Quando la Bora deragliò il treno Trieste-Parenzo. La bufera del 31 marzo 1910

23.11.2024 – 07.01 – La storia di Trieste appare costellata di incidenti connessi alla Bora: nubifragi, cicloni e grandi tempeste. Tuttavia andrebbero contestualizzati nel quadro di una città ancora vulnerabile a questo genere di grandi eventi naturali che rimanevano una tantum, talmente rari da essere ricordati negli annali. Non rappresentavano, a confronto invece con gli ultimi anni, una nuova normalità. Tra i nubifragi e le tempeste che più e più volte spazzarono via le Rive di Trieste, occorre ricordare per la sua inusitata violenza la bufera del 31 marzo 1910 che annoverò le raffiche più intense mai registrate dal 1864. Il ricordo della tempesta rimase impresso a lungo, perché la Bora in quell’occasione rovesciò il treno della linea Trieste-Parenzo, facendolo deragliare dai binari.
La tempesta flagellò gran parte della costa istriana, specie a Pola e Lussinpiccolo, prima di avventarsi sulla città giuliana: banchine e moli divennero inagibili, i magazzini ebbero le porte aperte dalle raffiche, i tetti, tra tegole volanti e coperture in volo, furono spesso divelti. Il Piccolo, con l’edizione del mattino del 2 aprile 1910, raccontò che “Fra gli edifici gravemente danneggiati dal vento a Trieste vi fu, al cantiere San Rocco, una sala-tettoia adibita ad uso dei carpentieri navali e un’altra sala-tettoia adibita ad uso dei falegnami”. Inoltre “numerose case private ebbero pure gravi danni: tetti volati via, camini sradicati, comignoli spezzati e lucernari infranti”.
Era allora attivo quel porto Francesco Giuseppe che, poi divenuto Duchi d’Aosta, oggigiorno viene associato al Porto Nuovo. Il Piccolo, fedele alla sua linea liberal nazionale, preferiva definirlo il Porto di S. Andrea. Proprio qui, nonostante la modernità delle strutture, la centrale elettrica vide il tetto scoperchiato, sebbene Il Piccolo si affrettasse a precisare che la ragione non era riconducibile al materiale “in eternite”, all’epoca una novità.
Non mancarono gli infortunati, ad esempio “Domenico Olandese, di 60 anni, dimorante in via Francesco Denza n. 3, venne investito da una violenta raffica di Bora e lanciato contro un fanale in modo da riportare una contusione al torace. Ricorse all’Igea [la farmacia tutt’oggi esistente]”.

La bora mantenne, per due ore, la velocità di 112 chilometri orari, con raffiche di 131. Il treno Trieste-Parenzo, dotato di un locomotore relativamente piccolo e su una linea con scartamento ridotto, partì alle 3 del pomeriggio del 31 marzo diretto verso la stazione di Campo Marzio. I piroscafi, a causa della bufera, avevano sospeso le proprie tratte, pertanto il treno, composto da sei vagoni, aveva 180 passeggeri a bordo. Proprio a 150 metri dalla stazione di Muggia la bora rovesciò dapprima un vagone che trascinò poi con sé il resto del convoglio. L’urto fu durissimo, con 3 morti, 6 feriti gravi e 12 feriti leggeri. La bora era talmente forte che impedì per oltre due ore l’arrivo dei soccorsi; inoltre non vi era un secondo binario da utilizzare dopo Zaule.
Il Piccolo, a distanza di due giorni dall’incidente descrisse la scena dopo l’incidente: “Un piccolo fanale di ferroviere […] illumina di fioca luce un breve spazio, sul cui fondo s’allunga, lugubre serpe contorto, il treno della Morte […] Di tutto il treno solo un vagone è in piedi: un carro-merci che è l’unico anche che sia rimasto fisso sul binario. Tutti gli altri sono come sbalestrati da una forza immane e tenuti insieme soltanto dalle catene di allacciamento. La locomotiva che porta il n. 23 è anch’essa fuori dalle rotaie. Il vagone fatale, rovesciandosi, dovette trarla a sé, e non riuscendo a trarla, dato il peso di essa, nella caduta, riuscì però a far saltar fuori dalla linea. Il manometro della locomotiva segna 3.2 di pressione: e ciò da agio di stabilire che il macchinista, nonostante il deragliamento e la caduta del vagone, non diede libera uscita al vapore: sicché, se la locomotiva si fermò, ciò fu soltanto in seguito all’esser affondata con le ruote nel terreno e all’essere trattenuta dal vagone caduto”.
La reazione delle autorità austriache fu veloce e immediata: la linea venne protetta, nel tratto dove si era verificato l’incidente, con un paravento costituito da una palizzata e i vagoni furono appesantiti con una zavorra di ghisa e blocchi di pietra.
Tuttavia, nelle settimane successive, il convoglio Trieste-Parenzo viaggiò vuoto di passeggeri, perchè nessuno aveva il coraggio di salire sul “treno della morte”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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