24 aprile 2026 – ore 11:00 – Agli adulti piacciono i cartoni animati o sono solo roba da bambini? In breve, sì, anche gli adulti apprezzano film e serie di animazione. Nonostante l’animazione “generalista” resti ancora sbilanciata verso bambini e famiglie – soprattutto in sala e nella TV lineare – gli adulti rappresentano una quota tutt’altro che marginale del pubblico, in particolare tra i 18-34 anni e tra i 25-49 anni in alcuni mercati europei, e in modo ancora più evidente nell’ecosistema anime e nello streaming. Il mercato europeo, secondo le analisi dell’European Audiovisual Observatory, individua come principali paesi per numero di spettatori Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Polonia, mentre in termini di “peso” sul totale degli ingressi emergono mercati più piccoli ma fortemente orientati all’animazione, come Serbia e Turchia. Questo dimostra che, pur con differenze culturali, l’animazione è una componente strutturale dell’offerta cinematografica.
L’incrocio tra fasce d’età e aree geografiche restituisce un quadro articolato. In Francia, il Centre national du cinéma et de l’image animée attesta che nel 2023 quasi un terzo del pubblico dei film d’animazione era composto da adulti tra i 25 e i 49 anni, mentre i più giovani restavano il gruppo principale. Nel Regno Unito, invece, i dati di Appinio evidenziano una diversa propensione nella scelta cinematografica: gli under 35 risultano i più interessati all’animazione anche in sala, mentre con l’aumentare dell’età cresce la preferenza per i film non animati. Il caso italiano conferma indirettamente questa dinamica: secondo ANICA, nel 2024 gli under 25 generavano il 43% degli ingressi al cinema, a fronte di un peso demografico molto inferiore, mentre gli over 50 si fermavano al 22%.
A livello globale, il dominio resta nelle mani delle grandi industrie: il Nord America concentra circa il 70% delle presenze legate ai film animati, mentre l’Europa produce molto ma raccoglie meno pubblico. Parallelamente, l’areaAsia-Pacifico si conferma la più dinamica, con paesi come Giappone, Cina e India in forte espansione. Il dato chiave, però, è uno: gli adulti guardano animazione, ma lo fanno in modo diverso: più giovani, più streaming, meno sala.
Gli anime, un caso particolare
Se si vuole capire davvero quanto gli adulti apprezzino l’animazione, bisogna guardare all’universo degli anime. Qui il discorso cambia radicalmente. Secondo l’Association of Japanese Animations, il mercato globale degli anime ha superato i 3.800 miliardi di yen nel 2024, con oltre la metà dei ricavi provenienti dall’estero. Non è più un fenomeno locale, ma un’industria globale, il cui processo è stato accelerato anche dalle piattaforme streaming: Netflix ha dichiarato che oltre il 50% dei suoi utenti guarda anime, con più di un miliardo di visualizzazioni nel solo 2024, principalmente da parte di adolescenti, ma anche di Millennials e Gen X. Ma perché gli anime attirano anche fasce d’età sopra i quarant’anni? A differenza dell’animazione occidentale più tradizionale, spesso orientata al pubblico family, gli anime offrono narrazioni complesse, temi adulti e una varietà di generi che spaziano dalla fantascienza alla psicologia, dalla politica al dramma esistenziale. Titoli come Akira o Ghost in the Shell hanno contribuito a ridefinire l’immaginario collettivo, dimostrando che l’animazione può essere un linguaggio maturo.
Perché l’animazione resta legata all’idea di “cosa infantile”
Nel complesso però, l’animazione continua a portarsi dietro un’etichetta difficile da scardinare, per diverse ragioni. La prima è storico-culturale: per decenni, soprattutto in Occidente, l’animazione è stata prodotta e distribuita quasi esclusivamente come intrattenimento per l’infanzia. Questo ha contribuito a definire un immaginario difficile da modificare: un sondaggio di YouGov ad esempio, mostra che nel 2025 oltre la metà dei britannici considera ancora i “cartoni animati” un’attività più adatta ai bambini che agli adulti. Non si tratta di un rifiuto totale, ma di una percezione comunque radicata e che condiziona le scelte di consumo e, viceversa, anche di produzione: un’altra ragione infatti è di tipo industriale; perché la gran parte della produzione mainstream – in particolare quella hollywoodiana – continua a essere pensata per famiglie, con target trasversali ma centrati sui più piccoli.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso più interessante: mentre l’animazione generalista fatica a emanciparsi dalla sua immagine infantile, l’anime – pur essendo anch’esso animazione – riesce a essere percepito come adulto senza particolari resistenze, come se si trattasse di due comparti audiovisivi completamente differenti. Gli adulti, dunque, apprezzano i film d’animazione, ma non in modo uniforme; li scelgono soprattutto quando riconoscono contenuti maturi, complessi, a volte persino oscuri. Dove questo manca, torna a prevalere l’idea che i cartoni siano, in fondo, “roba da bambini”.
Articolo di Agata Cragnolin


