di Mario Luethy – 24.12.2024 – 07.38 – Non v’è giorno in cui qualcuno parli di cambiamento climatico e lanci allarmi sul futuro del nostro mondo. E se non se ne parla, basta la realtà a convincerci che, in barba ai cicalecci di chi governa questo pianeta e invita a considerare le bollenti giornate estive degli ultimi anni e i cataclismi provocati da piogge impazzite solo “variabili di passaggio”, stiamo invece assistendo a mutamenti sui quali faremmo bene a interrogarci con una certa apprensione. E dunque che fare? Il mondo sta rischiando, oppure no, di fronte a due secoli di rivoluzione industriale e di fronte ai più recenti e incalzanti allevamenti e agricolture intensivi? Oppure i profeti del cambiamento sono solo menti velenose e catastrofiste?
Nel nostro piccolo, però, i cambiamenti sono innegabili. Negli ultimi trent’anni diversi episodi, dalle piogge “monsoniche” agli incendi carsolini delle ultime stagioni estive ci dicono che rispetto a qualche lustro fa non viviamo più tranquilli e che talvolta rischiamo addirittura la vita e le nostre proprietà. Di cambiamento climatico parliamo con Nicola Bressi, curatore per l’Ecologia del Civico Museo di Storia Naturale di Trieste, naturalista, zoologo e divulgatore scientifico.
Quali sono le evidenze, se ci sono, di un cambiamento climatico, e quali le conseguenze per il nostro territorio?
“Esorto i media e chi si interessa a questi temi di usare innanzitutto la definizione “inquinamento climatico” – spiega il dottor Bressi. Infatti, siamo di fronte a una vera e propria alterazione di una situazione pre esistente. Non stiamo assistendo per la verità a nulla di nuovo. Già nel recente passato ricordiamo inverni miti o piovaschi molto intensi. Il problema è che ora queste manifestazioni estreme avvengono con maggiore frequenza e intensità. Gli allagamenti cittadini causa i nubifragi o gli incendi carsolini dell’estate del 2022 o di quest’anno sono indice di reale cambiamento.”
Su scala macro, gli esempi dei ripetuti disastri in Emilia Romagna o in Lombardia, le catastrofi in Spagna, Polonia o Germania, per citarne solo alcuni, sono esempi di come il nostro clima sia mutato. Per la nostra area, a parte le manifestazioni estreme, vi sono degli indicatori del cambiamento?
“Partiamo dal nostro Carso dove in diverse parti oggi crescono l’ulivo e il carciofo, tipiche colture del centro e del meridione del Paese. Continuiamo, per esempio, con Basovizza, dove ora si coltiva sia la vite che l’olivo, un tempo colture qui impossibili per la rigidità del clima. In alcuni punti della provincia riescono a sopravvivere, interrati, limoni e mandarini che, nella stagione estiva, arrivano a maturazione. Basti pensare all’Orangerie di Miramar e la sua produzione di marmellata, agrumi che certamente durante autunno e inverno vengono ricoverate in serra, ma che riescono comunque a portare a termine i propri frutti!
Osserviamo inoltre come diversi alberi, platani, mandorli, pioppi, in pieno dicembre, conservino ancora delle foglie che un tempo cadevano d’autunno già in ottobre. Diversi cittadini hanno segnalato nuove fioriture dei lillà (che i triestini conoscono meglio come “fiori di maggio”) che solitamente fanno capolino in aprile/maggio. In Val Rosandra e sul monte Stena troviamo fioriture di salvia che un tempo prosperava solo nella zona costiera; non per niente proprio da Santa Croce si svolge in direzione Aurisina l’omonimo sentiero. Assistiamo poi a un affermarsi nei boschi del leccio (quercia sempreverde mediterranea) mentre sono in difficoltà le altre querce e il carpino nero, tipici delle nostre aree.”
I problemi sussistono pure per la fauna?
