Ricordando Giorgio Strehler, da “ragazzo di Trieste” a maestro del teatro italiano

14.08.24 – 08:36 – “Siamo qui per fare teatro, ossia per dare qualcosa di noi al mondo, realizzando in cose vive e concrete le parole dei poeti che noi serviamo”. Con queste parole, Giorgio Strehler espresse la sua concezione e tutto il suo amore per l’arte teatrale. Nato a Trieste il 14 agosto 1921, Strehler fu uno dei più grandi registi teatrali del XX secolo che lasciò dietro sé una vivida impronta del proprio talento ed intima genialità. Uno stile, il suo, impresso tra le quinte dei palcoscenici, che segnò tanto il suo pubblico quanto le personalità dello spettacolo con cui ebbe un legame, lavorativo ed umano. E umano è esattamente l’approccio di Strehler, ricordato per il suo animo sensibile alimentato da luci ed ombre.

Fin da piccolo venne catturato dal fascino della drammaturgia e dal ruolo del regista, seguì corsi di recitazione e dizione all’Accademia dei Filodrammatici a Milano, per poi entrare a far parte di varie compagnie teatrali anche fuori dall’Italia. Fu così che venne in contatto con i grandi artisti del tempo come Bertolt Brecht e Riccardo Muti.

Fu però a Milano che Strehler sancì un legame profondo con la città dove nel 1947 fondò il Piccolo Teatro insieme a Paolo Grassi, primo teatro stabile pubblico in Italia, dando vita ad una rivoluzione nel panorama del teatro italiano verista del tempo, servendosi della recitazione come veicolo di cultura e consapevolezza. Tra le sue produzioni più celebri si ricorda “Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni, che raggiunse nel 1947 la fama internazionale e che divenne il bigliettino da visita del teatro italiano nel mondo.

Egli fu un punto di riferimento e fonte d’ispirazione dall’indistinguibile stile istrionico, ora sensibile ora severo, ma sempre unico nel suo genere. Come il teatro fu galeotto per Strehler, così lui stesso è stato un vero e proprio “coup de foudre” (o in questo caso piuttosto un “coup de  théâtre“) per i tanti che si sono appassionati alla sua figura e alla sua vita. Una tra questi è la giornalista udinese Cristina Battocletti, autrice del libro “Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste. Vita, morte e miracoli” (2021, La Nave di Teseo), il quale racchiude un ritratto dell’artista veritiero e sincero, basato su più di sessanta testimonianze dirette raccolte nell’arco di un anno e sulle fonti archivistiche del museo teatrale Schmidl di Trieste e del Piccolo Teatro di Milano.

In un’intervista, l’autrice afferma che dalle opere di Strehler “usciva il bambino che c’era in lui”. “Nei suoi spettacoli si creava un utero materno che dava protezione, tra le poltrone ed il sipario. Strehler creò un teatro innovativo ma soprattutto umano, per tutti”, sostiene Battocletti.

Definito da quest’ultima “una contraddizione vivente” – o, come disse una delle sue compagne di vita, Ornella Vanoni, un “tutto teatro” – Strehler fu un uomo tormentato e meticolosamente attento alla cura dei dettagli e nella comprensione dei testi teatrali che scandagliava per capirne il valore storico dell’epoca e il significato da attribuirvi nella sua contemporaneità, utilizzando la scena come cassa di risonanza delle sue riflessioni ed analisi sui cambiamenti della società.

Nonostante l’attaccamento a “la bella Milan”, Strehler volle essere seppellito a Trieste, casa delle sue radici per la quale ebbe sempre una naturale adorazione. Dalle testimonianze raccolte, si diceva ironicamente che parlasse soltanto due dialetti, il triestino e il milanese, talora mescolati; egli, invece, parlava diverse lingue, facoltà che contribuì a creare il suo successo e riconoscimento internazionale in quelli che furono a tutti gli effetti gli anni d’oro del teatro del XX secolo.

A 27 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 25 dicembre 1997 a Lugano, lo spirito e la firma di Strehler continuano ad impattare e ad ispirare artisti e spettatori, trasformandolo da semplice “ragazzo di Trieste” a uno dei più grandi maestri nella storia del teatro italiano e mondiale.

[e.s.]

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