19 maggio 2026 – ore 06:30 – In Italia il terrorismo islamico ha un curioso privilegio: per essere riconosciuto deve quasi lasciare il biglietto da visita sul parabrezza. Possibilmente firmato, timbrato e autenticato da un notaio della Repubblica. Altrimenti no. Altrimenti è disagio sociale, fragilità emotiva, marginalità urbana, psichiatria. Tutto, purché non terrorismo. A Modena un uomo sale in auto, accelera verso la folla, cambia traiettoria per colpire più persone possibile, scende armato di coltello e accoltella chi cerca di fermarlo. Una scena che gli europei vedono da dieci anni. Nizza, Berlino, Londra, Barcellona. Cambiano le targhe delle auto, non il copione. Ma in Italia il dibattito è durato meno di una conferenza stampa: archiviato come gesto di un folle. Naturalmente era un folle. Quasi tutti i terroristi lo sono. Bisognerebbe semmai trovare un terrorista equilibrato, sereno e con una buona stabilità emotiva. Il tunisino di Nizza aveva problemi psichici. L’attentatore di Berlino era instabile, violento, paranoico. Ma nessuno ebbe il coraggio ridicolo di sostenere che, siccome erano squilibrati, allora il terrorismo non c’entrasse. Solo da noi funziona così. Se un ragazzo entra in una scuola con un coltello, si aprono immediatamente dibattiti sulla violenza giovanile, sul degrado sociale, sulla crisi educativa. Se invece uno zigzaga deliberatamente sulla folla con le stesse modalità viste in mezzo continente, allora bisogna andarci piano, evitare parole improprie, non creare allarmismi, contestualizzare. Contestualizzare è il verbo preferito delle società impaurite. Significa prendere una verità semplice e annegarla dentro una palude di sociologia. La cosa più comica — nel senso tragico che piace alla storia — è che molti giornali e commentatori non hanno nemmeno aspettato gli accertamenti. Hanno assolto prima delle indagini. Una velocità garantista sconosciuta a qualunque altro imputato sulla faccia della Terra. Per un cittadino qualunque basta un sospetto per finire in prima pagina. Per uno che falcia pedoni in centro città, invece, si invoca immediatamente la delicatezza semantica.
Eppure gli elementi che rendono plausibile la pista islamista non sono pochi. Non una prova definitiva, certo. Ma abbastanza da impedire qualunque archiviazione frettolosa. La dinamica, anzitutto. Auto lanciata sulla folla e coltello: esattamente il modello operativo propagandato per anni dallo Stato Islamico nei suoi manuali di radicalizzazione fai-da-te. Terrorismo povero, accessibile, spontaneo. Non servono esplosivi né cellule clandestine: bastano un veicolo, una lama e qualcuno disposto a morire. Poi le dichiarazioni dello stesso attentatore. Al suo avvocato ha detto: «Sapevo che quel giorno morivo». Non “pensavo di suicidarmi”. Non “volevo scappare”. Morire. È il linguaggio tipico dell’attacco suicidario, anche se maldestro o improvvisato. Ancora più rilevanti sono le email emerse in queste ore. Nel 2021 Salim El Koudri scriveva all’Università di Modena frasi come: «Bastardi cristiani di merda» e «Il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio». Non il classico sfogo contro un datore di lavoro. Non l’insulto generico di un frustrato. Un odio esplicitamente rivolto contro simboli e identità religiose cristiane. Secondo quanto riferito da più fonti politiche e investigative, sui social avrebbe inoltre pubblicato messaggi inneggianti ad Allah in arabo, prima che Meta chiudesse i suoi profili. E anche il ministro Piantedosi — che pure ha invitato alla prudenza — ha dichiarato che sarebbe «un errore archiviare tutto con una spiegazione semplicistica o rassicurante». Naturalmente nessuno pensa che i musulmani siano terroristi. Sarebbe idiota. I primi a fermare l’attentatore, a Modena, sono stati anche immigrati egiziani. Ma proprio per questo un Paese serio dovrebbe distinguere fra integrazione reale e favole pedagogiche. Invece l’Italia continua a raccontarsi che il problema non esista, purché non lo si nomini. E così il terrorismo islamico diventa l’unico terrorismo che bisogna sussurrare. Quello rosso lo si nominava. Quello nero pure. Per l’islamista serve invece una perizia psichiatrica, un tavolo sociologico, un seminario universitario e possibilmente una puntata speciale di qualche talk show dove un sociologo spiegherà che la vera vittima, in fondo, è l’attentatore. Perché ammettere che anche l’Italia sia entrata nella mappa del terrorismo islamista significherebbe riconoscere un fallimento: dell’integrazione raccontata come automatica, del multiculturalismo da depliant, dell’idea infantile secondo cui bastano una cittadinanza e una laurea per trasformare chiunque in un occidentale convinto. Più semplice allora dare la colpa alla pazzia. La pazzia è comoda: non ha religione, non ha ideologia, non costringe nessuno a riflettere. È il grande detersivo morale dell’Europa contemporanea. Lava tutto. Anche il sangue sull’asfalto.
L’editoriale è di Francesco Viviani


