28 aprile 2026 – ore 15:30 – Premessa e un primo apprezzamento valutativo – Mentre l’attenzione della stampa occidentale rimane concentrata sulle possibili evoluzioni della crisi iraniana e sull’ondivaga politica americana, nulla o molto poco ci viene raccontato sull’Ucraina, sulla Russia e sulle reazioni europee a questa guerra infinita. Non dimentichiamo mai che questi conflitti sono strettamente connessi, perché in essi insistono, con ruoli diversi, i medesimi attori, e con l’ulteriore elemento di continuità rappresentato da una debolezza strutturale europea che si muove arrancando, inseguendo gli avvenimenti o con iniziative isolate di singoli leader che, in tal modo, manifestano amaramente l’assenza totale di una visione comune europea in politica estera. Ricordiamo, solo a titolo di esempio, i recenti colloqui tra il Presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi del 27 aprile u.s., susseguenti a quelli intercorsi tra i ministri degli Esteri russo e dello stesso Iran.
Desidero oggi dedicare questo spazio a questo folle conflitto nel cuore dell’Europa, perché in queste ore stiamo assistendo all’ennesimo corto circuito informativo.
Leggiamo e ascoltiamo sporadici inviti alla pace, mentre alcuni Paesi europei giocano alla guerra, pattinando su lastre ghiacciate estremamente pericolose.
Da una parte, gli USA hanno bloccato ogni forma di aiuto a Kiev, forse anche nel tentativo di spingere Zelensky a porre fine a questo conflitto; dall’altra, abbiamo il Presidente ucraino che cerca alleanze europee per continuare la guerra, trovando perfino sponde in alcuni Stati; infine, abbiamo la UE che continua a finanziare, con asseriti prestiti, il governo ucraino, pur sapendo che tutta questa imponente mole di risorse non sarà mai più restituita.
Il tutto in un momento storico caratterizzato da profonde incertezze finanziarie e da una crisi strutturale europea che non sembra arrestarsi. In tale contesto, mentre parliamo, i combattimenti e i bombardamenti sul fronte ucraino non si arrestano e la Russia continua ad avanzare, contrariamente a quanto ci viene centellinato sporadicamente.
Il nodo della pace sembra ancora scontrarsi, in Ucraina, con oggettivi problemi politici interni alla fragile composizione governativa ucraina. In altri termini, per Zelensky, al di là di sterili proclami, appare assolutamente urgente riuscire a equilibrare politicamente, davanti a un’opinione pubblica stremata da questi anni di guerra, la perdita di territori a favore di Mosca con una possibile data o un periodo temporale certo per l’adesione di Kiev a Bruxelles.
Il tutto, ricordiamolo, in una situazione finanziaria ucraina prossima al default.
Tuttavia, come vedremo, alcuni spiragli di pace iniziano finalmente a filtrare e non si esclude che una pace possibile, non certo un’utopica pace giusta, possa giungere dopo la fine della crisi iraniana.
Oggi, seppur brevemente, tratteremo questi aspetti, continuando sulla scia dell’articolo precedente e andando alla ricerca di dati informativi dalle fonti primarie.
Cercheremo di conoscere, in sintesi, la posizione russa, in tutte le sue sfaccettature, alcune delle quali sicuramente e ampiamente discutibili; la recente e nuova posizione tedesca e, infine, analizzeremo le ultime drastiche decisioni assunte da Kiev.
Conoscere tutte le posizioni per comprendere e tentare di contenere le facili e pericolose manipolazioni.
Russia – Ucraina: la posizione russa
Dal 24 al 26 aprile u.s., il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha rilasciato diverse interviste alla televisione di Stato, durante le quali ha voluto fornire chiaramente il punto di vista di Mosca sull’Ucraina, lanciando chiari segnali non solo a Kiev, ma anche all’Europa e agli USA.
In particolare, il 26 aprile, Lavrov, pur non volendo commentare le reazioni “scomposte” di Zelensky alla drastica decisione statunitense di sospendere ogni forma di aiuto, ha voluto sottolineare l’intendimento ucraino di “voler guidare una nuova organizzazione militare europea che tedeschi e britannici starebbero cercando di formare”, specificando che questo organismo militare, sempre secondo Zelensky, “dovrebbe includere l’Unione Europea, la Gran Bretagna, la Norvegia e la Turchia”.
