12.11.2022 – 07.01 – La spartizione della Polonia ad opera delle principali potenze europee nel settecento rappresentò il maggior sfregio al proclamato ‘Secolo dei lumi’; sebbene, sotto un profilo storico, fu la conseguenza dell’incapacità dello stato polacco di compiere la transizione a uno stato centralizzato e unitario, essendo lacerato dalle lotte interne dell’aristocrazia, altrove sottomessa al monarca (es. in Francia).
Eppure paradossalmente, nel caso austriaco, la nazionalità polacca si trasformò presto dall’essere il gruppo maggiormente rivoluzionario a divenire “il più robusto pilastro del governo austriaco” (Kann). Nel 1910 i polacchi erano, con 4 milioni 900mila, il quarto gruppo nazionale dell’impero, concentrato per lo più nella Galizia, il territorio annesso nel 1772. L’aristocrazia polacca in Galizia regnava su vaste masse d’impoveriti ruteni; e se già favoriti dall’essere la classe dirigente nella periferica regione, i nobili polacchi seppero poi manovrare con abilità la corte a Vienna. Il malcontento di cechi e croati sviluppatosi a seguito dello storico compromesso con l’Ungheria del 1867 presentò ai polacchi all’interno dello stato austriaco un’opportunità: presentarsi come una nazione fedele agli Asburgo, onde ricevere in cambio piena autonomia. I polacchi garantirono infatti all’Austria una maggioranza parlamentare; e Vienna, a sua volta, concesse al Partito conservatore polacco autonomia linguistica, universitaria e culturale, de facto trasformando la Galizia in una provincia polacca sotto l’egida austriaca.
Questo sguardo favorevole alla cultura polacca era già presente negli anni Sessanta dell’ottocento, durante un periodo turbolento connesso alle guerre di indipendenza, alle prime riforme liberali varate dallo stato austriaco e dall’esperimento della Costituzione del 1861. L’impero austriaco si allontanava gradualmente dall’autocrazia connessa alla Restaurazione e sperimentava, dopo il trauma del 1848, nuove forme di governo e gestone delle nazionalità all’interno dei propri possedimenti. Sebbene il contrasto culturale e governativo non fosse così netto come a fine ottocento, l’Austria era già un regno diverso dall’autocrazia senza limiti dello Zar ‘di tutte le Russie’. Le due potenze conservatrici si allontanavano a grandi passi legislativi, economici e politici, perseguendo nel caso dell’Austria un giusnaturalismo che affondava le sue vigorose radici nell’illuminismo settecentesco.
Quando i polacchi nei territori occupati dalla Russia tentarono l’insurrezione, animati da una consapevolezza nazionale ancora molto viva, molto presente, l’Austria giocò un ruolo ambiguo. Sebbene non si schierasse a favore degli insorti polacchi, nemmeno li ostacolò; certo non vi fu quell’appoggio plateale dimostrato da Napoleone III, né l’invio di armi o volontari. Però, quando l’insurrezione venne spenta nel sangue e per decine di migliaia di polacchi iniziò un tormentato esodo in Siberia, Vienna intervenne. Tra questi polacchi infatti vi erano persone con cittadinanza austriaca; galiziani, va da sé, accorsi ad aiutare i confratelli. Ma non solo. Tra i nomi certo più curiosi spicca un certo ‘Edoardo Ferdinando Vanon‘. Era un triestino, giovanissimo; e solo grazie all’Austria gli fu concessa l’amnistia e il ritorno ‘a casa’. Cosa ci faceva un triestino tra gli insorti polacchi?
Edoardo Ferdinando Vanon nacque a Trieste il 28 dicembre 1843, rispettivamente da Giacomo, un cancelliere della polizia austriaca e Maria Peer, una casalinga di origini svizzere. Gracile e prono alle malattie, Vanon fu presto mandato a vivere in Svizzera, affinché lontano dalle arie salmastre di Trieste, acquisisse tra le Alpi una buona salute.
