24.07.2019 – 12.46 – Continua a restare senza risposta il fato dei lavoratori della Sertubi, la storica ditta produttrice di tubi di ghisa, di proprietà dell’azienda indiana Jindal. La Sertubi da tempo non produce più i tubi, ma compie lavori di rifinitura del prodotto, a partire dal materiale grezzo proveniente dall’estero. Tuttavia quest’attività – richiesta dagli stessi indiani, che desiderano il marchio italiano, certezza di qualità del prodotto – viene intralciata dalle direttive europee, che stabiliscono come il marchio non sia valido quando gran parte del lavoro viene svolto al di fuori dei confini dell’Unione Europea. La stessa attività inoltre è gravata, per l’identica ragione, da dazi talmente forti da impedire di partecipare alle gare europee. Ieri il tavolo convocato a Trieste, con le parti sindacali da un lato, ovvero Fim Cisl, Rsu e Uilm, e dall’altro la proprietà Jindal, doveva trovare una soluzione, ma purtroppo sembra si sia arrivati a un nulla di fatto.
“Il futuro dell’azienda – spiegano i sindacati all’Ansa Fvg – sarà più chiaro dopo il 20 agosto quando la proprietà indiana concluderà il confronto con il ministero dello Sviluppo economico, previsto per domani[cioè oggi, n.d.r.], e con Duferco, la società proprietaria degli impianti con la quale il contratto è in scadenza nel 2021″.
Secondo invece quanto riportato da Il Piccolo, l’amministratore delegato di Jindal Saw Italia, Maneesh Kumar, avrebbe accennato alla possibilità di (ri)assumere i lavoratori che verrebbero licenziati nelle fabbriche in altri stati, dall’America all’Arabia Saudita. Un’opzione improbabile, che sembra preludere a una chiusura ormai certa. Le possibilità potrebbero essere due, o la chiusura totale, con 67 dipendenti licenziati, o mantenere un piccolo presidio di carattere però squisitamente logistico, con 50 licenziamenti su 67.
L’inasprimento delle direttive europee sulle produzioni, aveva spiegato la Jindal, impediscono alla ditta che completa la produzione delle tubature in ghisa in Italia di partecipare alle gare d’appalto. Dal 2011 sono stati persi 49 milioni e da 220 dipendenti si è arrivati ai 67 attuali.








