09.02.2020 – 19.04 – Nel 1948, il tempo di un sospiro dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la maggior parte dell’Europa orientale era sovietica: direttamente annessa al regime di Stalin, o sottomessa a essa, e i leader delle sue nazioni soggiogati e obbedienti, con una sola eccezione: la Yugoslavia di Josip Broz, detto “Tito”. Era una nazione circondata o da chi aveva paura di Stalin o da chi gli era leale, ma Tito non si piegò mai: “Smetti di mandare gente per cercare di ammazzarmi”, scrisse Tito a Stalin nel 1948, “perché, se non smetti, ne manderò io uno a Mosca, e non dovrò mandarne un secondo”. È nel tono delle sue parole, e nel ricordare come fronteggiare Stalin, in quegli anni, equivalesse a opporsi a Hitler nel 1938, che si può ritrovare la motivazione per la quale il dittatore, o presidente yugoslavo che dir si voglia, sia rimasto nella storia: ben conosciuto nelle terre italiane vicine a Trieste, e molto meno compreso nel resto del nostro paese. A ogni ricorrenza del Giorno del Ricordo, si ritrovano nei luoghi di commemorazione degli scomparsi fra Basovizza e Monrupino scritte inneggianti a Tito, e bandiere dello stato yugoslavo di allora; è possibile che succeda anche oggi, 10 febbraio.
Nato nel 1892 a Kumrovec, in Croazia, e di religione cattolica romana, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale Josip Broz, il ragazzo arrivato secondo al campionato di scherma dell’esercito Austro-Ungarico, ha ventidue anni: è il più giovane fra i sergenti maggiori dell’armata di Francesco Giuseppe. Atletico, coraggioso: riceve ben presto una decorazione per aver comandato una pattuglia in ricognizione e aver catturato 80 soldati russi. Proprio dai russi, però, nel corso della guerra, viene ferito e catturato; debole, lotta contro influenza, tifo e malattie, sopravvivendo e apprendendo nel corso dei mesi trascorsi in prigionia la lingua e la cultura dei suoi carcerieri, che impara a conoscere anche attraverso lo studio e la lettura di molti fra i capolavori della letteratura russa: nozioni e sensibilità che gli serviranno poi moltissimo. Durante la sua prigionia, Josip viene infatti trasferito spesso, e in una di queste occasioni riesce a scappare approfittando della scarsa sorveglianza del campo. Conoscendo la lingua, riuscendo a sottrarsi alla cattura grazie al modo fluente in cui la parla e facendosi scambiare per russo, riesce a rimanere nella clandestinità e a conquistarsi l’amicizia di alcuni Bolscevichi, che l’aiutano; viene così in contatto con le teorie socialiste e conquistato dal Comunismo. Non c’è certezza sul momento in cui Josip Broz si iscrisse al Partito Comunista, se nel corso del suo periodo russo o dopo: indipendentemente dalla data, ne diventa un fervente sostenitore e abbraccia la causa del proletariato. Nella sua Yugoslavia del dopo Prima Guerra Mondiale, però, un assassinio di un oppositore ordinato proprio dal Partito Comunista fa mettere fuori legge il partito stesso: Josip si unisce al movimento comunista che continua a cospirare in incognito; tenta prima di trovare lavoro come operaio, ma venendo continuamente licenziato a causa dei suoi ideali socialisti decide di diventare un rivoluzionario a tempo pieno. Inizia quindi a girare la Yugoslavia, incitando i lavoratori agli scioperi e scrivendo, con vari pseudonimi, articoli incendiari su come la classe sociale dei lavoratori stia venendo sfruttata, fino all’arresto e alla prigione, che lo avvicina a Mosa Pijade, comunista di lungo corso e destinato a diventare il suo mentore politico. Josip Broz passa un lungo periodo in prigione, a Lepoglave e a Maribor, venendo poi rilasciato solo nel 1930 (sarà poi di nuovo tradito e incarcerato per un periodo più breve nel 1934), ritrovandosi da uomo libero di fronte a un’Europa divisa fra Fascismo e Comunismo e identificando la Guerra Civile Spagnola come faro di libertà.
