27.01.2026 – 17.00 – Premessa – Abbiamo assistito a giorni di continue manifestazioni di protesta e a repressioni devastanti. Ora sembra essere calato un silenzio inquietante: pochissime informazioni, unicamente frammenti, e come tali di difficile interpretazione. Alcuni parlano di oltre 5.000 persone uccise, altri affermano che il regime teocratico iraniano avrebbe “eliminato” 12.000 manifestanti. Dati parziali e tutti terrificanti. C’è chi invoca l’intervento militare americano, altri accusano Israele e gli stessi Stati Uniti di aver fomentato le rivolte. I Paesi arabi guardano con timore alla possibile estensione di un potenziale conflitto. L’Europa appare ancora una volta “timida”, “troppo timida”, mentre sia da Washington, sia da Pechino e Mosca non giungono segnali di possibili immediate accelerazioni.
Percezione – Realtà – In tale complesso scenario, un elemento di disinformazione appare evidente. Alcuni raccontano da molti giorni che gran parte della popolazione iraniana desidererebbe un intervento militare esterno in grado di porre fine al regime repressivo degli ayatollah. Altri opinionisti amano aggiungere, con malcelata sicurezza, che la maggioranza della popolazione iraniana guardi all’Europa come modello di riferimento. Questa è totale disinformazione. Stiamo parlando di un impero, quello persiano, che “vive” da oltre 27 secoli: una media potenza transnazionale che, per concezione della vita, civiltà, cultura, storia e posizione strategica, appare molto lontana da una visione occidentale, perché in realtà assai più simile alla complessità russa, cinese e, per certi versi, anche turca. Ricordiamoci che l’Iran vanta un territorio di circa 1.650.000 chilometri quadrati, grande oltre cinque volte l’Italia, ed è situato nell’Asia sud-occidentale. Confina a nord con la Repubblica d’Armenia, la Repubblica dell’Azerbaigian, la Repubblica del Turkmenistan e il Mar Caspio; a ovest con la Turchia e l’Iraq; a sud con il Golfo Persico e il Golfo di Oman; a est con il Pakistan e l’Afghanistan.
L’Iran, pertanto, è posizionato nel Medio Oriente, all’incrocio tra Oriente e Occidente. Stiamo parlando, inoltre, di una popolazione giovane, composta da oltre 92 milioni di persone, con più del 70% sotto i quarant’anni, in gran parte assolutamente non integralista, sicuramente orgogliosa e fortemente nazionalista. L’Iran, ricordiamolo, è costituito non solo da persiani, stimati nel 45,6% della popolazione, ma anche da numerose minoranze etniche, tra cui primeggia quella degli azeri, i turchi azeri, con il 16,8%. Altre minoranze sono rappresentate dai curdi (9,1%), dai ghilaki (5,3%), dai luri (4,3%), dagli arabi (2,2%) e, infine, dai baluci e dai turkmeni. Una popolazione gravemente stremata, è bene ricordarlo, sia dalle durissime limitazioni alla libertà personale imposte dal regime teocratico, sia dalle pesanti restrizioni economiche e finanziarie applicate negli anni dall’Occidente. Si tratta, inoltre, di una popolazione che continua a subire un regime odiato, soprattutto nelle aree urbane, ma che contemporaneamente auspica di vedere proiettata all’esterno l’antica ombra imperiale persiana.