«Non credo che finirà bene», ha drasticamente affermato Lavrov alla giornalista che gli chiedeva un commento.
Inoltre, il ministro russo, incalzato dalla giornalista sulle pressioni che Zelensky starebbe esercitando su Bruxelles circa la necessità, per Kiev, di conoscere esattamente la data in cui l’Ucraina sarà parte dell’Unione Europea, si è limitato a evidenziare, con toni aspri, che il regime di Kiev, capace di proibire per legge la cultura russa in tutte le sue forme, vietando anche il culto della Chiesa ortodossa canonica, sta entrando nella UE.
In tale cornice, sempre Lavrov, il 24 aprile, in una lunga intervista dedicata a evidenziare il ruolo di supporto fornito continuamente da diversi istituti di ricerca russi allo stesso ministero per gli Affari esteri di Mosca, ha voluto, come detto, lanciare messaggi chiari a Bruxelles, Londra, Parigi e Berlino, affermando testualmente che:
«In primo luogo, i principi della diplomazia russa si riflettono in documenti dottrinali come il Concetto di politica estera della Federazione Russa, che afferma come obiettivo centrale la difesa degli interessi nazionali nel rispetto di quelli degli altri Paesi disposti a impegnarsi sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco – un approccio di cui l’Occidente è disperatamente privo, soprattutto ora che assistiamo all’amministrazione Trump che dichiara apertamente di non voler saperne nulla di diritto internazionale e di voler essere guidata dalla propria morale e dai propri istinti. Al contrario, il nostro approccio pone l’accento sugli interessi nazionali, sul rispetto reciproco, sulla capacità di comprendere le legittime prospettive della controparte e sul pragmatismo. La diplomazia, come ogni forma di politica, è l’arte del possibile e dobbiamo procedere di conseguenza. Il presidente Vladimir Putin ha ripetutamente affermato – anche in relazione alla crisi ucraina – che i nostri obiettivi sono stati resi perfettamente chiari. Abbiamo ripetutamente dichiarato gli obiettivi che perseguiamo nell’operazione militare speciale. Allo stesso tempo, qualsiasi accordo che coinvolga più di un attore comporta dei compromessi, in un modo o nell’altro, ma questi non devono compromettere i fondamentali interessi di sicurezza della Federazione Russa né i diritti dei russi e delle popolazioni russofone, compresi i residenti del Donbass, della Novorossiya e della Crimea, che hanno subito discriminazioni e sono stati dichiarati terroristi in seguito al colpo di Stato del 2014. La diplomazia deve rimanere fedele ai principi e chiara nei suoi obiettivi. Alcuni funzionari dell’Unione Europea hanno affermato che, a un certo punto – non ora, ma più avanti – sarà necessario un dialogo con la Russia per chiarire le linee rosse e mostrarci le loro. Questo suona assolutamente irresponsabile. Non si tratta di diplomazia in alcun senso, ma piuttosto, in una certa misura, di razzismo, che implica intrinsecamente un atteggiamento sprezzante nei confronti di un partner negoziale (in questo caso, la Federazione Russa). La loro affermazione di dover chiarire le nostre linee rosse è semplicemente ridicola, dato che queste sono state formulate da tempo. E il fatto che l’Unione Europea voglia spiegarci le sue linee rosse in questa situazione è inutile, poiché la UE è stata direttamente coinvolta negli accordi del febbraio 2014 sulla soluzione del conflitto ucraino. Germania, Francia e Polonia hanno garantito l’accordo. Ma coloro che hanno orchestrato il colpo di Stato non se ne sono minimamente curati: si sono semplicemente lavati le mani della questione. L’Unione Europea ha avuto un ruolo di primo piano anche negli accordi di Minsk del febbraio 2015, approvati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In seguito, la UE, tramite l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l’ex presidente francese François Hollande, con l’appoggio di Petr Poroshenko, che aveva firmato gli accordi di Minsk con il presidente russo, ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di attuarli. Hanno affermato di averci ingannato e che la Russia doveva essere ingannata. Questo era precisamente il loro intento: guadagnare tempo e rifornire di armi l’Ucraina. Pertanto, l’Unione Europea non ha bisogno di linee rosse o spiegazioni da parte nostra. Chiunque fosse disposto ad ascoltare avrebbe dovuto capirlo da tempo. Se certi membri dell’élite perseguono obiettivi del tutto egoistici, irrealistici e illusori, ne risponderanno a tempo debito. La storia, in definitiva, li riterrà responsabili. Il compito della diplomazia è difendere gli interessi nazionali nel rispetto di quelli di partner credibili e fidati. Per sdrammatizzare, c’era una popolare serie di barzellette sovietiche sulla radio armena. In una di queste, alla radio armena veniva chiesto: “Cos’è la diplomazia?”. La risposta: “Ci sono diverse risposte. La più decente è: ‘La diplomazia è l’arte di dire a qualcuno dove andare a quel paese, in un modo che gli faccia venire voglia di farlo’”».
