26.01.2023 – 12.00 – Una storia di amicizia, di crescita, ma soprattutto di vita. È lo scrittore triestino Massimiliano Alberti ad accompagnarci in un viaggio che parte dalle frenetiche vie del Vynnykivskyi bazar, a Leopoli. Già famoso per le sue opere precedenti, quali ‘L’invitato’ (Infinito edizioni, 2018) e ‘La Piccola Parigi’ (Infinito edizioni,2020), finalista del premio letterario ‘Pontremoli, città del libro e della famiglia’, Massimiliano torna sulla scena letteraria italiana, sfruttando una narrazione di impatto, schietta e innovativa, per lasciarci ancora una volta a bocca aperta.
“Ho voluto scriverlo in poche pagine – racconta lo stesso autore- perché volevo ricalcare anche un po’ l’incisività de ‘La morte a Venezia’, o ‘L’amico ritrovato’: quindi veloce, incisivo, mai politico. L’idea pertanto, non è quella di scrivere un racconto politico, ma di spiegare unicamente cosa succede nella società ucraina.
Lo scopo, quindi, era di arrivare al lettore con un libro che facesse riflettere dal punto di vista sociale: era stato pensato come una narrazione pura, anche ironica, ma purtroppo l’invasione in corso ha cambiato sia la vita dei personaggi, che lo spirito del libro stesso.
Non me la sentivo di parlare di cose piacevoli: certo, le guerre ci sono sempre state, ma quando sono così vicine a te e coinvolgono una parte d’Europa, mi sembrava una responsabilità sociale raccontare quello che stava accadendo, dal punto di vista narrativo”.
L’opera ‘Vynnyki bazar’ (edita da Infinito edizioni) traccia la storia del giovane Oleh, che insieme ai compagni Arseniy, Carpa e Mariya, nasce e cresce tra le baracche di uno dei dodici mercati di Leopoli. Ma, come scopriranno gli stessi protagonisti, lasciare quelle mura non sarà un’impresa tanto semplice. Riusciranno i quattro giovani a realizzare i loro sogni o l’invasione Russa li stroncherà irrimediabilmente?
Come tu stesso hai scritto, la copertina è tratta da un mosaico presente all’interno dello stesso Vynnyki bazar, che significato hanno questi simboli?
“Ho chiesto che significato avessero i segni, in realtà penso che il girasole e la gallina rappresentino il cibo, come quelli in parte, a simboleggiare della frutta e poi il libro aperto è rappresentativo della cultura, presa in certa considerazione al tempo, in quanto si riteneva che anche per il lavoratore fosse necessario istruirsi”.
Perché la doppia figura femminile?
“Perché si riteneva che anche per le donne – siamo in epoca sovietica- fosse necessario acculturarsi. Nonostante facessero un lavoro di mercato, era importante fossero istruite”.
Quali sono state le principali difficoltà che hai riscontrato durante la stesura?
“La cosa più difficile sicuramente è documentarsi, io ho cercato di essere preciso sulle cose che so, come politica e geopolitica, ma che non voglio esprimere perché il mio lavoro non è fare il politico, ma il romanziere. Quindi c’è una barriera importante tra il dire e non dire: io perciò ti racconto cosa succede, poi sta a te. Ho sempre cercato di non superare quel confine”.
Quale trovi sia l’argomento o il tema più significativo o che riporteresti ad un lettore che si trovasse davanti al tuo libro per la prima volta?
“Io volevo scrivere dei ragazzi che lavorano e vivono lì, perché volevo spaziare un pochino fuori da Trieste e volevo spiegare il funzionamento dei mercati, che da noi, per via della grande distribuzione, non ci sono più. Volevo descrivere questo bazar rurale e raccontare questa storia ironicamente, ma purtroppo per gli avvenimenti accaduti, tutto ha preso una piega diversa, più cruda e diretta, ma mai volgare”.
Con lo svilupparsi della storia tratti di una molteplicità di temi e argomenti variegati. Quale, dopo quello sociale , che è il primario, ti importava particolarmente di inserire?
“Oltre a quello sociale, sicuramente l’educazione alimentare era un altro dei temi a cui tenevo”.
Come descriveresti con solo tre aggettivi ‘Vynnyki bazar’?
“Veloce, crudo, diretto. Diretto perché arriva alla pancia o al cuore del lettore; veloce perché scappano via le pagine, non mi soffermo troppo, come magari ne ‘La piccola Parigi’; crudo nel senso di reale”.
Scrivi ormai da diversi anni, quali trovi siano state le maggiori soddisfazioni durante questo percorso?
“Essere letti: la cosa più importante, e l’ho riscontrato anche con la Piccola Parigi. C’è un insieme di soddisfazioni, ma essere letti ovviamente fa piacere. E nemmeno ci credevo all’inizio.”
Hai anche già parlato di come sentissi che il processo della scrittura fosse anche un utile esercizio di scoperta di sé stessi: lo provi ancora?
“Tanto, soprattutto con i primi libri. È come andare dallo psicologo: nei primi due libri in modo particolare, perché erano più autobiografici, quindi più autentici, in questo senso”.
Come svolgi il processo di editing e come sai quando una scena è conclusa?
“Ogni autore ha il suo modo di lavorare. C’è chi si prepara prima, io invece sono un po’ ‘colorato’: di solito, quando sento che è la fine del capitolo, è la fine.
Ovviamente quando scrivo so dove devo arrivare con la fine di quel preciso capitolo, per poi riagganciarmi con quello successivo.
In questo caso poi non ho messo numeri, ma dei titoli: infatti sarebbe come un insieme di racconti”.
Credi nel blocco dello scrittore e se sì, come sei in grado di gestirlo e superarlo?
“È tutto soggettivo. Il blocco accade quando hai dei problemi esterni che non ti permettono di concentrarti completamente sul tuo lavoro, devi riuscire a trovare la tranquillità ed il tuo individuale modo di raggirare le distrazioni, come ad esempio il telefono.
Per di più nei primi libri metti sempre del tuo, poi acquisisci maggiore tecnica con il tempo, dipende sempre dalla cosa che vuoi dire. Se non sai cosa vuoi esprimere o dire, allora lì avrai un blocco. Io di solito mi occupo leggendo molto e così mi ritorna la voglia di rimodellare il mio lavoro”.
Quali sono i tuoi autori preferiti?
“Fitzgerald, Wilde, Moehringer con ‘Il bar delle grandi speranze’. Di italiano, Cognetti con ‘Le otto montagne’, che secondo me ha già creato un classico. Un altro poi che mi fa impazzire è ‘Alta fedeltà’ di Hornby, di cui adoro l’ironia”.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Ci sono dei futuri progetti per un quarto libro, però non dirò il tema. Sicuramente tornerò a Trieste e parlerò di gente normale, perché, almeno per ora, non sono molto interessato a figure illustri. Poi chi lo sa in futuro, si può sempre cambiare”.

[m.g]


