Abissi di follia – seconda parte

13.03.2022 – 12.00 – La cella si trovava in fondo a un lungo corridoio. Barbieri vi si recò di corsa. C’erano già tre uomini che si stavano occupando del ragazzo. Era disteso sul pavimento. Gli avevano tolto la t-shirt; il petto era immobile. Alla finestra penzolava ancora la cintura dei pantaloni.
“Non c’è più niente da fare”, sentenziò uno degli agenti, alzandosi da terra.
Barbieri si accese una sigaretta. Prese una boccata lunga, profonda. Poi esalò il fumo in un’ampia voluta.
“E così il caso Vanessa Rimoli è chiuso”, mormorò cupo.

***

Simone Alfieri entrò in camera sua e si lasciò cadere sul letto. Chiuse gli occhi e fece un respiro profondo.
Dal piano di sotto, provenivano i gemiti e i pianti di sua madre. Due agenti di polizia si erano presentati a casa annunciando la morte di Francesco; aveva confessato l’omicidio, poi si era tolto la vita. La donna, incredula, era crollata subito e adesso stava rannicchiata sul divano in una maschera di lacrime.
Simone si rigirò sul letto. Tutto era andato alla perfezione.
Sapeva che le prove contro Francesco erano schiaccianti, e che lui, per natura caratteriale, non avrebbe retto molto la tensione e il fatto di essere reputato da tutti un assassino.
Con il fratello passato all’altro mondo, Simone non aveva più nulla da temere. Ricordò quella sera, la sera nella quale convinse Vanessa a uscire di casa, a farsi una passeggiata nel bosco per guardare le stelle. Le aveva mentito dicendo che non si sentiva bene e che aveva un assoluto bisogno di parlarle, da semplici amici. Lei aveva ceduto relativamente presto.
Una volta giunti nel bosco, Simone le era crollato ai piedi confessandole tutto l’amore e l’attrazione che provava nei suoi confronti.
Vanessa si era sentita in profondo disagio.

“Ma io… a me piace tuo fratello, e lo sai”, aveva mormorato sorpresa.
Simone, allora, non ci vide più. La sola idea che non avrebbe mai potuto sentire il tocco delle sue labbra e la sua presenza accanto, lo rese cieco mentalmente.
Aveva preparato tutto, un piano che gli sembrava essere perfetto. Prima di uscire, aveva indossato una t-shirt del fratello, il coltello nella tasca dei pantaloni.
Vanessa aveva espresso il desiderio di tornare immediatamente in paese. E quando si girò per avviarsi lungo il sentiero, lui l’assalì alle spalle e la sgozzò.
Vanessa emise un gridolino strozzato, di sorpresa, di dolore; poi si piegò in due e rovinò al suolo reggendosi la gola.
“Se non con me, con nessuno”, aveva sibilato Simone.
Vanessa si trascinò al suolo per qualche centimetro, raggiungendo una macchia di cespugli. Poi si era accasciata tra di essi e aveva smesso di muoversi.
“Amore mio, non volevo che finisse così”, aveva mormorato il ragazzo.
Poi, dopo essersi accertato della sua morte, si allontanò dal luogo del delitto. Seguì il sentiero rischiarato dai barbigli lunari e si avviò verso il paese.

Tornato a casa, prestando attenzione a non fare il minimo rumore, ripulì alacremente il coltello nel lavabo, poi, vedendo che la t-shirt aveva qualche macchiolina di sangue, decise di nasconderla nella cesta dei panni sporchi, sul fondo. Lì l’avrebbe ritrovata come unica prova della colpevolezza del fratello.
Ma, adesso, nonostante tutto sia andato secondo i suoi piani, si sentiva strano, pesante come roccia. Il fiato corto, il cuore martellante. E una strana sensazione di oppressione alla bocca dello stomaco.
Si alzò dal letto. Scese di sotto e passò alle spalle di sua madre. Lei stava ancora piangendo, lo sguardo perso nel vuoto davanti a sé.
Non le disse niente, avanzò piano e uscì di casa. Aveva voglia di aria fresca, di restare da solo, magari a contemplare il paesaggio mozzafiato delle montagne.
Salì in macchina e lasciò il paese.

***

Il commissario Antonio Barbieri abbandonò il paese di Roccaforte verso ora di pranzo. Voleva tornarsene a casa, lasciarsi alle spalle quel caso e prepararsi energicamente al prossimo che, di certo, gli sarebbe capitato.
Salì a bordo della propria vettura. Uscì dal paese e si ritrovò a percorrere la strada tortuosa che dalla montagna portava a valle.
A un certo punto, dovette rallentare e fermarsi. Una fila di automobili e camion si estendeva davanti a lui. Doveva essere successo qualcosa. Forse un incidente.
Barbieri scese dalla macchina, avanzò accanto i veicoli in sosta e, giunto a un tratto, si fermò sorpreso. Davanti a sé vide una squadra di pompieri che stava cercando di arrestare il fuoco che divorava un’automobile. Un pullman era fermo a lato della strada, in senso contrario alla sua, e aveva il parabrezza distrutto. Il conducente si trovava già a bordo di un’ambulanza, che partì a sirene spiegate.
Barbieri guardò la vettura in fiamme, provando pena per il poveraccio che, probabilmente, si trovava ancora all’interno.
Si accese una sigaretta, inspirò ed espirò a fondo il fumo. Poi tornò a bordo della propria vettura.
Attese paziente che il traffico riprese a scorrere. Dopo alcuni minuti, passò davanti il veicolo coinvolto nel frontale. Le fiamme si erano dissolte, aleggiava una grande nube di fumo tutt’intorno. Barbieri avanzò oltre, ignaro che quella vettura apparteneva alla famiglia Alfieri.
Aveva solo voglia di rivedere il volto raggiante di sua moglie, prima di tuffarsi a capofitto nella palude oscura di un nuovo caso.

[d.s]

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