“Senz’altro. Purtroppo, non tutti gli animali riescono a adattarsi al caldo. Lungo l’Altopiano Carsico, per incominciare, è ormai scomparsa la raganella. Sta diminuendo notevolmente la popolazione del rospo bruno, che sino a oggi conoscevamo, per l’appunto, come rospo comune, quel “comune” che ora non è più possibile definire tale! Sono molto rare poi le lucciole, un tempo diffuse e oggi quasi scomparse. Il Grillo Talpa, un tempo terrore dei giardinieri, oggi è raro, praticamente inesistente sul monte Lanaro dove un tempo era presente.”
Come spiegare tecnicamente questa situazione?
“Negli ultimi trent’anni la temperatura media è aumentata di circa 2 gradi centigradi. E’ un cambiamento troppo repentino che diverse specie non reggono, basti riflettere sul fatto che in passato due gradi di differenza si esprimevano in migliaia di anni. Ora, ripeto, tutto sta accadendo velocemente nel giro di qualche decade.”
Accanto alle forti precipitazioni, la siccità sembra incidere sempre di più nel bacino del Mediterraneo e dunque pure nella nostra zona…
“Non si tratta solo di un problema di quantità cadute, la questione va affrontata ragionando su due variabili: il tipo di precipitazione e la temperatura già citata. Più alta risulta quest’ultima, maggiore è l’evaporazione. Per ogni grado di aumento della temperatura, la necessità di precipitazione necessaria per compensare dovrebbe essere superiore di un 20 percento. Vi è poi il problema di precipitazioni troppo violente e copiose, che il terreno riesce a assorbire in quantità limitate.
Tornando alla temperatura – continua Nicola Bressi – durante la stagione estiva la forte evaporazione condiziona la vita degli stagni dell’altipiano, essenziali per diverse funzioni. Della scomparsa di questi specchi d’acqua soffrono gli animali, per esempio le rondini, in particolare i piccoli rondinini. Non dobbiamo dimenticare ancora che gli stagni più grandi possono infatti, in condizioni di emergenza, essere usati anche da chi si trova nelle condizioni di intervenire per spegnere un incendio. Per non citare le eventuali necessità di chi coltiva la terra…”
Da tempo è ormai noto che questi cambiamenti favoriscono l’invasione di piante aliene…
“Di queste sono ormai ben noti il senecio e l’ailanto, ben presenti nella nostra provincia. La loro presenza è particolarmente evidente nelle zone degradate, dove possono introdursi con facilità. Tutto dipende dalle situazioni estreme che si sono venute a creare. Più un ambiente si trova in equilibrio, più forte quel sistema immunitario che permette di mantenersi e difendersi dalle intrusioni.”
Cosa è possibile fare per fronteggiare l’inquinamento ambientale?
“Iniziamo da un corretto modo di condurre le proprie escursioni che, se non vi sono ragioni specifiche, vanno effettuate privilegiando i sentieri tracciati.
In seconda battuta, è necessario non alimentare mai i selvatici! Così facendo si rischia di favorire le specie più opportuniste.
Terzo consiglio: non improvvisarsi “gestori” dell’ambiente naturale. A tale proposito voglio ricordare un episodio davvero grave: nel 2022, di fronte al laghetto di Contovello in crisi per mancanza d’acqua, qualcuno pensò di trasferire pesci e tartarughe nell’oasi di Percedol, compiendo un danno ecologico senza precedenti. Infatti, molte persone continuano a avere la pessima idea di depositare nei laghetti specie alloctone che purtroppo creano gravi danni a anfibi e altri piccoli abitanti dei siti umidi.
Di fronte a tutto questo è fortemente consigliato agli escursionisti, in caso di qualsiasi dubbio o questione, di contattare la Forestale, il nostro Museo o altri enti territoriali. Senza alcuna polemica, sottolineando come questi siano tempi davvero difficili, è meglio non improvvisarsi tutori ambientali, rivalutando quel rispetto per le competenze che oggi si scavalca con troppa inconsapevole disinvoltura.”
[m.l]