Proviamo ad addentrarci in un mondo di così difficile comprensione per noi europei. Un regime che appare in crisi, anche perché umiliato lo scorso giugno dai bombardamenti israeliani. Un regime che vede erodere ogni giorno la propria influenza nel Medio Oriente, con particolare riferimento al Libano, alla Siria e all’Iraq. Un regime che appare internamente costellato da lotte intestine tra gruppi oligarchici e nel quale sembra svilupparsi in modo sempre più evidente la corruzione in diversi settori dell’apparato pubblico. Un regime che non sembra più in grado di apparire credibile neppure alle fasce più povere della popolazione, e dove si respira una profonda crisi ideologica, politica, economica e sociale, che sembra rendere possibile una futura trasformazione della Repubblica islamica, forse finalmente giunta al suo crepuscolo. Un regime, infine, che non appare in grado di arginare il malessere sociale non solo nei ceti più poveri, ma anche nella classe media, che l’inflazione e la continua svalutazione del rial hanno fortemente impoverito. Secondo diversi analisti, infatti, molti cittadini non riescono più ad accedere ai beni di prima necessità e fruiscono di energia elettrica e acqua potabile solo per alcune ore al giorno. In tale ottica, sia Israele sia gli Stati Uniti, ben conoscendo le dinamiche interne iraniane, si guardano al momento da un intervento diretto, sapendo perfettamente che un loro palese coinvolgimento determinerebbe con ogni probabilità l’emersione del forte nazionalismo persiano, attorno al quale l’intera popolazione finirebbe per stringersi.
Le rivolte investono ceti e città diverse – In questo quadro, lo sviluppo delle manifestazioni – che questa volta, a differenza del 2022, non sono esplose per fattori esterni – vede pertanto il regime in una reale e profonda difficoltà. Le proteste sono infatti scoppiate alla fine di dicembre u.s. all’Alaeddin Mall della capitale, estendendosi rapidamente al Grand Bazar di Teheran e successivamente alle università e a numerose città del Paese. Le manifestazioni stanno inoltre registrando la partecipazione di diverse classi sociali, animate da istanze differenti ma unite nella contestazione del regime. Merita evidenziare, altresì, la palese insofferenza dei commercianti, i cosiddetti bazaari, che nella rivoluzione del 1979 esercitarono un ruolo decisivo nel crollo della monarchia e che oggi appaiono schierati contro l’insopportabile potere dei pasdaran, il famigerato Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC). I pasdaran, sfruttando il potere pressoché illimitato di cui godono da tempo, non solo hanno eroso il peso economico, politico e sociale della classe mercantile, ma sono riusciti anche a monopolizzare l’accesso ai beni soggetti a sanzioni, controllando di fatto l’intero comparto delle importazioni. Il regime, con immediatezza, ha cercato di intervenire, tentando sia di dividere i manifestanti in “buoni” e “cattivi”, sia di adottare misure drastiche volte a migliorare la giustizia sociale e le condizioni di vita delle fasce più deboli.
Tuttavia, tali tentativi non sono riusciti, almeno per il momento, a placare l’onda della protesta. Per questo motivo, nella prima decade di gennaio 2026, il regime ha scelto la strada feroce della repressione. In merito, Politico si è recentemente posto una domanda particolarmente acuta, che vale la pena riproporre: oggi la popolazione iraniana subisce un’inflazione annua superiore al 50%. Quante volte il governo sarà ancora in grado di chiedere alle forze di sicurezza di sparare sulla folla? E per quanto tempo le forze di sicurezza, composte da cittadini comuni, accetteranno i diktat del regime? Perché questa volta le manifestazioni appaiono diverse e quali scenari futuri potrebbero profilarsi all’orizzonte? Proviamo a rispondere a queste domande, chiedendo l’aiuto di Vali Nasr, iraniano-americano, professore di Studi mediorientali e Affari internazionali alla Johns Hopkins University, considerato tra i maggiori esperti delle dinamiche persiane.
Il fattore straniero come chiave di lettura – Vali Nasr pone l’accento sulla diversità della reazione del regime di fronte alle odierne manifestazioni. Mentre nel 2009 e nel 2022 le autorità avevano perseguito con immediatezza la linea della “fermezza”, o più propriamente della repressione, questa volta hanno inizialmente tentato di promuovere riforme a favore delle classi meno abbienti. Le classi medie, tuttavia, non si sono lasciate intimidire e si sono unite alle proteste popolari, rapidamente divenute dilaganti. In altre parole, una mobilitazione dai risvolti inizialmente economici si è trasformata in breve tempo in una vera e propria rivolta politica. In tale contesto, Vali Nasr aiuta a comprendere lo stato d’animo dei vertici politici iraniani, ancora scossi dagli eventi dello scorso giugno e timorosi che un nuovo attacco israeliano, con il sostegno indiretto statunitense, possa ripetersi. Nella leadership iraniana permane inoltre la convinzione che il regime non sia più in grado di impedire infiltrazioni israeliane e statunitensi dall’interno, finalizzate a guidare e fomentare il crescente malcontento popolare. Alla luce di ciò, risulta più comprensibile il comportamento ondivago delle autorità di fronte all’esplosione delle proteste. L’attacco israeliano aveva infatti ricompattato la nazione contro il nemico esterno; reprimere immediatamente le manifestazioni avrebbe potuto vanificare quella fragile coesione nazionale, favorendo indirettamente la strategia straniera mirata alla caduta della Repubblica islamica.
