Attentato di Sarajevo, chi fu l’autista? L’enigma del triestino Diviak

29.06.2024 – 07.01 – Ricorrevano ieri, 28 giugno 2024, i centodieci anni dall’attentato di Sarajevo. Scintilla del fuoco che sarebbe divampato con la prima guerra mondiale in tutta Europa, lo Sarajevski atentat viene considerato l’elemento scatenante, il ‘casus belli’ per definizione nei libri di storia. Tuttavia i giornali discutevano da anni dell’eventualità d’un grande conflitto mondiale; le stesse annate de Il Piccolo e in particolar modo di un organo di carta sensibilissimo alla geopolitica e al mondo industriale quale Il Lavoratore avevano più volte avuto il presentimento di una grande guerra.
La stessa Belle Époque era stata, al di fuori del continente europeo, insanguinata di piccoli, ma violenti conflitti: le guerre anglo-boere (1880-1881 e 1899-1902), la guerra dei Boxer (1899-1901), il conflitto russo-giapponese (1904-1905), la guerra italo-turca (1911-1912) e le guerre balcaniche (1912-1913). Le forze materiali dell’economia delle grandi potenze premeva per un conflitto, ne rappresentava la scientifica evoluzione; l’attentato di per sé era ininfluente.
C’è anche un elemento triestino, nel contesto dell’attentato di Sarajevo: ci riferiamo infatti all’autista che guidava l’automobile bersaglio dell’assassinio. Carlo Cirillo Diviak aveva all’epoca 24 anni e guidava le macchine della fabbrica di birra Dreher. Triestino, trovò poi lavoro a Gorizia quale autista personale del conte austriaco Booswaldeck. Apprezzandone la professionalità e la guida ‘sicura’, il conte lo raccomandò alla Corte Imperiale di Vienna. Questa era, a propria volta, alla ricerca di un uomo al volante per l’automobile dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, nella Bosnia provincia austriaca. I generali contorni della storia sembrano qui corrispondere, l’esistenza di Diviak sembra confermata dalle foto e dai molteplici articoli di giornale. La vicenda però assume presto contorni ben diversi, deviando dalla storia reale: Diviak infatti raccontò, durante un’intervista de Il Piccolo del 20 agosto 1967, di aver visto quale autista l’attentato famoso. E ne riepilogava lo svolgimento: innanzitutto il lancio, lungo la strada per il Municipio, della prima bomba. “Ho visto l’Arciduca allungare una mano e colpire l’ordigno, buttandolo a terra. Poi lo scoppio, i feriti”. Poi l’imbocco della strada sbagliata – anche se Diviak raccontò che era stata una decisione dell’Arciduca che voleva recarsi all’ospedale onde visitare i feriti – la retromarcia fatale e infine lo sparo. Gli storici affermano che i colpi di pistola furono due, mentre Diviak raccontò tanto a Il Piccolo che “Gavrilo Princip sparò un colpo, che ferì dapprima l’Arciduchessa al cuore; il proiettile poi, trapassatala da parte a parte, colpì Francesco Ferdinando alla gola”.

Una bella storia e come tale riportata dai giornali locali. Eppure guardando alle fonti straniere si rinviene un altro nome, cioè quello del ceco Leopold Lojka. Proprio cinque giorni dopo la morte di Diviak, nel 1968, la vedova di Lojka affermò che era stato il marito l’autista della Daimler dell’Arciduca. Diviak invece guidava l’auto del conte Booswaldeck che era la seconda vettura del corteo, targata ‘K 29 A’. Originario della Moravia, Lojka si era distinto a inizio novecento per aver calmato dei cavalli in preda al panico ed era stato pertanto assunto quale autista da un conte boemo; questi a propria volta, proprio come il conte di Diviak, aveva accompagnato l’Arciduca Francesco Ferdinando nel viaggio in Bosnia. E, secondo le fonti internazionali, fu Lojka a ricevere l’incarico di guidare l’auto dell’Arciduca la mattina del 28 giugno. Come Diviak, anche Lojka ricevette dall’imperatore Francesco Giuseppe un orologio d’oro “per i servigi prestati durante il soggiorno di Sua Altezza reale e imperiale Francesco Ferdinando e della consorte a Sarajevo”. Dopo la guerra Lojka gestì una locanda a Znojmo e poi a Brno, odierna Cechia, fino alla morte nel 1926 (buffo sincronismo: molti italiani paragonano Brno a Trieste e viceversa). A differenza di molti nazionalisti cechi Lojka rivendicò sempre con orgoglio il proprio ruolo di chaffeur dell’Arciduca.
Il Time Magazine e il Deutsche Zeitung riconobbero entrambi nel 1926 Lojka quale ‘fatale autista’ dell’attentato. La foto dell’autista, il 28 giugno 1914, sembra in effetti essere quella di Lojka, anche se mancano gli iconici baffetti.

Quindi chi fu il reale autista? E se Lojka o Diviak mentivano, a quale pro? Sarebbe necessario operare un lavoro di archivio e avere le ‘carte’ con le quali confermare che, quel giorno, era stato ordinato a Diviak o a Lojka di guidare la Daimler fatale. La foto sembra però corrispondere al volto di Lojka, confermare le fonti straniere. Diviak, come Lojka, conservò in cuor suo un acceso lealismo alla casa d’Austria: rimase un eccellente autista e meccanico, continuando a lavorare per diverse ditte, tra cui la Dreher e l’Adria Bauxite di Sebenico. Quando il regime fascista impose l’italianizzazione dei cognomi conservò tenace il proprio, rimanendo disoccupato per sei lunghi anni. E nel 1958 il sindaco Gianni Bartoli lo premiò quale ‘pioniere del volante’. Forse risiede proprio in questa ostinata fedeltà agli Asburgo la spiegazione dietro questa sovrapposizione di ruoli: tanto Lojka, quanto Diviak vollero assumersi su di sé il fardello di quel giorno fatale, di quella pallottola che aveva trapassato la loro anima mitteleuropea.

Fonti: ‘Ha visto solo l’alba del 1968 Diviak l’autista di Sarajevo’, Il Piccolo, 5 gennaio 1968
‘Chi era al volante quel giorno a Sarajevo?’, Il Piccolo, 11 gennaio 1968
‘L’autista di Sarajevo aspetta di vedere sé stesso nel film’, 20 agosto 1967
divjak e il bivio della morte, Il Meridiano di Trieste
Milestones, The Time, 9 agosto 1926
Testimonianza di Antonia Favretto, nipote di Cirillo Diviak – Sottomarina di Chioggia – Agosto 2015, Youtube

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

Dello stesso autore