Inoltre, Lavrov, parlando di Medio Oriente e Palestina, ha voluto precisare, tra molto altro, che:
«Un diplomatico russo, dopo una lunga preparazione, rimane all’estero per cinque anni, in media; questo gli permette di ambientarsi, acquisire una comprensione della situazione e fornire risultati concreti sotto forma di raccomandazioni e idee. Con gli americani è diverso: due o tre anni, e poi si spostano. Potrebbero andare dall’Indonesia al Congo, poi al Guatemala, e così via. Questa è la loro tradizione, un segno distintivo del loro servizio diplomatico. Li trattiamo con rispetto. Ma una negoziazione di successo richiede non solo conoscenze tecniche, ma anche una profonda comprensione della questione, soprattutto in regioni con problematiche complesse che persistono da decenni, se non da un secolo, come in Medio Oriente. Approcci semplicistici o affrettati non avranno mai successo in questi contesti. Ora tutti vogliono semplicemente relegare nell’oblio le decisioni dell’ONU sulla Palestina e dimenticare la creazione di uno Stato palestinese. Questo potrebbe essere ottenuto con la forza, come stiamo vedendo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Ciò non farebbe altro che aggravare temporaneamente il problema, ma non lo risolverebbe del tutto. Esploderebbe comunque. Ancora una volta, sarebbe una “bomba a orologeria”. Questa è un’ingiustizia nei confronti dei palestinesi e delle numerose decisioni dell’ONU che auspicano una soluzione a due Stati. Solo la metà di queste decisioni è stata attuata. Questa ingiustizia è ampiamente percepita nel mondo arabo, soprattutto tra la gente comune. Allo stesso modo, i problemi che sorgono nei rapporti con la Repubblica islamica dell’Iran non possono essere affrontati senza approfondire la storia di questa antica civiltà, una delle più antiche del mondo, e senza comprendere che molte nazioni condividono un senso di orgoglio nazionale che non sono disposte a barattare con alcun beneficio materiale promesso. In definitiva, molti fattori influenzano l’esito di una negoziazione. Oltre alla consapevolezza delle cause storiche di un particolare conflitto, anche il rapporto personale – o l’affinità – tra i partecipanti gioca un ruolo decisivo».
Infine, Lavrov, invitato dalla giornalista a esprimere un giudizio sulla situazione mondiale attuale, ha dichiarato che:
«La storia si sviluppa a spirale. C’è anche la ben nota idea che si ripeta come una farsa. Si può interpretare quest’idea in modi diversi, ma ciò a cui stiamo assistendo oggi è tutt’altro che farsesco. Nonostante certe apparenze esteriori, le conseguenze delle azioni intraprese dai nostri colleghi americani – in questo caso insieme a Israele – sono profonde e si faranno sentire a lungo. Nel complesso, stiamo assistendo a una fase dello sviluppo globale che, pur seguendo una spirale negativa, ci sta riportando a un mondo privo di qualsiasi fondamento: niente diritto internazionale, niente sistema del Trattato di Versailles, niente accordi della Conferenza di Yalta. Ci stiamo invece muovendo verso una realtà in cui “la forza fa la legge”, dove la violenza viene spacciata per verità. Tuttavia, come recita una famosa frase di un film russo, Dio non si trova nel potere, ma nella verità.