Secondo Vali Nasr, anche gli sviluppi in Siria e, soprattutto, quanto accaduto in Venezuela avrebbero alimentato nei vertici iraniani il timore che un simile scenario sia già stato pianificato dagli Stati Uniti con il sostegno israeliano. Nel regime continua infatti a pesare l’appello di Netanyahu rivolto alla popolazione iraniana affinché si sollevasse contro le autorità, pronunciato durante i dodici giorni di conflitto del giugno scorso. All’epoca, prosegue Nasr, Israele avrebbe erroneamente calcolato che l’eliminazione di numerosi alti comandanti militari e il bombardamento delle strutture di sicurezza avrebbero spinto la popolazione a rovesciare il regime teocratico. Il sistema iraniano aveva effettivamente vacillato, ma non era crollato proprio grazie alla reazione nazionalista del popolo, elemento di cui il regime conserva piena consapevolezza. Tuttavia, la nomenclatura iraniana rimane convinta che la “rivolta popolare” rappresenti tuttora la principale linea strategica israeliana e statunitense per rovesciare Teheran. Queste convinzioni avrebbero trovato ulteriore conferma, sempre secondo Nasr, nelle recenti dichiarazioni di Donald Trump, che sui social media aveva affermato che gli Stati Uniti erano “armati e pronti” a intervenire per “salvare i manifestanti iraniani” da una violenta repressione.
I precedenti libici e le cosiddette primavere arabe, durante le quali alcuni governi occidentali decisero di intervenire per “proteggere” i manifestanti, rappresentano per Teheran un monito ancora vivo, dal momento che tali interventi portarono a cambi di regime improvvisi. L’imperativo odierno sembra quindi essere quello di evitare il destino della Libia e della Siria. Un ulteriore timore, tuttavia, sta crescendo all’interno della leadership iraniana: il cosiddetto “scenario Venezuela”. Secondo questa lettura, gli Stati Uniti avrebbero di fatto neutralizzato Nicolás Maduro, lasciando formalmente in piedi la struttura chavista ma sottoponendola a una pressione economica e politica tale da costringerla alla sottomissione o allo strangolamento finanziario. Qualora Washington adottasse una strategia analoga in Iran, potrebbe colpire i vertici del regime, intercettare petroliere iraniane in alto mare ed esigere che ciò che resterebbe della Repubblica islamica accetti le proprie condizioni. Anche senza eliminare fisicamente i leader iraniani, conclude Nasr, una combinazione di bombardamenti mirati e blocco delle esportazioni petrolifere potrebbe mettere definitivamente in ginocchio il sistema.
Conclusione – Alla luce di quanto esposto, si può affermare, senza timore di smentita, che anche qualora Teheran riuscisse a evitare uno scontro diretto con Stati Uniti e Israele e a “chiudere” la stagione delle manifestazioni, il regime non appare in alcun modo in grado di arrestare la caduta economica e finanziaria in atto. In questa prospettiva, è prevedibile che l’hybris pubblica iraniana sia destinata a crescere nel medio e lungo periodo. In tale cornice, con l’Iran stretto tra la pressione di Washington e Tel Aviv e una crescente insofferenza interna, pur non potendo ipotizzare un crollo improvviso del sistema, la Repubblica islamica dell’Iran appare sempre più vicina alla sua inevitabile fine.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