Broz non combattè mai in Spagna, ma fu molto attivo nel comunismo clandestino salendo sempre più in alto nella gerarchia grazie alle sue capacità nella pianificazione e organizzazione su scala non solo locale, ma europea. Le purghe di Stalin erano all’inizio e gli yugoslavi non erano per nulla ben visti a Mosca: Stalin non si fidava di loro. Viaggiando in Europa, Josip Broz, che, nel frattempo, fra i vari pseudonimi che aveva utilizzato in carcere e per tenersi in contatto con i suoi amici e compagni è stato ribattezzato proprio con uno di essi, “Tito”, deve nascondersi spesso, e tenere la testa bassa mentre molti dei suoi compagni di partito e amici vengono richiamati alla corte di Stalin, arrestati, interrogati e fucilati. È storicamente molto improbabile che Josip stesso abbia mai ‘segnalato’ i suoi rivali per la fucilazione in maniera
da ottenere vantaggi, però così accadde, e questo, pian piano, gli consente ancora un passo avanti nella gerarchia; dopo la guerra, ebbe a dire di aver potuto rimanere vivo solo perché aveva evitato, con una scusa o l’altra (dal darsi malato, all’inventare complotti terroristici, a far coincidere con il previsto viaggio a Mosca un viaggio autenticamente più importante), di tornare in Russia, riuscendoci in quasi tutte le occasioni e in quelle poche in cui era stato costretto facendo in modo di restarsene tranquillo e in disparte, quasi non visto, e andandosene quasi subito. Riesce, però, a diventare il nuovo segretario del Partito Comunista Yugoslavo e nel frattempo ha costruito una base di leali sostenitori, più giovani e più fedeli a lui che al Partito Comunista. È una cosa che lo contraddistinguerà anche in futuro, e che non piace di certo ai comunisti: c’è chi tenta di farlo arrestare subito, ma Josip Broz è un uomo affascinante, carismatico, e soprattutto la sua strategia in precedenza era stata quella di non denunciare mai nessuno, quindi molti fra i comunisti yugoslavi stessi garantiscono per lui. Le purghe di Stalin, la diffidenza dei compagni russi e il terrore del regime comunista sovietico gli lasciarono molta amarezza nei confronti della Russia, che manifestò in più occasioni ai suoi collaboratori, eppure Tito non abbandonò mai la sua fede nel comunismo come ideologia.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la successiva invasione della sua terra da parte dell’esercito di Hitler lo vede tornare rapidamente in Yugoslavia dai suoi viaggi per organizzare la resistenza al fianco del governo in esilio, retto dal giovanissimo re Pietro II. Con molti sostenitori ancora al suo fianco, e la facilità nel sollevare la resistenza dei gruppi ribelli comunisti contro un invasore fascista, Tito diventa comandante in capo della resistenza e si adopera, tra le altre cose, per far fuggire e proteggere gli ebrei, ottenendo come risultato il fatto che migliaia di essi si uniscano al suo esercito combattente. Ben presto controlla un’area sufficiente a un milione di yugoslavi per essere liberi dall’oppressione nazista, e nel 1943 i tedeschi, vista la forza della sua armata, iniziano a temere che proprio la Yugoslavia potesse essere scelta come zona per uno sbarco degli Alleati nel ventre meridionale dell’Europa, per un’avanzata che si estenda poi verso Trieste, l’Austria e la Germania. Il sostegno inglese a Tito è particolarmente forte; con l’inverno fra il 1943 e il 1944, la precedente mancata risolutezza da parte del re d’Italia Vittorio Emanuele nella difesa di Roma e il disastro dell’esercito italiano di fronte all’ambiguità politica, la sorte di quelli che sono storicamente territori italiani in Istria e Dalmazia inizia già a essere segnata. Nel maggio 1944 i tedeschi lanciano l’operazione Roesselsprung: “mossa del cavallo”, come sulla scacchiera. Il suo obiettivo è l’eliminazione diretta di Tito e l’annientamento dei vertici dell’esercito yugoslavo, che ha posto il suo quartier generale nel dedalo di paesi, montagne e grotte dell’area di Drvar. Otto Skorzeny, l’ufficiale delle SS che aveva partecipato alla liberazione di Mussolini, sa dove Tito si nasconde, ma le sue informazioni non vengono tenute in considerazione dall’alto comando tedesco, e anche se per miracolo Tito, intrappolato in una grotta e sotto un pesante fuoco nemico, riesce a resistere fin che un gruppo di soldati yugoslavi viene a liberarlo mettendo in fuga gli assalitori. Nonostante questo, la forza tedesca è superiore, e per lui non ci sarebbe speranza se ancora una volta non intervenissero in suo supporto gli Alleati, estraendolo dalla zona in aereo e facendolo scappare. L’operazione, per i tedeschi, è
