Coronavirus, la (difficile) questione del vaccino. La chiave è l’altruismo

03.09.2020 – 18.06 – Verso le ultime settimane di marzo e i primi di aprile, quando il lockdown era lontano dall’appiattire la curva del contagio e ci si interrogava su come riemergere dalla pandemia, il vaccino anti Covid-19 era sulle labbra di ogni cittadino, intravisto come una possibile scorciatoia per tornare alla “vecchia” normalità. A distanza di mesi le sperimentazioni sui vaccini si sono frammentate, con ciascuna nazione che insegue i propri progetti; come avvenuto con le norme di sicurezza anti Covid-19, l’argomento sanitario è divenuto materia di orgoglio nazionale. Contemporaneamente hanno ripreso forza i movimenti contrari al vaccino, i cui tradizionali argomenti trovano terreno fertile nella confusione scientifica sui progressi di un possibile vaccino anti Covid-19. ESOF2020 in questo contesto ha dedicato largo spazio al Coronavirus; non solo allo studio della pandemia, ma alle sue conseguenze economiche e sociali, con speciale riferimento al caos scientifico creatosi a seguito dell’impellenza di disporre di cure e soluzioni immediate. In questo contesto il panel “COVID-19: Unveiling ground- breaking research on brain impacts & the search for novel, plant-based vaccines” ha evidenziato una domanda cruciale: a quale pro escogitare un vaccino se la popolazione non sarà disposta ad assumerlo?
E quali sono le ragioni per una diffusa ostilità al vaccino anti Covid-19?

A queste domande, pur dichiarando che i dati sono in continua evoluzione, ha provato a rispondere lo scienziato sociale David Budtz Pedersen, portando la propria esperienza dalla Danimarca. L’intervento ha sottolineato con grande forza come solo attraverso la cooperazione dei cittadini e attraverso una comunicazione trasparente sarà possibile procedere a una vaccinazione di massa. I rispettivi governi devono, in ultima analisi, conquistare cuore e cervello dei propri cittadini combattendo, accanto alla minaccia sanitaria, una “infodemic” che impazza sui Social.

La pandemia, ha esordito Pedersen, si connota come una crisi comunicativa e sociale oltre che sanitaria. Nazioni come la Nuova Zelanda e la Danimarca hanno colto l’occasione del Coronavirus per costruire un rapporto di fiducia con la popolazione garantendo che le decisioni degli esperti e del governo venissero condivise e rispettate dalla popolazione. Non è stato questo il caso di tanti altri stati che hanno perso o addirittura involontariamente sabotato i propri sforzi per costruire fiducia attorno all’entourage scientifico.

Tutto ciò ha obbligato le persone a prendere decisioni con una gamma di conoscenze limitate o incerte – tra le quali l’incertezza non solo sul vaccino, ma se questo sarà mai disponibile. In quest’ambito costruire fiducia nell’operato degli esperti è uno dei fattori “chiave” per modellare l’opinione pubblica.

Tre adulti su quattro nel mondo – ha citato Pedersen, numeri alla mano – affermano che accetterebbero il vaccino per il Covid-19; ma è abbastanza? Ad una prima analisi, ciò non garantirebbe di eradicare il morbo. I dati negli ultimi mesi sono però peggiorati, perchè una ricerca del World Economic Forum/Ipsos ha rilevato come di (quasi) 20mila adulti il 74% afferma di volersi sottoporre a vaccino, mentre il 26% – una percentuale altissima – ritiene che possibili effetti collaterali siano troppo gravi per non essere considerati e pertanto si rifiuta.
La Cina nuovamente si rivela un paese dall’alta fede nella scienza: l’87% ritiene che il vaccino sarà pronto entro il 2020 ed è pronto a vaccinarsi. La maggior parte degli scettici nei confronti del vaccino sono preoccupati in primis per gli effetti collaterali e in seconda misura non ritengono che sarà realmente efficace.

A questo proposito Pedersen ha citato Arnaud Bernaert, autorità a capo di Shaping the Future of Health and Healthcare World Economic Forum, secondo cui “La mancanza di fiducia in un vaccino evidenziata da quel 26% è sufficientemente significativa da compromettere l’efficacia di un’eventuale applicazione di massa. È pertanto vitale che i governi e il settore privato collaborino insieme per costruire fiducia e assicurarsi che l’eventuale manifattura del vaccino incontri anche la domanda globale in tutto il mondo”.

Tuttavia informare correttamente la popolazione potrebbe non essere sufficiente: si moltiplicano le paure nell’opinione pubblica che si “tagli gli angoli” con riferimento agli effetti collaterali o all’efficacia del vaccino, a causa della fretta di arrivare a una soluzione. Secondo la YouGov Survey sostanziali parti della popolazione sono “molto preoccupate” a proposito della “velocità” con cui si sta arrivano a un vaccino. Tuttavia è anche vero come storicamente il passaggio alla fase 3 tranquillizza larghe fasce degli indecisi; e come dopo le prime applicazioni di massa molti cambino idea.

