15.01.2026 – 11.05 – C’è un equivoco che si è fatto strada rapidamente, sospinto da titoli frettolosi e da una certa inclinazione tutta italiana a semplificare ciò che semplice non è: Chiara Ferragni non è stata assolta. Non lo è stata nel senso pieno, sostanziale, quasi liberatorio che la parola “assoluzione” porta con sé nell’immaginario collettivo. E non lo è stata nemmeno nel senso giuridico più rigoroso. Il procedimento che la riguardava si è chiuso, questo sì. Ma si è chiuso per una ragione tecnica, non per un giudizio di innocenza pronunciato nel merito dei fatti. È una distinzione che può apparire cavillosa, e in effetti lo è; ma è proprio nei cavilli che il diritto, talvolta, decide il destino delle persone. E anche il modo in cui quel destino viene raccontato all’opinione pubblica. Il cuore della vicenda sta in un passaggio tutt’altro che secondario: l’aggravante della “minorata difesa” degli utenti online, contestata dalla Procura. Era questa aggravante a rendere la presunta truffa procedibile d’ufficio, consentendo allo Stato di andare avanti indipendentemente dalla volontà delle parti offese. Il giudice, però, non l’ha riconosciuta. E con il venir meno dell’aggravante, il reato è stato riqualificato in truffa semplice.
A questo punto entra in gioco un secondo elemento, ancora meno appariscente ma decisivo: la querela. Le persone offese l’avevano ritirata dopo aver raggiunto un accordo risarcitorio con l’influencer. Senza aggravante e senza querela, il processo non aveva più una base giuridica per proseguire. Non perché il fatto non esista, non perché sia stato dichiarato infondato, ma perché la legge non consente di andare oltre. Il reato, tecnicamente, si estingue. Il giudice prende atto e dispone il proscioglimento. È per questo che parlare di assoluzione è improprio. Qui non c’è una sentenza che affermi che il fatto non costituisce reato o che l’imputata non lo abbia commesso. C’è una decisione che dice qualcosa di diverso, e di molto più limitato: non si può più giudicare. La procedura prevale sul merito, la forma sulla sostanza. È un esito legittimo, previsto dall’ordinamento, ma che non equivale a una piena riabilitazione giudiziaria.
La differenza non è solo tecnica, è anche culturale. In un Paese che fatica a maneggiare le sfumature, il rischio è quello di trasformare ogni proscioglimento in un’assoluzione morale, ogni chiusura processuale in un certificato di innocenza. Ma la giustizia non funziona così. Tra l’essere innocenti e l’essere non condannati corre una distanza sottile, spesso ignorata, ma fondamentale. Dire che Chiara Ferragni “è stata assolta” significa raccontare una storia più comoda, più rassicurante, forse anche più spendibile mediaticamente. Dire che non è stata assolta, ma prosciolta per una questione tecnica dopo il ritiro della querela, significa invece raccontare i fatti per quello che sono. Meno eleganti, meno consolatori, ma più aderenti alla realtà. E, soprattutto, più rispettosi della verità giudiziaria.
[f.v.]


