Coronavirus e mascherine, studio statunitense contestato. La scienza ha troppa fretta?

25.07.2020 – 16.32 – Mascherine sempre al centro delle raccomandazioni, più che mai negli Stati Uniti, grande nazione che fatica a trovare una risposta efficace di fronte al pericolo rappresentato dal contagio (e ora più che mai, la struttura federale e la preponderanza della sanità privata si fanno sentire). Il punto chiave è sempre quel ‘potrebbero contribuire a prevenire”; di una disputa proprio fra lo studio (al quale ha contribuito un premio Nobel) pubblicato su un prestigioso giornale scientifico, ritenuto controverso, e i più di 40 ricercatori che vorrebbero sia ritirato, si è parlato poco.

La controversia nasce proprio sul ruolo che le mascherine possono o meno avere nella prevenzione del Covid-19, ma solleva dubbi e domande sul ruolo che le pubblicazioni scientifiche hanno nel garantire l’autorevolezza degli studi, o non hanno più.

L’11 giugno scorso, uno studio sull’efficacia delle mascherine viene pubblicato dal PNAS, organo dell’Accademia Nazionale delle Scienze statunitense: in esso si parla della possibilità di trasmissione area del virus Sars-CoV-2, e viene quindi immediatamente ripreso dai media mondiali. Il Coronavirus si trasmetterebbe molto più facilmente di quanto si sia pensato proprio per via area, e la protezione delle vie respiratorie tramite le mascherine diventerebbe quindi fondamentale: secondo gli autori dello studio, al quale ha contribuito il chimico Mario Molina, premio Nobel, indossare una mascherina sarebbe il metodo più efficace per prevenire la trasmissione del virus tra esseri umani. Trascorso qualche giorno, però, dell’argomento si inizia a parlare via via meno: una petizione di più di 40 scienziati ne chiede infatti il ritiro perché lo studio contiene “errori egregi”. Gli autori dello studio stesso non sono epidemiologi, ma il problema, per gli scienziati che lo contestano, non sarebbe affatto questo: per quanto l’uso di mascherine di protezione nei contesti opportuni sarebbe un buon metodo per rallentare la diffusione del contagio, ciò che viene contestato è il metodo con cui lo studio è stato condotto, che non presenterebbe prove sufficienti (ma anzi evidenze “pericolosamente fuorvianti, prive di qualsiasi base di riscontro”) e si appoggerebbe su una metodologia fallace; l’idea che la mascherina possa essere “il miglior metodo” per impedire il contagio, in particolare rispetto ad altre misure come il distanziamento, l’evitare i contatti fisici e le riunioni numerose, viene considerata dagli autori della petizione profondamente sbagliata.

Non è l’unico caso: segue a poca distanza le polemiche sull’idrossiclorochina, denunciata come pericolosa da “Lancet” (è efficace, o non lo è? Lo studio che la identificava come pericolosa è stato ritirato) e il ritiro di uno studio sul New England Journal of Medicine che indicava i farmaci per la regolazione della pressione sanguigna come sicuri per le persone affette dal Coronavirus: lo studio presentava grossolani difetti procedurali. Questi episodi, verificatisi l’uno dopo l’altro a pochi giorni di distanza, hanno ora allarmato la comunità scientifica: la fretta di trovare spiegazioni e rimedi contro il Coronavirus, unita al desiderio di primeggiare (e assicurarsi anche un ruolo da protagonista, con ciò che ne consegue da un punto di vista non solo di fama ma anche economico) hanno mandato all’aria il consolidato metodo della verifica incrociata prima della pubblicazione, da sempre fondamentale per la scienza, e spalancato i cancelli potenzialmente alle frodi, intaccando così la credibilità di giornali finora estremamente rispettati. E, purtroppo, proprio nel momento nel quale l’ultima cosa di cui si ha bisogno sono sensazionalismi, interessi sotterranei ed errori. E non tranquillizza neppure un altro aspetto che l’epidemia di Coronavirus ha portato alla luce, e che prima non era consueto: i medici, i ricercatori e gli epidemiologi che litigano fra loro persino in diretta televisiva, finendo per trovare problemi nei loro stessi dati. Un’atmosfera “da Social” sembra aver (possiamo dirlo?) infettato il mondo della scienza, da sempre specchio della sobrietà.

Che cos’ha, il contestato studio sulle mascherine statunitensi, che non va secondo gli scienziati che ne hanno chiesto la rimozione? Per prima cosa, vengono contestate le semplificazioni matematiche: tracciare delle linee di tendenza può andar bene per l’economia e i grafici di borsa (anche in borsa, a dire il vero, si è visto quanto questo possa essere ingannevole), ma i grafici che cercano di disegnare l’andamento dei contagi e le ragioni degli stessi sono estremamente complessi. Gli scienziati della petizione respingono quindi i sistemi di riferimento, ritenuti troppo semplici, utilizzati nello studio contestato e fanno notare che, secondo gli autori dello studio, l’applicazione dei metodi di prevenzione, come ad esempio indossare una mascherina, sembrerebbe avere un effetto immediato sui grafici, senza una necessaria, e realistica, finestra di tempo di ‘adattamento’ prima che un trend cambi. In una situazione d’epidemia, servono diversi giorni dall’adozione di una o dell’altra misura, prima che un cambiamento nelle linee di tendenza possa essere notato: nello studio che identifica le mascherine come metodo migliore, questo cambiamento viene espresso immediatamente. Quindi, da subito, se indossi una mascherina le cose vanno subito meglio. Ma così, nella realtà, non può essere. Interpellati su questo punto dagli autori della petizione di ritiro, Renyi Zhang, professore di scienze atmosferiche che ha firmato lo studio, e il co-autore Mario Molina, chimico all’Università di California San Diego, non hanno risposto.

