29.01.2020 – 21.51 – Altaforte, la casa editrice vicina a Casapound estromessa nel 2019, a evento già iniziato, dalla manifestazione del Salone del Libro di Torino su richiesta del Comune, guidato da Chiara Appendino (Movimento 5 Stelle), e della Regione Piemonte di Sergio Chiamparino (Partito Democratico) a seguito di una vicenda segnata dall’attenzione mediatica e da uno scambio di esposti, accuse e denunce (da una parte per supposta apologia del fascismo e dall’altra per supposta rescissione illecita del contratto – querelle legale che sta proseguendo tuttora), si appresta a essere probabilmente nuovamente esclusa dalla manifestazione torinese del 2020. Quest’anno, dopo un primo invito commerciale al quale Altaforte, editrice fra le altre sue opere di un libro-intervista a Matteo Salvini che era stato al centro delle polemiche dell’anno scorso, aveva risposto positivamente, gli organizzatori del Salone hanno risposto che si trattava solo di un messaggio ‘mandato a tutti’, ma che l’editore non è gradito, e quindi si ricomincia; pesano sulla questione le opinioni politiche di Francesco Polacchi, che ha dichiarato di essere fascista.
Ferrogallico, la casa editrice che pubblica i “fumetti ostinati e contrari”, è di destra. Mette, fianco a fianco, Graphic novel e Graphic journalism; conosce bene le attività di Altaforte, e alcuni dei titoli di Ferrogallico raccontano diversamente gli anni Settanta (nel 2017, è stata pubblicata la Graphic Novel su Sergio Ramelli, disegnata dall’artista triestina Paola Ramella) o la storia di Almerigo Grilz. Altri parlano di Norma Cossetto e sono legati alle vicende di guerra, delle foibe e dell’Istria. In più occasioni l’editore Ferrogallico ha ospitato e pubblicato autori, giornalisti e disegnatori triestini, e a breve sarà di nuovo in Friuli Venezia Giulia per raccontare la storia di Nino Benvenuti. Dell’invito, e poi esclusione dal Salone del Libro di Torino dell’anno scorso e di quest’anno, di editori non graditi, abbiamo parlato con Marco Carucci.
Carucci, Ferrogallico, la vostra casa editrice, intende partecipare al Salone del Libro?
“Non so ancora cosa decideremo di fare”.
Come editore di pubblicazioni che hanno una linea diversa, è preoccupato?
“Non è il fatto di essere un editore che fa pubblicazioni di linea diversa a preoccuparmi; è la prospettiva dell’uomo libero, quella che vedo come più importante. Penso che qualunque uomo libero possa sentirsi minacciato di fronte a posizioni di rifiuto, e vedo questa come una minaccia alle libertà personali e individuali da parte di un sistema di potere che decide di censurarti preventivamente. Si tratta di una forma mentale oramai acquisita: il sistema decide, per tutti, chi può e chi non può avere spazio e visibilità. Anche al Salone di Torino”.
Intende da un punto di vista politico, legato alla polemica sul fascismo?
“No, da ben prima: parlo del mercato delle idee. Del libero dibattito. Della libertà di poter definire un progetto editoriale e di poter proporre dei percorsi editoriali a ogni cittadino. Questo meccanismo che c’è oggi dimostra tutti i limiti di una finta battaglia di valori: inevitabilmente, si mostra per quello che è, una risposta sistemica di qualcuno che teme di perdere il potere e la poltrona su cui è seduto”.
Perché accade?
“Non si ha la forza o la voglia di portare questo confronto sul terreno delle idee stesse, e di proporre un dibattito. Il sistema difende le posizioni acquisite, che ha già da molto tempo.
Da dove nasce, secondo lei, quella che identifica come un’incapacità di confronto?
