25.06.2024 – 09.07 – Stregato da una favola, sedotto dai Beatles, semplicemente incantato dallo scibile delle sette note. Se la vita è uno spartito Michele Veronese ne scrive ogni giorno un rigo e ne tramanda poi un solfeggio, dando vita ad una passione che germoglia attorno ai 12/13 anni con i primi accordi sulla chitarra e che prosegue sotto la guida della nonna pianista e della cugina Raffaella, quest’ultima cultrice della musica antica e delle prassi tradizionali in chiave di esecuzione.
Musico e non musicista. Michele Veronese ama spesso presentarsi così, dando vezzo e rilievo ad un termine magari arcano ma che riflette un rapporto ancor più intimo, quasi assoluto se vogliamo, con il mondo delle note, della composizione e della ricerca.
Dicevamo dei primi accordi strimpellati alla chitarra. In realtà una sorta di scintilla era già scoccata verso i cinque anni, all’ascolto del racconto “I musicanti di Brema”, favola dei primi dell’Ottocento firmata dai fratelli Grimm dove la morale di fondo incita alla collaborazione tra soggetti (l’orchestra?) e al saper agire e reagire: “Ero molto piccolo – ricorda Michele Veronese – ma l’ascolto dei “Musicanti di Brema” mi fece capire che la musica doveva diventare la mia strada”.
È stato così. Lo studio diventa poi la prassi, ancora studio della chitarra con il compianto Enzo Sulini e poi molta formazione accademica, con il contrabbasso e la viola da gamba. L’altra scintilla? È la musica dei Beatles, un classico si può dire, fonte con cui Michele Veronese accentua la passione, implementandola poi con gli album di Crosby, Still, Nash &Young.
Insomma, melodia, pop d’autore, musica antica e le carezze folk – rock. Il quadro è vasto ma non è esaustivo per il folletto triestino. Ecco allora l’altro spunto determinante, costituito dallo sguardo all’Irlanda, anche con un respiro storico, un tema favorito anche da papà Leone, noto ricercatore e scrittore. La vena Irish lo cattura e ne ridisegna il respiro di vita, Nasce il così il gruppo “Gween” e Michele in veste di leader abbraccia prima il violino e parallelamente l’arpa celtica, portando alla ribalta il verbo dei “Set” e delle ballate popolari, quelle che andranno ad animare teatri, piazze, pub e all’occorrenza anche le osmizze dell’altipiano carsico.
Lo studio tuttavia resta al centro. Un musico non si improvvisa e per Michele l’approdo in Conservatorio sarà un passo quasi obbligato, “imposto” dal suo desiderio di ricerca: “Il Conservatorio resta importante per una serie di motivi – afferma l’ex leader dei “Gween” – oltre ad una solida formazione ti esorta allo studio di elementi che non prenderesti mai in esame da autodidatta. Ti forma e ti aiuta a scegliere la tua vera strada nella musica”.
A proposito di strada, quella autentica. Michele Veronese in carriera ha abitato palchi e festival ma non scorda l’emotività provata in veste di “Busker”, si, colui che si esibisce nei luoghi pubblici, regalando arte e ricevendo (non sempre) una carezza libera e spontanea in monete riposte in un piattino: “E’ stata una esperienza fatta da giovane, in giro per l’Europa – racconta – ed è stata fondamentale, unica, formativa. Nessuno ti conosce e devi saper riempire i tempi con le tue capacità con la gente che ti passa davanti, anche di fretta. È stato bellissimo e devo dire, anche remunerativo…”.
Arriva poi il tempo di un vero leggìo, spartiti d’autore e di un pubblico pagante che sfoggia l’abito della sera. Dalla metà circa degli anni ’90 Michele Veronese lavora in veste di contrabbassista all’Orchestra Lirica “Verdi” di Trieste, altro tempio del suo percorso, quello che si identifica in lavoro, lo stipendio mensile. E la famiglia? Michele Veronese ha subito trasmesso ai suoi pargoli, Demetra, Archimede e Jethro.
Demetra sembra già intrigata dallo stile Irish e si sta dando da fare con l’Ukulele, Archimede ha preso confidenza anche egli con i Beatles e alcuni strumenti mentre il maggiore, il dodicenne Jethro (si, tributo ai Jethro Tull) ha già un repertorio di brani originali e medita a breve il debutto sul palco da solista. Michele invece prosegue il suo percorso tra generi, stili, correnti (tante) e risorse (poche) sul piano degli spazi da sfruttare: “Nella mia carriera non ho incontrato tanti appassionati della musica a 360° – riflette Veronese – io ne amo invece tutte le sfaccettature, cerco di viverla in tutte le sue forme. Non riesco a fare diversamente, non c’è un attimo nella mia vita che io non pensi alla musica, al suo fascino e alle possibili emozioni”. E’ la missione del Musico. Let It Be.
[Michele Veronese è nato a Trieste 57 anni fa, diplomato con il massimo dei voti in contrabbasso al Conservatorio “Tartini” e nella viola da gamba, direzione barocca di coro e orchestra all’Accademia “The Early Music School of Europe”. Lavora dalla fine degli anni ’90 con l’Orchestra della Fondazione Lirica “Giuseppe Verdi” di Trieste, è laureato in arpa celtica gallese all’Accademia Studi Celtici di Edimburgo, suona inoltre vari strumenti, dalla chitarra all’irish banjo sino al violino. Sin da giovane ha studiato musica rinascimentale e barocca con Donato Fiume, successivamente ha seguito corsi di musica da Camera e direzione d’orchestra alla corte di Frans Brueggen.
Concertista e compositore, nel 1991 ha scritto, eseguito e registrato la colonna sonora ideata per la mostra sui Celti allestita a Venezia, a Palazzo “Grassi”. Si è esibito in vari teatri in Europa ma anche a Dubai e in Giappone, incidendo per la Rai, RTV Slovena e altre emittenti internazionali.
È stato uno dei pionieri, non solo in regione, del filone Irish, fondando nel 1987 il gruppo “Gween”, con cui ha inciso otto album e vivendo esperienze sui palchi di alcune delle maggiori rassegne internazionali del genere folk irlandese.]
[f.c]