Guardiamo a ciò che sta accadendo. Gli Stati Uniti hanno dichiarato apertamente che non ascolteranno nessuno e agiranno unicamente per perseguire il proprio tornaconto, da difendere con ogni mezzo disponibile, che si tratti di colpi di Stato, rapimenti o assassinii dei leader dei Paesi che possiedono le risorse naturali di cui hanno bisogno. In Venezuela e in Iran, questo è apertamente collegato al petrolio. Stanno attivamente perseguendo una dottrina di dominio sui mercati energetici globali. Le sanzioni contro società come Lukoil e Rosneft sono tra i primi provvedimenti importanti adottati dall’attuale amministrazione guidata da Donald Trump, non da Joe Biden.
Hanno tagliato completamente fuori l’Europa. Ai tempi della costruzione dei gasdotti Nord Stream, gli americani volevano che l’Europa li abbandonasse. Ora, all’Europa è stato negato il Nord Stream. La Germania è stata umiliata. È evidente a tutti. Qual è il risultato? Ungheria e Slovacchia ora devono lottare per proteggere i propri interessi e il diritto a mantenere un approvvigionamento energetico economico e accessibile, motore delle loro economie. Invece, viene loro imposto di acquistarlo al doppio del prezzo, perché la Russia deve essere “punita”. Questo non è un buon approccio alle relazioni internazionali, ma un tentativo di tornare all’era del colonialismo. Questo è ciò che l’Europa sta facendo ora, costringendo Ungheria, Slovacchia e altri “dissidenti” a obbedire a chi è al comando a Bruxelles, che non è stato eletto, a differenza dei loro governi nazionali.
L’Europa, che ha dominato gran parte del mondo per 500 anni, sia attraverso l’espansione coloniale sia con sistemi di schiavitù, sta ora cercando di consolidare una forma di neocolonialismo. Desidera ancora trarre profitto a spese altrui e dettare le regole a livello globale. Il tono della retorica politica europea contemporanea è fondamentalmente intriso di superiorità e disprezzo per il resto del mondo quando si tratta di impartire lezioni.
Gli Stati Uniti hanno costantemente sostenuto l’emarginazione della Russia nei mercati energetici europei. La presenza energetica russa in Serbia si sta riducendo. Gli Stati Uniti contribuiscono a questo, da Joe Biden a Donald Trump. Queste azioni rappresentano un esplicito tentativo di dominio energetico globale, in tutte le regioni. Quando i nostri partner americani ci chiedono di risolvere la crisi ucraina – cosa per cui siamo pronti fin dall’incontro in Alaska, ma ora cominciano a vacillare – ci chiedono anche di valutare dove si possano fare delle concessioni, in modo da aprire enormi prospettive economiche in futuro.
Tutto ciò avviene nel contesto che ho appena descritto. Veniamo estromessi da tutti i mercati energetici globali. Gli americani si presentano dicendo di essere pienamente favorevoli alla cooperazione con la Russia. Tuttavia, se siamo disposti a sviluppare progetti reciprocamente vantaggiosi sul nostro territorio, offrendo agli americani ciò che desiderano, allora anche i nostri interessi devono essere presi in considerazione. Finora non riusciamo a vederlo.
La Russia va rispettata al di là delle sue ricchezze. Ciò che emerge è una situazione del tutto insolita: una regressione a un periodo privo di chiari quadri di riferimento per le relazioni internazionali, in cui si afferma apertamente che gli interessi degli Stati Uniti hanno la precedenza sugli accordi internazionali».
Russia – Ucraina: la nuova posizione della Germania
Kiev Independent, il noto organo di stampa ucraino, tra altri, il 27 aprile ha deciso di aprire la sua pagina politica con le dichiarazioni, decisamente nuove, rese dal Cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro con gli studenti nella città tedesca di Marsberg.
In particolare, Merz ha dichiarato che l’Ucraina potrebbe perdere territori per raggiungere un accordo di pace con la Russia, ma ha lasciato intendere che ciò potrebbe contribuire ad aprire le porte all’adesione alla UE.