Il secondo problema fondamentale dello studio di Zhang è che il metodo d’analisi utilizzato è uno dei più difficili in assoluto: si definisce inferenza causale e cerca di raggiungere e dimostrare una conclusione in base alle condizioni in cui si verifica un effetto. Proprio un po’ come nelle previsioni atmosferiche, suo campo di studi. Una analisi di inferenza causale cerca di determinare causa ed effetto: per poter raggiungere lo scopo, è necessario poter controllare tutte le variabili in gioco o se non tutte perlomeno una gran parte di esse: se Zhang suggerisce un certo impatto portato dall’indossare o meno una mascherina in un contesto d’infezione, deve tener conto anche di tutti gli altri fattori che possono influenzare la trasmissione virale, come ad esempio, ed è stato spiegato dai media statunitensi e internazionali che hanno parlato della questione, la densità di popolazione, la suscettibilità di un certo gruppo di persone (sulla base della situazione in cui vivono, dell’età, dell’etnia, delle condizioni sanitarie e via dicendo), l’accessibilità ai trattamenti sanitari e molto altro. Insomma la vita di ogni giorno non è un esperimento di laboratorio: e Zhang, contrariamente a un ricercatore in laboratorio, non può creare uno scenario o simulare nulla ma può basarsi solo sulle sue osservazioni: e il confronto fra la differenza nel numero di contagi a New York, dove indossare una mascherina era stato reso obbligatorio, e quello del resto degli Stati Uniti non è sufficiente, se non fosse altro proprio per il fattore di densità di popolazione.

Insomma, che l’indossare una mascherina in un certo consenso possa contribuire a ridurre la diffusione del Coronavirus potrebbe senz’altro essere vero, e si allineerebbe ad altre evidenze per ora ancora parziali, ma lo studio di Zhang l’identifica come certezza e su questo il mondo scientifico non concorda, perché trovare, per caso, una risposta giusta ma per i motivi sbagliati o non dimostrati potrebbe portare i ricercatori e i governi stessi a prendere decisioni e strategie non solo errati ma capaci di minare future ricerche dando come punti di partenza presupposti sbagliati. Se pubblichi qualcosa, insomma, lo devi dimostrare e si deve poter verificare indipendentemente.

 

Il problema di fondo probabilmente rimane uno: la scienza ha bisogno di tempo (per ricercare, per studiare, per sperimentare e poi verificare), e l’ansia da Social, con un pubblico che la risposta la vuole esatta, la vuole subito e spesso poi non ne è neppure contento (“c’è il vaccino!”, “e io non lo faccio!”), alla scienza e alla medicina questo tempo non lo lascia più. Chi legge il Social, si aspetta di trovarvici sopra il virologo virale che risolve tutto a colpi di Tweet e Like e la pandemia la fa scomparire in un attimo: con la mascherina o con il farmaco, tutto va bene, purché la soluzione sia istantanea. Disperati perché ci è stata strappata di dosso la presunzione d’immunità nei confronti di qualsiasi cosa e l’idea che in fondo in fondo siamo immortali, non possiamo sopportare di attendere dei mesi cercando di vivere nel modo più normale possibile fin che il tempo non avrà permesso alla scienza di trovare la cura. E non accettiamo neppure che possa esistere una scienza che quella cura non può ancora trovarla: nell’affanno di voler sfuggire a quel 2-3 per cento (o via via zero virgola, fino allo zero fa i più giovani) di mortalità da Coronavirus, ci dimentichiamo che nulla ancora vale contro il Parkinson o può salvare il suo mezzo milione di malati italiani.

E’ la nostra incapacità di accettare la scienza, compresi i suoi tempi, che, alla fine, rovina la scienza. E fa sì che uno studio scientifico non definitivo e non verificato scriva anche che la mascherina (che ci fa sentire sicuri) è il miglior modo per sfuggire al Coronavirus, anche se non è così. Il Covid-19 e una pandemia inoltre portano alla luce anche un’altra realtà, ovvero che non sono solo epidemiologi e medici a poter contribuire all’avanzamento scientifico: il Covid-19 ha toccato tutti gli aspetti della società, dalla sociologia all’economia. PNAS, che ha pubblicato lo studio e che ora si trova al centro delle polemiche, sta “lavorando sulla cosa”; così come Lancet e l’idrossiclorochina.

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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