David Budtz Pedersen consigliava pertanto di fornire anche la scienza dietro il vaccino, ovvero come si è giunti a elaborarlo; di fornire informazioni chiare e condivisibili, citando fonti sicure e indipendenti. È inoltre necessario sottolineare che la scienza evolve e che intorno al vaccino il consenso è equanime. Il tutto però senza dimenticare una comunicazione umile e trasparente. L’obiettivo di lunga durata dev’essere integrare i dati e le evidenze a favore del vaccino nel discorso mainstream, ricordando all’opinione pubblica che le dichiarazioni scientifiche e le decisioni governative non si equivalgono, anzi.

Il vaccino è anche un’arma; non come immaginano i “complottisti”, ma quale materia di sicurezza nazionale. Una popolazione vaccinata avrebbe certamente un vantaggio su un paese ancora intrappolato nelle misure sanitarie proprie del Covid-19. In tal senso l’alto tasso di adesione della Cina alla politica vaccinale emerge come un fattore competitivo rispetto allo scetticismo statunitense. “Non vorrei dover ricordare a questo pubblico quale potere abbia la disinformazione. – ha spiegato seccamente Pedersen – Ci sono attori lì fuori che cercando di cogliere l’occasione e sfruttare la pandemia per i propri fini. Complotti, notizie false e fantasticherie sul Coronavirus si sono diffuse a livello tale che la WHO l’ha definita una “infodemic”.

Le misure coercitive, oltre che vietate dalla democrazia, risulterebbero controproducenti: “Occorre ricordare – ha spiegato Pedersen – come la maggior parte dei contrari al vaccino non siano antivaxxers, ma famiglie che cercano di “navigare” un mare d’informazioni confuso e contraddittorio. Penso che molti di loro, giunti alla fase 3 o dopo le prime applicazioni di massa, cambieranno idea; specialmente se presentiamo loro la scienza dietro il vaccino. Rimarrà ovviamente una minoranza che non accetterà mai il vaccino, sono ormai persi (too far gone) nelle proprie fantasie”.

A questo proposito Pedersen ha evidenziato come la narrazione sul vaccino funzioni quando se ne esemplifica il profondo altruismo, la volontà non di proteggere sé stessi, ma gli altri. Al contrario il discorso egoista – “mi vaccino per non ammalarmi” – non sembra avere presa sulla popolazione. Questo sottolinea nuovamente la necessità di un dialogo aperto tra governo e cittadini: “Molto dipenderà da come le autorità gestiranno le proprie rispettive emergenze sanitarie. Stati come la Danimarca e la Nuova Zelanda hanno dimostrato di saper costruire un forte sostegno a favore delle misure di sicurezza. Ciò è stato realizzato non per motivi economici o egoisti, ma perchè rischierebbero di colpire gli altri, i più vulnerabili. Da un punto di vista scandinavo sulla questione dovremmo limitare la nostra crescita economica per proteggere i cittadini improduttivi e a rischio. È attraverso l’altruismo che possiamo rafforzare il nostro contratto sociale e convincere la popolazione a comportarsi correttamente. Al contrario, quando evidenziamo gli aspetti egoistici (la propria protezione individuale), ciò sembra avere un effetto peggiorativo sulle persone; purtroppo questa è stata la via seguita da molti governi. Ciò si riflette anche nella volontà o meno di sottoporsi a vaccino, il quale sembra preferire l’altruismo alla propria sicurezza personale”.

Alla domanda se i governi non dovrebbero evitare il panico di massa conseguenza della diffusione del Covid-19 o dei possibili danni del vaccino, Pedersen ha risposto che si devono proporre i fatti scientifici, senza edulcorarli sminuendone la gravità: “Il Coronavirus sta evidenziando le fratture profonde nella nostra società, colpendo chi è più vulnerabile. Non credo che nascondere la paura sia però una strategia efficiente. I dati scientifici devono essere presentati senza nasconderne gli aspetti più preoccupanti. Dobbiamo piuttosto costruire forti narrazioni intorno all’altruismo. Non c’è una scorciatoia per evitare le paure sul vaccino. Tuttavia devo purtroppo osservare che rimane ancora carente la ricerca interdisciplinare sull’argomento; non c’è comunicazione con chi, come il sottoscritto, proviene dalle scienze sociali. Se vogliamo comunicare in maniera efficace, dobbiamo comprendere i modelli cognitivi che causano il rifiuto del vaccino, anziché limitarsi a deriderle come cospirazioni o fantasticherie“.

[z.s.]
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