Chiesa San Pasquale, un restauro a lungo atteso. Ipotesi recupero cripta nel futuro

09.12.2024 – 08.45 – “Già da parecchio tempo la scrivente aveva constatato la presenza di tracce di umidità sulle interne superfici murarie della Chiesa di Villa Revoltella […] L’umidità interna di alcune parti delle muraglie andò aumentando, in modo da corrodere gli intonachi…”
Recitava così, nel 1898, la nota dell’ufficio tecnico comunale a proposito del primo restauro della Chiesa di San Pasquale in Baylòn nell’odierno parco di Revoltella. L’edificio già nei primi decenni accusò gravi problemi di deterioramento per le continue infiltrazioni di umidità che si aggravarono poi nel novecento, solo in parte ‘tamponati’ da un intervento del 1960. Ora, dopo un lungo periodo di degrado, una collaborazione tripartita tra Comune di Trieste, Ministro della Cultura e amministrazione della Chiesa sta procedendo a un recupero integrale degli interni, grazie a un finanziamento del MiC di 150mila euro. L’intervento pilota si è svolto dapprima nel novembre 2021 sulle pitture di Domenico Fabris, proseguendo poi nel 2024 con il resto delle superfici interne. Il funzionario della Soprintendenza Claudia Crosera ha anticipato che in futuro “si vorrebbe recuperare i portali e la cripta e fare un piccolo intervento sull’altare“, anche se non vi sono certezze, molto dipenderà dalla possibilità di avere o meno un’altra quota di finanziamento ministeriale.

Si è fatto il punto sullo stato dei restauri venerdì 6 dicembre, nella sala Piemontese, di Palazzo Economo. In generale è emersa tanto la caratteristica intrinsecamente umida della Chiesa, essendo stata costruita su un terrapieno, quanto i danni del restauro del 1960 con vernici sintetiche, tali d’aggravare problemi già esistenti. L’architetto Massimo Mosca, del Dipartimento per il patrimonio, ha portato i saluti del Comune di Trieste ricordando che la città “è tra le poche in Italia proprietaria di molteplici chiese, grazie a una legge del 1870 del periodo austriaco”. Il parroco della chiesa don Lorenzo Maria Vatti ha sottolineato a propria volta che parliamo “non solo della Chiesa, ma della canonica”.

Il funzionario della Soprintendenza Claudia Crosera ha inquadrato la storia della chiesetta, onde contestualizzare il recupero: partendo dall’assunto che “non è una chiesa, ma un sacello”, oltre ad essere “un esempio raro di cripta privata al di fuori dei cimiteri”. L’edificio fu storicizzato già all’inaugurazione, con due opuscoli che raccontavano la sua storia e un biglietto di invito che includeva (novità assoluta nel 1867) una fotografia della stessa. Se ormai è ben documentato il legame tra la chiesa e Praga, con la progettazione affidata all’architetto ceco Josef Andreas Kranner e la pittura a Josef Trenkwald, minore attenzione è stata rivolta agli artisti minori: lo sconosciuto Abbondio Isella realizzò “un’enorme quantità di decorazioni, tutte diverse tra loro” tra cui i tantissimi monogrammi. Vennero anche convocati appositi marmisti per le colonne e le parti scultoree e un certo ‘Giuseppe Chieu’, di professione ebanista, per le parti in legno, dagli inginocchiatoi al cassone dell’organo. L’edificio nell’ottocento era considerato di particolare valore: i restauri nel 1898 furono infatti affidati ad Antonio Bertolli, già protagonista del recupero di San Giusto nel 1891, e invece per la parte lapidea si affidarono i lavori allo scultore Luigi Conti.

Passando dalla teoria alla pratica Claudia Ragazzoni, restauratrice per Operaest, ha descritto il recupero effettuato: “l’apparato decorativo presentava un distacco della patina pittorica e problemi strutturali legati a infiltrazioni d’acqua” ha riassunto. Oltre alle macchie c’erano “crepe con andamento incrociato con dissesti nella pavimentazione” e addirittura “una crepa che attraversava il volto stesso di San Pasquale”. Le ragioni erano attribuibili all’alto grado di umidità della zona (i valori restavano costanti tanto in giornate di sole quanto di pioggia); all’uso tipico dei pittori nordici di gesso mescolato al pigmento; all’uso di vernici sintetiche nel restauro del 1960; e nella frequente applicazione della pittura direttamente sulla pietra. Laddove fosse possibile si è scelto di recuperare la pittura originale; tuttavia per le decorazioni spesso erano rimaste solo le tinteggiature del 1960 o nel caso dei dipinti alcune sezioni erano state talmente ridipinte – es. il cielo – che si è scelto di conservarle e armonizzarle con le pitture storiche. Meno problematica la zona dell’abside, dove i danni dell’umidità erano stati minori: qui ci si è concentrati sulla copertura d’oro, re incollando le scaglie metalliche che la componevano. Nonostante il lavoro di fissaggio svolto nell’intera chiesa, sembra che si tratterà di un lavoro ciclico: la chiesa è, alla fine fine, su un terrapieno ricco di acqua, con le stesse colonne di alabastro egiziano che trasudano umidità direttamente dalle fondamenta. Non si tratta, in altre parole, di impermeabilizzarla dall’esterno, perché l’umidità si fa strada direttamente dalle fondamenta.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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