in definitiva un completo fallimento perché Tito è rapidamente in grado di riprendere le redini della resistenza e contrattaccare. Da qui in poi la risalita a nord, la conquista dell’Istria, e via fino a Trieste e alle coste dell’Adriatico con obiettivo prendere anche Gorizia e Udine, diventa sanguinosamente facile, sempre con il supporto degli Alleati e della marina britannica. A Trieste arriva nel maggio del 1945, e viene fatto andar via pochi giorni dopo, ma non facilmente e solo dopo un aspro confronto proprio fra lui e l’esercito alleato, che finora l’aveva sostenuto ma è adesso, nel mutato scenario politico, pronto ad attaccarlo. Le foibe e le persecuzioni contro chi non era di etnia slava erano già iniziate da tempo, gli attentati come Vergarolla seguirono; il confronto, anche violento e armato, fra chi manifestava a favore di quella che avrebbe dovuto essere la Settima Repubblica Yugoslava, con Trieste al centro, e chi era pronto a rinunciare a tutto per restare italiano e tutto il resto, sono ormai storia. Pian piano, dopo la dissoluzione della Yugoslavia e con il nuovo secolo, si è iniziato a parlarne apertamente, rendendo con l’Unione Europea di nuovo aperto un confine che era forzatamente diventato una linea di frattura, un muro fra due culture tradizionalmente prima in contatto e poi separate dal conflitto e da due ideologie contrapposte. Prima, parlare di Tito e delle foibe ‘non era conveniente’.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale e alla fine di essa, il governo ribelle di Tito si fonde con la monarchia in esilio, lasciandolo leader effettivo della Yugoslavia. È amato come liberatore e protettore della causa slava, e viene eletto con facilità primo ministro della nuova Yugoslavia Democratica Federale, che però porta già in sé germi della contrapposizione di culture a loro volta distanti per tradizione, aspirazioni territoriali e religione, che Tito saprà tenere unite fino alla sua morte. Regge un governo comunista ispirato al sistema sovietico, ma con numerose differenze, e in ogni caso l’annessione dei territori italiani alla yugoslavia non è piaciuta a Stalin, riaccendendo una tensione già presente e già manifestatasi ai tempi della Prima Guerra Mondiale in una guerra di spie fra Yugoslavia e Russia. Scambi di lettere infuocate fra i due dittatori che parlano di minacce reciproche, e di una Yugoslavia che sarebbe “crollata senza il supporto di Mosca”; Tito, semplicemente, ignora Stalin: è già stato estremamente abile nel tessere una propria rete di alleanze un po’ pubbliche e un po’ segrete fra Balcani e Occidente, e decide di disertare la riunione del Cominform del 1948, venendone espulso, uscendo dai paesi della sfera URSS e fronteggiando il rischio di una guerra proprio con il suo alleato, l’Unione Sovietica. Stalin preferisce però alla guerra una via diversa: manda numerosi
assassini a uccidere Tito, scoprendo che la Yugoslavia del ‘maresciallo’ non è inferiore a nessuno in quanto a forza, astuzia e capacità della sua polizia segreta che precedentemente era stata il terrore degli italiani, l’OZNA, che li elimina tutti, proseguendo nello scontro a distanza fino alla famosa lettera, che in effetti ferma i tentativi di Stalin; oggi, può far sorridere l’idea di uno Stalin spaventato da Tito e dai suoi agenti croati e serbi, eppure nessuno che abbia approfondito i metodi e le ramificazioni dell’OZNA può provare che non sia stato effettivamente così. È una frattura insanabile, quella fra Yugoslavia e Mosca, che però fa sì che al nuovo movimento dei Paesi Non Allineati, fondato nel 1961 a Belgrado (da Tito stesso, dall’egiziano Nasser, dall’indiano Nehru e dall’indonesiano Sukarno – e che comprende oggi 120 stati, due terzi degli stati del mondo sotto la presidenza del contestato Nicolas Maduro del Venezuela), gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si avvicinassero volentieri: i nemici del mio nemico sono miei amici.