“È una malattia che la sinistra ha da sempre: ha in mano da molti decenni la stragrande maggioranza della macchina culturale e mediatica italiana. Inclusa, e questo è drammatico, quella scolastica. Decide, quindi, qual è la storia giusta, chi può parlare e chi non può farlo: non tollera e non ha mai tollerato nessun tipo di apertura al confronto, indipendentemente da come questo confronto possa concludersi. È una macchina che vive in maniera fanatica la ricerca continua di conferma delle proprie idee: una ricerca in cui qualsiasi possibile ostacolo diventa terrore di perdere posizioni. Chiunque proponga una prospettiva culturale diversa, in Italia, o racconti una storia secondo un punto di vista, è molto, molto mal sopportato: l’editoria è solo un esempio, ma non dimentichiamo l’enfasi data alle notizie sulle testate o sui Social Network, compresa l’invenzione di Fake News o l’attribuzione delle stesse a una fonte diversa da quella reale. E questo, a differenza di quanto accade con Altaforte e con l’esclusione dal Salone del Libro, non comporta nessun tipo di levata di scudi”.
Intende notizie fasulle anche sugli autori, e sulle loro attività?
“Si va molto al di là di questo. Intere campagne stampa sono state montate su cose costruite a tavolino, trasformando tutto in un fatto politico. Senza manifestazione di sorpresa o indignazione di chi fa parte di quel mondo della comunicazione e che magari, dentro di sé, pensa che ciò che sta venendo fatto non sia giusto: si rimane in silenzio sapendo benissimo che indignarsi o andare contro quella macchina editoriale può voler dire non lavorare più, fallire. A parte una nicchia di piccoli editori che resistono, il resto è tutto omologato: declinato con varie sfumature e intensità, certo, ma monocolore, coerente a un’unica narrazione”.
Quanto dura è, la vita dell’editore indipendente?
“Durissima. Inevitabilmente, l’editore vende libri, e già avere la disponibilità degli scaffali della grande distribuzione per poterli vendere è importante, e arrivarci è una fatica enorme. Quando i grandi distributori diventano anche grosse catene – a volte loro stesse editrici – e si allineano, e arrivano ad avere in mano l’ottanta per cento delle librerie rimanendo in pochissimi, iniziano a compiere scelte in merito a quali libri proporre e quali no: anche politiche. Il destino per gli altri diventa certo: la morte delle librerie indipendenti è su tutti i giornali”.
Pensa a un festival del libro alternativo? C’è bisogno, secondo lei, di leggi diverse?
“Non amo mai l’imposizione per mano giuridica, non amo un’idea di ‘quote di partecipazione’. Lo detesto in qualsiasi campo. E l’idea di ‘alternativo’ non mi conquista molto: perché mai si dovrebbe fare qualcosa di ‘alternativo’, tornando alla prospettiva dell’uomo libero. Tutti dovrebbero poter avere la possibilità di incontrarsi e confrontarsi nello stesso luogo. Per un Salone del Libro diverso ci vorrebbero i mezzi economici, ma non solo quelli: anche l’avvio di un processo culturale, politico e mediatico, che nella destra italiana stenta a decollare. Non si riesce a fare sistema: la destra italiana è impreparata”.
Che soluzione proporrebbe, per il sostegno ai piccoli editori?
“Ecco, in termini di mercato, per aiutare i piccoli editori, sicuramente bisognerebbe intervenire come l’Associazione Italiana Editori dice già da anni: adottando ad esempio il sistema francese o quello tedesco e regolamentando le scontistiche da parte delle catene ai distributori. Al giorno d’oggi, alle librerie – che promuovono e vendono il libro – non rimane in mano niente; agli editori – che selezionano l’autore, curano il libro e stampano – non rimane in mano niente. All’autore, meno che meno. Alla fine, il guadagno è tutto dei pochi distributori grandi”.
Internet e l’autopubblicazione sono una strada?
“Internet è una chimera. Da un punto di vista editoriale l’Internet di oggi, quello dei Social Network, è una piattaforma dove sono presenti attori ancora più grandi. Non cambia le dinamiche del problema di libertà di idee e di necessità di confronto: a volte, rende persino più complesso il percorso per l’autore e per il lettore”.
[r.s.]


