Il messaggio del Giorno della memoria si rinnova a San Sabba

27.01.2021 – 14.23 – È giusto che nel Giorno della Memoria, a Trieste, la cerimonia ufficiale si svolga a San Sabba. Questo ex stabilimento per la pilatura del riso, adibito in un periodo preciso dell’occupazione tedesca a campo di detenzione, smistamento e sterminio, è stato dichiarato monumento nazionale nel 1965. Il luogo fisico, lo spazio di San Sabba, trasformato dalla ristrutturazione di Romano Boico del 1975, parla a tutti noi. È evidente che il suo interesse non deriva da meriti artistici o paesaggistici, piuttosto da demeriti. Come ha detto l’arcivescovo Crepaldi (successore di quel Santin che in piena Seconda guerra mondiale si impegnò nella liberazione da San Sabba di Giani Stuparich): “Queste mura ci parlano. Ci interrogano sulla nostra responsabilità di cristiani e di esseri umani”. Certi snodi storici non possono essere obliati, perché la loro eredità ci ha resi ciò che siamo, cittadini di una democrazia facente parte di un’organizzazione europea di nazioni. Soprattutto, continua a renderci tali ogni giorno, come ha sottolineato nel suo intervento, a conclusione della cerimonia, Peter Ciaccio, pastore metodista: “Dietrich Bonhoffer, pastore luterano tedesco giustiziato nel campo di Flossenbürg, diceva che soltanto chi grida per gli ebrei può cantare anche il Gregoriano“. Il Gregoriano, il canto di chi si rivolge a Dio, non spetta dunque a chi resta in silenzio di fronte ai soprusi.

Non è un passaggio scontato. Durante l’attività del campo di San Sabba, mentre all’interno dell’ex Pilatura di riso le SS sterminavano partigiani comunisti sloveni e croati, combattenti per la resistenza italiana, ebrei (si stima che circa 5000 persone persero la vita a san Sabba), Trieste non reagì. Come dice Elio Apih in “Trieste”, “La città sopportò e tacque. Si è affermato che non si sapeva ma, perlomeno a chi aveva responsabilità e informazioni, i fatti, sia pur con approssimazione, erano noti; (…) non consta che quel posto sia mai stato disturbato”. L’assenza di un sabotaggio o di un attacco diretto al campo da parte della popolazione durante l’occupazione nazista è un fatto.

Il sindaco Dipiazza ha aperto la serie di interventi ponendo l’accento sull’importanza della consapevolezza, soprattutto nei giovani, degli orrori commessi dal terzo Reich: “Man mano che i testimoni diretti di quel periodo vengono meno, si fa sempre più importante la conoscenza da parte dei giovani di quanto è accaduto. Qui a San Sabba l’uomo ha perso la sua umanità. Questa cerimonia, oggi come nei prossimi anni, non deve e non dovrà avere funzione consolatoria, ingiallire come una vecchia fotografia. Mai come nel processo di pacificazione in atto dopo la fine del secondo conflitto mondiale, serve ricordare il passato per andare oltre gli errori commessi. Il messaggio per i giovani è: non ideologizzate il passato, inseguire sempre giustizia, libertà, legalità. Tutto il mondo – ha concluso – dovrebbe chiedere scusa agli ebrei. Io, in quanto sindaco di Trieste, lo faccio”. Era presente anche il Presidente della Regione Fedriga, insieme a lui autorità politiche, militari e religiose

La disumanità può essere anche legalizzata e ufficializzata, come dimostra la Conferenza di Wansee del 1942: rese programmatici e finalizzati ai sogni nazisti di espansione globale la schiavizzazione, l’asservimento e lo sterminio di interi popoli. Al di là delle diverse posizioni riguardo all’adozione di un calendario civile (quali celebrazioni prediligere? Quali no?), rimane il messaggio della ricorrenza di oggi, 27 gennaio, giorno scelto perché in questo giorno le forze sovietiche entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz. In questo risiede il valore storico, ai nostri occhi, della Risiera di San Sabba e della sua storia: una presa di coscienza civica e forse umana.

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