventi capaci di attrarre migliaia di persone. “Aprire una sala di quelle dimensioni comporta costi elevati, indipendentemente dal numero degli spettatori. È naturale che la programmazione debba trovare un equilibrio tra la missione culturale e la sostenibilità economica”.

Secondo Quazzolo, proprio questo equilibrio rappresenta una delle principali sfide del teatro contemporaneo: “È come se anche il teatro fosse entrato nella logica del consumismo. Questo non significa che la qualità sia venuta meno. Abbiamo visto spettacoli straordinari, così come produzioni meno riuscite. Fa parte della natura stessa del teatro”. Il sistema culturale contemporaneo, infatti, è sempre più influenzato da logiche produttive che spingono a programmare un numero crescente di eventi, anche per rispondere ai criteri di finanziamento pubblico.

“Se dovessi esprimere un auspicio, direi che sarebbe opportuno un ridimensionamento complessivo. Se si esce da teatro e il giorno dopo si è già dimenticato ciò che si è visto, significa che quello spettacolo, pur magari ben realizzato, non è riuscito a lasciare un segno. Ed è proprio questa la sfida più importante per il teatro di oggi: continuare a emozionare, sorprendere e restare nella memoria del pubblico”, conclude il professore.

Approfondimento a cura di Benedetta Marchetti e Aurora Cauter

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