Vanon visse diversi anni nel cantone dei Grigioni, a Schulz; poi ritornò, quale robusto ragazzotto adolescente, a Trieste. La madre morì all’improvviso, il 10 luglio 1865 e al padre non rimase che mandarlo a lavorare all’estero. Fu così che il giovane Vanon, munito di passaporto, giunse nella Varsavia sotto dominio zarista quale aiutante in una pasticceria di lusso. Il proprietario della pasticceria era lo svizzero Schletter; e dalla Svizzera era anche lo zio, padrone di un albergo, sembra proprio a Varsavia. La nazionalità, come avveniva coi greco-ortodossi e coi serbo-ortodossi di Trieste, permetteva di trovare un porto sicuro, tanto a Trieste, quanto a Varsavia. Legami etnici, religiosi e famigliari si ritrovavano intrecciati dall’esigenza di avere un alloggio, di trovare un lavoro.

Nonostante fosse un triestino dalle origini svizzere, Edoardo si lasciò suggestionare dai ‘fermenti rivoluzionari polacchi’ e abbandonò la pasticceria per arruolarsi. Ma era un garzone di pasticceria, non aveva diritti; acciuffato dal proprietario, venne chiuso a chiave in casa, dalla quale però fuggì immediatamente, per altro trascinando con sé il nipote svizzero del pasticcerie, anch’egli convinto di dover combattere per la libertà dei polacchi. Vanon combatté nelle sanguinose scaramucce che caratterizzarono l’insurrezione, ma venne infine catturato. Rimase sei mesi sotto processo dai russi “con le catene ai polsi e ai piedi”; poi venne condannato a due anni di reclusione “in fortezza” (oggigiorno lo definiremmo carcere duro) e ad un “esilio perpetuo” in Siberia. Vanon sopportò i due anni nel carcere russo di Nowogergewsk e successivamente fu deportato ad Arcangelo con una lunga, suicida, marcia nel pieno dell’inverno. Secondo le leggende – polacche, pertanto leggerissimamente russofobe – i prigionieri camminavano incatenati l’uno con l’altro nella neve, senza vestiti adeguati, sottoposti alle cattiverie dei gendarmi e malnutriti. E se qualcuno moriva, “lo si abbandonava in pasto ai lupi”. Dopo essere giunto ad Arcangelo, Vanon si mise a lavorare come fabbricante di fiammiferi artigianali.
Intanto, specie alla luce dell’amnistia concessa dallo zar il 29 aprile 1863 per alcuni insorti, l’Austria si mobilitava per reclamare i propri cittadini prigionieri; sebbene con le ambiguità di uno stato che non voleva nemmeno presentarsi come un ‘rivoluzionario’.
Ad ogni modo un cittadino austriaco era un cittadino austriaco; qualunque crimine avesse combinato non era faccenda che fosse pertinenza dello Zar giudicare. Il console imperiale a Varsavia si accordò con l’ambasciata austriaca a Pietroburgo; e si compilò una lista di cittadini austriaci nelle carceri russe, reclamati come propri. La motivazione era delle più semplici; ovvero dovevano frequentare il servizio di leva in Austria, anche qualora fossero stati nella più profonda Siberia. L’espediente ebbe successo, sebbene agli insorti austriaci venisse vietato di rientrare in Russia e in Polonia; il 30 marzo 1866, a tre anni dall’insurrezione, Vanon ricevette la grazia.
Tornato a Trieste egli non fece parola della sua vita passata, se non coi parenti stretti, preferendo aprire una caffetteria che gestì fino alla morte, il 30 dicembre 1883. Lo zolfo utilizzato per creare i fiammiferi in Siberia gli aveva avvelenato i polmoni; aveva infatti solo quarantatré anni.
Fonti: Luigi Carcereri, Un triestino, Edoardo Ferdinando Vanon, e altri austriaci nella insurrezione polacca del 1863. Intervento dell’Austria per l’amnistia, in Estratto dal ‘Bollettino della Società Letteraria di Verona’, n. 6, Novembre 1931, A. X.
[z.s.]