«Spero che alla fine si arrivi a un trattato di pace con la Russia. Allora, forse, parte del territorio ucraino non sarà più ucraino», ha dichiarato Merz.
In tale contesto, il Cancelliere ha affermato che il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe bisogno di una maggioranza referendaria per compiere un passo del genere. Per ottenere tale maggioranza, ha aggiunto Merz, Zelensky dovrebbe dire al popolo ucraino: «Ma io vi ho aperto la strada verso l’Europa».
Merz, infine, ha voluto ribadire che «l’Ucraina deve avere una prospettiva europea, sebbene l’ingresso di Kiev nel blocco UE entro gennaio 2027 o 2028 appaia, al momento, irrealistico».
I colloqui di adesione, secondo diversi organi di stampa ucraini, hanno ripreso slancio dopo la sconfitta elettorale del primo ministro ungherese Viktor Orbán, avvenuta il 12 aprile. In tale contesto, meglio si comprendono le continue esortazioni ucraine a Bruxelles per fissare una data di adesione precisa, rifiutando al contempo qualsiasi forma di adesione parziale.
Ucraina: le ultime decisioni di Zelensky
La stampa ucraina, in queste ore, sembra concentrarsi sulle dure dichiarazioni di Vance, vicepresidente americano, che recentemente ha elogiato apertamente la decisione dell’amministrazione Trump di interrompere i trasferimenti diretti di armi statunitensi all’Ucraina, dichiarazioni che stanno suscitando ampie critiche in seno al governo di Kiev.
In tale contesto, Zelensky, nella parte finale del consueto discorso alla nazione del 27 aprile, non nominando mai il cambio di rotta statunitense, ha dichiarato che:
«L’Ucraina esprime sempre la sua gratitudine e ricorda sempre con chiarezza chi ci ha sostenuto e in che modo dopo l’inizio di questa guerra. Ma è altrettanto importante, soprattutto per l’Europa, che tutti i partner ricordino che in questa guerra l’Ucraina non si sta difendendo solo. La Russia vuole il nostro territorio per poter conquistare i territori di altri. Se ci riesce con un Paese – un Paese vicino – farà lo stesso con gli altri. Ed è esattamente così che la Russia ha agito: parte della Moldavia, parte della Georgia, l’annessione della Crimea e l’occupazione di Donetsk, la sottomissione della Bielorussia, una guerra su vasta scala contro l’Ucraina. Tutto ciò può essere fermato solo con una reale forza e una reale determinazione di principio da parte di tutti i partner. Questo è ciò che conta: la determinazione di principio. Questo vale per gli Stati Uniti, i Paesi del G7 e gli Stati europei. Perché ci sia una vera pace in Europa e perché la Russia venga fermata, è necessario che l’Ucraina sia rispettata in modo dignitoso e in ogni dimensione chiave della sicurezza: sovranità, integrità territoriale, garanzie di sicurezza, adesione all’Unione Europea e ricostruzione del nostro Paese dopo la guerra. Noi lavoriamo per una pace dignitosa. Grazie a tutti coloro che sono al nostro fianco, che sono al fianco dell’Ucraina!».
Inoltre, merita evidenziare l’inaspettata e improvvisa decisione di Zelensky di presentare al Parlamento ucraino una bozza di legge per estendere la legge marziale e la mobilitazione in Ucraina dal 4 maggio 2026 per ulteriori 90 giorni, fino al 2 agosto 2026.
In diversi organi di stampa ucraini viene sottolineato a chiare lettere che questa sarà la diciannovesima volta che al Parlamento verrà chiesto di valutare l’estensione della legge marziale e della mobilitazione. Incalzato dai giornalisti, Zelensky ha ribadito che:
«Prima di tutto, tutti noi vogliamo che la guerra finisca, e solo allora la legge marziale verrà revocata: questa è l’unica via. La legge marziale verrà revocata nel momento in cui l’Ucraina avrà garanzie di sicurezza. Senza garanzie di sicurezza, questa guerra non finirà veramente; non saremo in grado di riconoscere la sua fine, perché rimarrebbe il rischio di una nuova aggressione da parte di un simile vicino».
