2 maggio 2026 – ore 06:30 – Sembra che Trieste abbia una memoria che non ha bisogno di spiegazioni. La memoria di Trieste ha bisogno, semmai, di rispetto. Il primo maggio, per chi vive qui, non è mai stato solo la Festa del Lavoro. Il primo maggio porta con sé un altro significato, più scomodo, meno festoso. Si ricorda che il 1° maggio 1945 le truppe di Josip Broz Tito entrarono in città. Non erano lì per una parata, ma per occuparla. Quaranta giorni: questo è stato il periodo in cui quella presenza è rimasta. Il 12 giugno gli anglo-americani cambiarono la situazione. Nel frattempo, Trieste visse ciò che oggi molti preferiscono non raccontare: arresti, deportazioni, sparizioni. La parola foibe, qui, non ha bisogno di spiegazioni. È una parola che la gente usa da sempre, prima ancora che diventasse storia. Quando si pensa a tutto questo, resta un senso di tristezza profonda.

Chi è di Trieste sa bene cosa significhi vivere qui. Cosa voglia dire una porta che si apre di notte è noto. Cosa significhi non vedere più il ritorno di qualcuno lo è altrettanto. È una sensazione che resta dentro, una mancanza che non si placa. Si immagini una città che improvvisamente perde il controllo: cosa vuol dire una città che non è più padrona di sé? Il presente arriva puntuale. Ogni anno ripropone lo stesso spettacolo, senza cambiare nulla. Le manifestazioni sono legittime, le rivendicazioni sono sacre. Il lavoro, i diritti, la dignità: tutto è necessario. Arrivano le bandiere jugoslave, compaiono le stelle rosse. Gli slogan non parlano più di lavoro, ma di altro. In quel momento, il senso cambia. Diventa un’altra cosa. E la domanda, a questo punto, è inevitabile: Perché a Trieste, nel 2026, si continua a sfilare sotto i simboli di chi ha occupato la città? È davvero necessario? Perché sindacati e politica considerano normale questa sovrapposizione? È come se la storia fosse un dettaglio negoziabile. Perché si sostiene che quei simboli siano innocui? Qui, però, non lo sono mai stati.

Il problema è che alcuni simboli non sono mai neutri. Quando la storia diventa troppo pesante, non la si cancella: la si rimuove. Ed è un’altra cosa. Il sistema costruito da Tito – il boia Tito – non è una parentesi romantica del Novecento. È un regime. E, come tutti i regimi, seguiva regole semplici: controllava, epurava, reprimeva quando necessario. Non fu solo contro gli italiani. Se lo fosse stato, sarebbe troppo facile. Anche sloveni, croati e oppositori interni finirono dentro quel meccanismo. Colpisce vedere così tante persone diverse travolte dallo stesso sistema. Dopo il 1945, e soprattutto dopo il 1948, quando Tito si separò da Stalin, il sistema si irrigidì. Iniziň a considerare nemici anche al proprio interno. I nemici non erano più solo fuori, ma anche dentro. Goli Otok, dal 1949, divenne il luogo in cui finivano i dissidenti. Non fu una deviazione, ma una conseguenza. Un’evoluzione, per molti versi, inevitabile. Trieste, nel 1945, fu una delle prime tappe di quel metodo. È un aspetto che colpisce ancora oggi.

Non si trattò di una liberazione vaga, ma di un’occupazione con un obiettivo chiaro: cambiare l’appartenenza della città. I fatti lo dimostrano; le interpretazioni no. Per questo, oggi, certe immagini pesano. Il primo maggio dovrebbe essere una festa capace di unire. Eppure, a Trieste, ogni anno si riapre una linea di frattura. Non è colpa dei lavoratori. Non è colpa delle rivendicazioni. Ma la scelta ostinata di portare certi simboli in piazza trasforma la memoria condivisa in memoria divisa. Trieste non ha bisogno di lezioni di storia. Le ha già pagate abbastanza. Ogni anno si ripete lo stesso copione: le stesse bandiere, gli stessi richiami, la stessa indifferenza. Non è solo stanchezza. È qualcosa di più. È una forma di cecità volontaria: una cecità che si sceglie di mantenere, che si accetta consapevolmente. In una città come questa, una decisione del genere non è mai stata una buona idea.
L’editoriale è di Francesco Viviani


