05.09.2020 – 09.06 – Uno degli argomenti ricorrenti durante ESOF2020 era la questione delle pubblicazioni scientifiche: come e quando andare in stampa, specie in tempi di sensazionalismo mediatico, quando ogni paper viene agitato come l’ultima scoperta dai giornali e dai Social.
L’argomento è stato dibattuto dal giornalista Clive Cookson (Financial Times) durante il panel “COVID-19: Unveiling Ground-Breaking Research on Brain Impacts & the Search for Novel, Plant-Based Vaccines“.
Il Prof. Thomas Hartung, autore di una ricerca tuttora in corso sugli effetti del Covid-19 sul cervello umano presso la Johns Hopkins University, ha paragonato il fenomeno alla corsa all’oro del Klondike. Chiunque invochi il Covid-19 può ricevere un finanziamento; e tra i tanti mal equipaggiati a studiare un argomento così complesso, c’è chi diventa ricco e chi vende i setacci e le pale necessari a cercare l”oro”.
“Purtroppo – ha ammesso Hartung – è impossibile controllare ogni singola pubblicazione; ci si limita a quanto pubblicano gli amici e i colleghi, seguendo la propria teoria. I medici chiedono disperatamente soluzioni che provengano dalla scienza; e in tal senso ho trovato interessante che la maggior parte delle pubblicazioni sul Coronavirus siano divenute immediatamente open access. Attualmente non penso vi sia un meccanismo tale da separare il materiale buono da quello cattivo. Abbiamo bisogno di recensioni sistematiche, analisi, meta-analisi… Un sistema di valutazione che non possiamo però permetterci”.
“Dobbiamo pubblicare meno, ma con maggiore qualità. Al momento abbiamo tantissime pubblicazioni, ma un incremento basso delle nostre conoscenze.
È uno sviluppo malato (It’s a sick development)” ha concluso Hartung.
Il Dr David O’Reilly, Direttore della Ricerca Scientifica presso il British American Tobacco (BAT), ha concordato con Hartung: “Da una parte è una pandemia e l’intero mondo scientifico si è gettato a trovare una soluzione; e specie all’inizio non ne sapevamo nulla. Però, dall’altro, sì, ci sono difficoltà: specie nei primi mesi era difficile capire cosa fosse buono e cosa fosse cattivo. Ovviamente c’è sempre una peer review interna che è quanto mi ha salvato dal pubblicare notizie false o inattendibili”.
Il Dr Professor David Budtz Pedersen, scienziato sociale a capo dello Humanomics Research Centre di Copenaghen, ha sottolineato la necessità di contenuti aperti e trasparenti a ogni livello della pubblicazione: “Assistiamo a quello che è un paradosso; da un lato desideriamo che la scienza si affretti a trovare una soluzione, ma dall’altro dobbiamo ristabilire la fiducia nei meccanismi di sicurezza che abbiamo in campo. Mi riferisco ovviamente ai controlli per il vaccino, così come alla macchina scientifica che deve garantire peer review, accesso libero alle pubblicazioni, contenuti di qualità. Bisogna disincentivare i comportamenti scorretti che non sono individuali, ma sistemici: gonfiare le proprie ricerche, mettere titoli sensazionalistici… Massimizzare i propri risultati non è la strada da seguire”.
“C’è un problema grave anche con i preprint, cioè le bozze degli articoli scientifici: non possiamo vivere senza di essi, abbiamo avuto fondamentali scoperte in tempi di crisi grazie a loro. Tuttavia far circolare notizie che non sappiamo se vere o false nell’ambiente scientifico rischia di contaminare i dati, “deragliando” anche le risposte delle autorità pubbliche nella lotta al Covid-19. Nuovamente, come con il vaccino, fiducia e trasparenza sono essenziali”.
[z.s.]
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