Ucraina: criminalità e corruzione
Infine, in questo ultimo capitolo, tratteremo molto brevemente la pagina amara di Kiev, rappresentata dalla dilagante e invasiva corruzione, accompagnata dalla criminalità transnazionale che avvolge la complessa società ucraina da decenni ma che, per ragioni facilmente comprensibili, si preferisce dimenticare, ignorando semplicemente il problema.
In tale cornice, il 27 aprile, gli organi inquirenti di Kiev, sostenuti, secondo diverse fonti, dall’Agenzia americana dell’FBI, hanno tratto in arresto, al momento, sei persone non meglio identificate, appartenenti a società private a cui lo Stato aveva assegnato un contratto da 2,5 miliardi di grivne, pari a 57 milioni di dollari, per la riparazione e la manutenzione di attrezzature militari, con l’accusa di aver sottratto l’equivalente di circa 13 milioni di dollari attraverso società di comodo, anche estere. Al momento, nessun commento da parte del governo di Kiev.
Inoltre, Oleksiy Sorokin, giovane e coraggioso giornalista ucraino, cofondatore del Kyiv Independent, recentemente ha voluto, in un lungo editoriale dedicato, affermare, in estrema sintesi, che:
«Il capo dell’agenzia anticorruzione ucraina è stretto tra la pressione per fermare le indagini e le aspettative di andare oltre. Nel corso dell’ultimo anno, una serie di scandali ha portato l’agenzia anticorruzione indipendente ucraina sotto i riflettori. Dopo essere sopravvissuta a un tentativo di colpo di Stato a luglio 2025, l’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (NABU) ha smascherato un sistema di corruzione da 100 milioni di dollari che coinvolgeva diversi ministri e un ex socio in affari del presidente. Nemmeno il Parlamento è stato risparmiato: circa 50 parlamentari sono attualmente accusati o sotto processo in casi avviati dall’ufficio. A quattro anni dall’inizio della guerra su vasta scala scatenata dalla Russia, la lotta alla corruzione in Ucraina si sta svolgendo sotto una pressione straordinaria. Gli scettici occidentali citano gli scandali di corruzione per mettere in discussione il proseguimento degli aiuti militari e finanziari, mentre gli avversari all’interno del Paese cercano di bloccare le indagini sulla corruzione ai massimi livelli. Tuttavia, l’opinione pubblica ucraina è in gran parte schierata dalla parte degli inquirenti. I sondaggi mostrano costantemente un forte sostegno alle istituzioni e alle indagini anticorruzione, a testimonianza di una società che, persino in tempo di guerra, esige trasparenza e responsabilità».
Conclusione
Desidero proporvi un discusso brano di Papa Francesco del 2019, perché mi ha aiutato a riflettere e a interrogarmi su quanto l’ipocrisia alberghi dentro ognuno di noi, sotto false e ipotetiche giustificazioni di comodo.
La forza di ognuno di noi sta nell’avere il coraggio di andare a scoprire qualcosa di scomodo dentro di sé, per farne qualcosa di prezioso per il comune futuro in libertà, giustizia e pace.
«Cari amici, […] in questi giorni, gli interventi dei Rappresentanti Pontifici di alcuni Paesi, come anche dei Relatori che sono stati scelti, vi aiuteranno a mettervi in ascolto del grido di molti che in questi anni sono stati derubati della speranza: penso con tristezza, ancora una volta, al dramma della Siria e alle dense nubi che sembrano riaddensarsi su di essa in alcune aree ancora instabili e ove il rischio di una ancora maggiore crisi umanitaria rimane alto.
Quelli che non hanno cibo, quelli che non hanno cure mediche, che non hanno scuola, gli orfani, i feriti e le vedove levano in alto le loro voci. Se sono insensibili i cuori degli uomini, non lo è quello di Dio, ferito dall’odio e dalla violenza che si può scatenare tra le sue creature, sempre capace di commuoversi e prendersi cura di loro con la tenerezza e la forza di un padre che protegge e che guida.
Ma a volte penso anche all’ira di Dio che si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre. Questa ipocrisia è un peccato».
Papa Francesco, 2019
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