Sotto Tito, che resse il suo paese con pugno di ferro in guanto di velluto come nel proverbio, la Yugoslavia rimase una nazione unita in grado di condurre notevoli relazioni internazionali, sia da un punto di vista strategico che economico; si potrebbe parlare dell’antico sogno della Grande Serbia, però la questione è molto complessa, e Tito stesso non era serbo. La regola che permise alla Yugoslavia di Tito di essere, nel suo contesto, una nazione grande e temuta, era la repressione di tutti gli oppositori politici o ideologici, fossero essi stalinisti, italiani, democratici o di qualsiasi colore: la negazione completa della libertà in modo non diverso da quello di altri regimi. Nei primi anni, quelli della fondazione e del primo Dopoguerra, si trattò di una repressione brutale, che non disdegnava le violazioni ai diritti umani e che fu contrassegnata da ‘successi’ che compresero l’aver sradicato assieme agli italiani anche i tedeschi che risiedevano nelle zone settentrionali di quello che era stato l’impero austro-ungarico, a ridosso dell’Ungheria; e sul confine di Trieste, i soldati di Tito incutevano paura, via via stemperatasi e scomparsa nel ricordo e nell’ironia mano a mano che il nuovo secolo si avvicinava, fra un jeans e la 1100 nera di Lorenzo Pilat. In particolare negli ultimi anni del suo governo, con molti accordi anche commerciali e industriali stretti fra Italia,
Germania e Stati Uniti, la morsa di acciaio di Tito era finita per diventare morbida e trasformarsi in canzonette, gite in barca e prodigi della Yugo 45, ‘punta di diamante della tecnologia serbo-croata’. Pur continuando a essere di fatto un dittatore, Tito finì per governare la Yugoslavia con una certa benevolenza, e la realtà storica parla di una sua memoria che gode tutt’oggi, fra gli slavi, di rispetto. Nel 1974, Tito cedette gran parte dei suoi poteri alla nazione, continuando a lavorare come una specie di prestigioso ambasciatore per il suo paese e coltivando in un certo modo la sua immagine e il mito, lottando strenuamente, ed è un successo del quale gli storici internazionali gli hanno riconosciuto il merito, per mantenere unita una nazione federale che si stava già dissolvendo sotto la spinta delle tensioni interne fra le repubbliche che la costituivano. Morì nel 1980: al suo funerale parteciparono 4 re, 31 presidenti, 22 primi ministri e 47 ministri degli esteri, per un totale di rappresentanti di 128 paesi provenienti sia da una parte che dall’altra dell’allora Cortina di Ferro, e dei Non Allineati. Con Tito, finiva la Yugoslavia.
A testimonianza della sua abilità diplomatica e del prestigio di cui Tito godeva internazionalmente rimangono i 119 riconoscimenti ricevuti, oltre a quelli yugoslavi, da 59 paesi, fra i quali la Legione d’Onore francese, l’Ordine del Bagno inglese, l’Ordine di Lenin, l’Ordine del Crisantemo giapponese, la Croce al Merito tedesca, e la decorazione di Gran Croce italiana, assegnatagli nel 1969 da Giuseppe Saragat, allora presidente della Repubblica. Da qualche anno, l’onorificenza italiana conferita a Tito è al centro di un’aspra disputa politica fra la destra e la sinistra italiana, con la richiesta di rimozione dell’onorificenza se non fosse per altro che, e sarebbe già ben che sufficiente, il suo coinvolgimento nella tragedia delle Foibe e negli attentati come quello di Vergarolla; per il quale si sa che, fosse stato o meno mandante diretto, Tito non poteva non sapere. La decorazione italiana, come le altre ricevute, per quanto suoni oggi stonata, inopportuna, non è però forse nient’altro che un lascito storico che ci parla della capacità di Tito stesso di essere stato, fra gli anni Cinquanta e i Settanta, in un certo modo, ‘amico di tutti’ e temuto da ciascuno; indubbiamente, un controverso uomo di stato che per la vita politica dei Balcani del Ventesimo Secolo ha rivestito un’importanza storica assoluta, e che è stato capace di influenzare un terzo del mondo.
[r.s.]


