18.04.2020 – 14.28 – Di fronte all’epidemia globale di Covid-19 il mondo scientifico si è trovato unito nella lotta contro il virus, e oltre agli interventi per limitarne la diffusione sono state messe in campo risorse ed energie per la ricerca e lo sviluppo di soluzioni e metodi utili nel fronteggiare l’emergenza. L’attesa più grande è sicuramente quella per trovare un vaccino, chiave di volta che, presumibilmente, permetterebbe la fine dell’emergenza in corso e della paura. Sono numerosi i progetti in attivo a livello internazionale per lo sviluppo di un vaccino, e tra questi ve ne sono alcuni considerati particolarmente promettenti; ne abbiamo parlato ancora con Piero Carninci, tra i più grandi esperti di genomica al mondo, raggiunto in collegamento dal Giappone, dove vive e lavora.
Tra i numerosi progetti attualmente in via di sviluppo spicca in particolare quello dell’azienda Moderna, l’mRNA 1273. Di che cosa si tratta?
“A differenza di come veniva fatto in passato, e quindi anziché prendere un virus, inattivarlo, attenuarlo ed iniettarlo, auspicando che esso si riattivi e dia una reazione immunitaria, attraverso la tecnologia in cui Moderna si è specializzata viene invece preso l’RNA, l’acido ribonucleico di una proteina virale. In questo caso di una proteina che sta sul capside virale, esposta all’esterno del virus. Questo ‘pezzo’ di RNA – che di per sé non può replicarsi in quanto non è come un virus che ha tutti gli elementi per farlo, è una parte di RNA che di per sé viene assorbito dalle cellule – viene prodotto per fare delle proteine, che non sono proteine cellulari, che a loro volta vengono esposte su queste cellule; c’è quindi una reazione immunitaria, e questo crea gli anticorpi che in seguito riconosceranno il virus”.
Perché il progetto di Moderna viene considerato così promettente?
“Perché si tratta di un approccio molto sicuro: il gene, in termini generici, è costituito dal DNA, che viene trascritto in RNA, e solo dopo fa una proteina; quest’ultima è quella che induce la reazione immunitaria. Ecco quindi che Moderna ‘salta’ in un certo senso il primo passaggio, e produce RNA che inserisce in particelle attive. A questo RNA mancano tutti gli altri geni che servirebbero per il resto dell’azione virale, quindi la reazione immunitaria si sviluppa ma la malattia no”.
Come si rende possibile tale processo?
“Grazie ad una serie di tecnologie che Moderna ha sviluppato e su cui ha investito come business plan iniziale per la terapia genica. In particolare sono destinate a produrre RNA in grosse quantità, che viene parzialmente modificato per renderlo stabile e, successivamente, tramite l’utilizzo di altre tecnologie, per farlo entrare nelle cellule. Si tratta di un approccio molto logico: viene preso il gene che sta sul capside cellulare, sull’esterno della membrana virale, ed è esso a venire riconosciuto dagli anticorpi”.
A che punto sono ora le sperimentazioni dell’mRNA 1273?
“Stando ai dati fino ad ora pubblicati al momento si trova in fase clinica uno: hanno iniettato il vaccino sperimentale ad alcuni volontari, 45 partecipanti; ora nel corso del test clinico li seguiranno per un po’ di tempo al fine di vedere se c’è la produzione di anticorpi, e quindi se vi saranno una serie di risposte negative”.
Si è anche parlato della possibilità di tempi record per la sua realizzazione. Cosa ne pensa?
“Io suppongo che l’intenzione sia quella di un test clinico accelerato: se queste prime quarantacinque persone producono anticorpi che interagiscono con il virus, se vengono immunizzati e se non ci sono effetti collaterali, si passerà alle altre fasi. Ovviamente l’NIH, National Institute of Health statunitense, si assicura prima della non tossicità, e dà solo successivamente il via libera”.
Tra gli altri progetti si sta discutendo molto anche del vaccino Ino 4800, uno dei progetti sostenuti da Bill Gates attraverso la sua fondazione. In cosa si differenzia dal primo?
“In questo caso il metodo non è quello di introdurre RNA nelle cellule dall’esterno, ma lo si produce dentro le cellule. Anche in questo caso è stato selezionato un gene, suppongo si tratti presumibilmente dello stesso gene che sta esposto sulla superficie del virus; attraverso una tecnologia brevettata, mediante una specie di apparecchio – una sorta di chip – viene iniettato ripetutamente il DNA in cellule, che viene espresso, e quindi produce RNA, che produce a sua volta delle proteine, che vengono poi portate alla superficie delle cellule. Sulla superficie delle cellule viene somministrato, e in questo caso induce immunità a quelle denominate le ‘T Cell’, i linfociti T, che vengono attivati. Se quest’ultimi sono attivati, quando il ‘vero’ virus Covid-19 entra nel corpo umano e nelle cellule inizia a produrre queste proteine: prima che possa replicarsi, man mano che compaiono sulla superficie delle cellule, i linfociti T attaccano e sopprimono la cellula che è stata infettata, prima che possa produrre centinaia e centinaia di virus. La ricerca che porta a Ino 4800 fa parte di un filone di tutta una serie di ricerche fatte proprio per sviluppare l’attività immunitaria, e in particolare i linfociti T stessi. Anche in questo caso si è in fase di test clinico su quaranta persone”.
In questo secondo caso si parla di una possibile realizzazione del vaccino entro un anno. Indipendentemente dai tempi di realizzazione, il problema principale sarà poi la produzione su larga scala. È possibile prevederne i tempi?
