Nostra Aetate, sessant’anni dopo: dialogo acquisito o coscienza fragile?

14.01.2026 – 15.30 – Nostra Aetate, al numero 4, non si limita a raccomandare buone relazioni. Dice qualcosa di più impegnativo: la Chiesa «scruta il mistero della Chiesa stessa» quando riflette sul proprio legame con il popolo ebraico e riconosce di aver ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso di esso. È una dichiarazione che tocca l’identità ecclesiale, non un invito al galateo interreligioso. E tuttavia, a sessant’anni di distanza, viene da chiedersi quanto questa consapevolezza abbia inciso davvero sulla predicazione, sulla catechesi, sul linguaggio corrente delle comunità cristiane, ancora spesso segnato da semplificazioni, rimozioni, silenzi imbarazzati. Il tema scelto per la Giornata di quest’anno – «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3) – rimanda ad Abramo, punto di origine e insieme punto di tensione. La promessa della benedizione universale non autorizza appropriazioni identitarie, ma le smaschera. È una parola che apre, non che chiude. Benedetto XVI, nell’esortazione Verbum Domini, ricordava che la Parola di Dio «precede e supera sempre ciò che noi possiamo comprendere» e che proprio per questo non può essere addomesticata. Vale anche per questo versetto: citarlo è facile, lasciarsi giudicare è un’altra cosa.

Il magistero successivo ha insistito più volte su questa linea. Giovanni Paolo II, entrando nella sinagoga di Roma nel 1986, parlò degli ebrei come dei «nostri fratelli maggiori». Un’espressione che ha fatto il giro del mondo, ma che rischia di restare uno slogan se non cambia lo sguardo con cui si leggono le Scritture e la storia. In Ut unum sint, lo stesso papa affermava che il dialogo è una dimensione essenziale della vita ecclesiale, non una strategia né un accessorio. Essenziale, dunque verificabile, e per questo esposta anche al fallimento. Papa Francesco, in Evangelii gaudium, ha ribadito che «Dio continua ad operare nel popolo dell’Antica Alleanza» e che il dialogo con l’ebraismo ha una natura teologica propria, non assimilabile ad altri percorsi ecumenici. Parole nette, che però si scontrano con un contesto in cui l’antisemitismo riemerge, a volte in forme brutali, più spesso in modalità striscianti: allusioni, doppi linguaggi, semplificazioni mediatiche, uso disinvolto della memoria. Anche qui la domanda resta inevasa: quanto la Chiesa è disposta a riconoscere le proprie responsabilità educative? In questo quadro si colloca l’iniziativa della Diocesi di Trieste, che mette a confronto il rabbino capo Alexandre Meloni e il vescovo Enrico Trevisi. Non un gesto rituale, ma un atto pubblico che interpella una città segnata da confini mobili, da leggi razziali, da memorie spesso rimosse più che elaborate. Trieste conosce bene il peso della storia e il rischio del silenzio. Per questo il dialogo, qui, non può permettersi di essere solo corretto.

La Giornata del dialogo non risolve le questioni aperte né scioglie i nodi teologici. Non cancella le differenze e non promette pacificazioni automatiche. Ma pone una domanda che attraversa Nostra Aetate, le encicliche, i discorsi pontifici e arriva fino all’oggi: il dialogo è davvero assunto come criterio di verità, oppure resta confinato a un linguaggio celebrativo, rassicurante, incapace di incidere sulla vita reale delle comunità? Forse è questo il punto più scomodo del versetto della Genesi scelto per quest’anno. La benedizione promessa ad Abramo non è neutraindolore. Non legittima nessuno e non assolve nessuno. Chiede di essere tradotta in responsabilità storica. E lascia aperta una domanda che nessuna Giornata, da sola, può chiudere.

La XXXVII Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei sarà celebrata dalla Diocesi di Trieste con una conferenza pubblica in programma giovedì 15 gennaio 2026, alle ore 18.00, presso l’Auditorium del Seminario vescovile, in via Besenghi 16. L’incontro, promosso a sessant’anni dalla pubblicazione di Nostra Aetate, vedrà il confronto tra il rabbino capo della Comunità ebraica di Trieste, Rav Alexandre Meloni, e il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, chiamati a riflettere sul tema biblico «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», tratto dal libro della Genesi.

[f.v.]

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