“È un interrogativo che ci poniamo un po’ tutti e al quale è però molto difficile al momento dare una risposta. Probabilmente, nel caso dell’Ino 4800 credo che le difficoltà di produzione del chip saranno limitanti. Nel caso poi di Moderna e della produzione industriale di RNA, invece, qui si richiede di realizzare un ‘pentolone’ più grande per fare queste reazioni in scala più ampia: dieci volte più grande, o dieci, cento reattori per la sintesi chimica di RNA, e si va quindi incontro anche ad un fattore di ingegneria a disposizione, e di costi”.
Tra gli altri vaccini l’azienda italiana Advent IRBM di Pomezia ed il Jenner Institute della Oxford University hanno annunciato che inizieranno a fine aprile in Inghilterra i test accelerati su 550 volontari sani. Un numero molto ampio. Come si arriva alla sperimentazione umana in sicurezza?
“Solitamente vengono fatti in precedenza diversi ed estesi test su animali: test di efficacia, test di tossicologia. In questa fase si guardano molteplici parametri cercando di capire se quanto è stato realizzato è tossico ad esempio per il fegato, per il rene, per i neuroni, che sono considerate le parti più sensibili. Quando, svolte queste prove, sembra non esserci alcun effetto collaterale e non si è visto nulla di problematico sugli animali, si passa ai volontari”.
Da un punto di vista tecnico, quali risultati possono differire nel passaggio dall’animale all’uomo?
“L’animale sicuramente è essenziale e, inoltre, si fa qualcosa sull’animale che non si può fare sulle cellule, perché è difficile capire la tossicità su un organismo guardando delle cellule. Allo stesso tempo, però, l’animale spesso ha delle reazioni differenti rispetto all’uomo perché ci sono geni importanti per la detossificazione, ovvero la degradazione di sostanze che vengono messe nell’organismo, che sono differenti: questi geni sono leggermente diversi. Magari la molecola tossica è nuova, ma se la si introduce in un maiale per un test di laboratorio non è possibile ottenere nulla di certo perché l’organismo animale ridurrà o eliminerà la sua tossicità, cosa che potrebbe non accadere nell’uomo. È quindi una fase che richiede molta attenzione”.
Da cosa dipende la differenza nel numero di test sperimentali che vengono effettuati?
“I protocolli si diversificano a seconda della nazione e del numero di test clinici che vengono fatti. Spesso, a differenziarli, ci sono anche questioni legali”.
Si è discusso sull’importanza, o meno, dei test sierologici, e sul loro utilizzo nella fase di ritorno alla normalità, per identificare chi è già immune. Quali potrebbero essere i tempi per testarne l’efficacia?
“Penso che nel caso dei test sierologici lo si possa fare molto velocemente, perché si tratta di una procedura che non richiede molto tempo: bisogna richiamare in laboratorio chi è guarito, e suppongo lo si stia già facendo. Testare una funzione di un anticorpo è relativamente semplice. Non si tratta di introdurre qualcosa nel corpo umano e vedere in un paziente se l’immunità si è sviluppata, se non c’è tossicità, verificando appena dopo sei mesi se stia ancora bene; si tratta di prendere una provetta, metterci una goccia di sangue e vedere se c’è una reazione, e farlo, ad esempio, per mille persone delle quali si sa con certezza che hanno avuto il Coronavirus”.
Ci sono state evoluzioni, nel virus Covid-19 stesso?
“Per quanto riguarda le mutazioni del virus, non ne sono apparse ancora di così tanto importanti al punto da poter sfuggire a un nuovo vaccino realizzato. Attualmente, sembra che il virus abbia delle mutazioni che si formano in varie sue parti, ma con buone probabilità esso sarà ancora perfettamente riconoscibile da un primo vaccino prodotto. Ho letto però recentemente di uno studio che riporta possibilità, nei pipistrelli, di altri cinque Coronavirus”.
Quale potrebbe essere il rischio in questo caso?
“Se ci fosse un’eventuale ricombinazione, come succede con l’influenza suina e con quella aviaria, dovremmo stare attenti. Per fortuna, però, la Cina si avvia ufficialmente a proibire il commercio degli animali vivi. Il rischio, altrimenti, è che la possibilità di ricombinazione permanga”.
Qual è la pericolosità di una possibile nuova ricombinazione?
“Ipoteticamente parlando, ad esempio, la pericolosità potrebbe essere un virus che ha la mortalità della Sars e la diffusione del Covid-19; Sars aveva una mortalità molto più alta, però si diffondeva di meno. Di fatto tutto quello che è pensabile può succedere. È necessario iniziare a pensare allo sviluppo di centri di ricerca che provino a simulare le possibili variazioni dei Coronavirus, nonché di altri virus che potrebbero diventare fattivi”.
Uno dei problemi maggiormente riscontrati in questo periodo, a livello di comunicazione scientifica, è una vasta mole di informazioni discordanti.
“C’è effettivamente un po’ di confusione nella letteratura: bisogna stare attenti, ci sono moltissime pre-pubblicazioni, ovvero pubblicazioni non ancora convalidate, e quindi non ancora revisionate da altri scienziati. Queste pubblicazioni e questi studi non hanno ancora passato il cosiddetto peer review, il confronto fra scienziati e la verifica di riproducibilità che ne stabilisce l’effettiva validità o meno. Poi, si legge tutto, perché ovviamente è giusto e si vuole sapere e conoscere il più possibile, ma si deve fare molta attenzione: è chiaro che bisogna aspettare che questi lavori vengano analizzati, anche nei dati riportati, e che vengano richiesti esperimenti in tal senso. Prima di pubblicare, ci deve essere assoluta certezza”.
[n.p.]


