“Trieste mi piace”. Valery Larbaud alla scoperta della città (1903)

25.05.2019 – 07.35 – Millenovecentotré, un anno tra i tanti. O forse no. Dipende dall’argomento, dalla prospettiva, dall’analisi dei fatti. I giornali raccontano un anno tranquillo, proprio di una Belle Époque ancora ai suoi primi passi. I fratelli Wright compivano in America il primo volo della storia. Papa Leone XIII moriva e gli succedeva Pio X. Pavlov descriveva a Madrid il “riflesso condizionato”, primo passo di una psicologia ancora agli albori. Il congresso di Copenaghen vedeva uno sconosciuto Lenin guidare la spaccatura del partito socialdemocratico operaio russo, tra i “suoi” bolscevichi e i menscevichi di Julius Martov.
Trieste dal suo canto vide un Italo Svevo deluso dall’insuccesso di “Una vita” e “Senilità” fuggire a lavorare in Inghilterra. Eppure proprio dall’impero britannico arrivava un certo James Joyce, il quale, alla fine di quell’anno, sbarcava a Trieste con la moglie, Nora Barnacle. Joyce rimarrà dieci anni a Trieste e proprio con Svevo stringerà un’amicizia sincera. Quando Joyce si trasferì a Parigi (1920), conobbe Valery Larbaud, una figura di spicco del mondo letterario francese. Larbaud era un poeta, un romanziere, un critico, ma più di tutto un traduttore. La scena parigina francese lo considerava il miglior intenditore di letteratura straniera. Se c’era una persona che aveva il “polso” del mondo letterario europeo, quello era Larbaud. E fu proprio Larbaud a scoprire, tramite lo scrittore inglese Samuel Butler, James Joyce e il suo “Ulisse”. Lo scrittore irlandese non aveva però dimenticato l’amico triestino e a sua volta agì da intermediario per Italo Svevo, presentando i suoi romanzi a Larbaud, che ne fu entusiasta. Il carteggio tra Larbaud e Svevo, all’inizio su buone posizioni, iniziò col tempo a raffreddarsi, fino a quando Larbaud prese le distanze, senza dubbio con un atteggiamento snob nei confronti di un “industriale”, per di più di “vernici” quale Svevo. Un uomo troppo terreno, troppo umile per la classe intellettuale parigina.
Il carteggio di Italo Svevo rivela dal lato “triestino” come lo scrittore invitò più volte Larbaud a Trieste, affinché visitasse la città i cui romanzi aveva tanto apprezzato. Larbaud rifiutò sempre con scuse nebulose. Mancanza di tempo, disinteresse, differenze di classe. Ma c’era un’altra ragione dietro il rifiuto: Valery Laurbaud aveva già visitato Trieste vent’anni prima e precisamente in quel sonnacchioso 1903. In effetti a lungo ci si è domandato se non sia stata proprio la positiva impressione della città ad aver favorito nel critico francese la decisione di promuovere Joyce e successivamente Italo Svevo. Un’azione pubblicitaria senza la quale difficilmente i due scrittori sarebbero divenuti quelle colonne della letteratura novecentesca ora noti in tutto il mondo.
Uno snodo fondamentale nella storia della letteratura potrebbe dunque essere stato reso possibile da una breve sosta di Valery Larbaud a Trieste, in un lontano 15 marzo 1903.

Valery Larbaud (1881-1957)

Valery Larbaud effettivamente descrive Trieste, attraverso i diari del 1903, firmati sotto uno dei suoi tanti pseudonimi, in questo caso l’annoiato A.O. Barnabooth. La descrizione di Trieste, dallo sbarco dal piroscafo “Venus”, proveniente da Venezia, all’ultimo sguardo al castello di Miramare, si distingue per le accurate descrizioni, ricche di colori e di vita. La città emerge come un importante componente dell’impero austriaco, un centro urbano cresciuto troppo in fretta, dall’ambizione, secondo Larbaud, di una capitale. Il critico annota allora come gli edifici siano magnifici all’esterno, ma rivelino nell’arredamento interno una povertà che tradisce le origini provinciali della città. Larbaud amava più l’Italia che l’Austria e certo non era un ammiratore degli imperi centrali. Non sorprende pertanto il fastidio verso ogni segno della presenza asburgica, che pure annota con dovizia di dettagli. L’ariosità di alcuni passaggi, di alcuni paragrafi, avvicinano il diario di Larbaud a certi quadri di Turner. C’è un gusto pittorico, le frasi ricordano pennellate precise e secche.
Trieste diviene così uno scenario romantico, a tratti fantasmagorico, specie per la novità della luce elettrica, d’un verde fantasma. Allo stesso tempo Larbaud loda l’ampiezza delle vie e delle piazze, specialmente Piazza Grande (odierna Piazza dell’Unità), così come la cura dei parchi e del verde pubblico. Se il giudizio politico di Larbaud rimane viziato dalle sue origini francesi e come tali contrarie all’Austria, la sua descrizione di Trieste è uno spaccato fedele e ricco d’informazioni sulla Trieste del 1903. Senza dubbio una fonte da rivalutare.

L’amore per Trieste è improvviso e subitaneo, un’ammissione che sorprende Larbaud stesso: “Eccomi dunque nemico giurato del sentimento ruskiniano; dopo aver cercato impressioni di poetica melanconia al Palazzo di Cristallo, presso Londra, ora devo dire che francamente Trieste mi piace, anche più di Venezia”.

Trieste, osserva Larbaud, soffre una crescita eccessivamente rapida, a fronte della quale il reticolo urbano resiste a malapena. La polemica è contro gli arricchiti, contro i borghesi divenuti tali troppo velocemente, contro gli arrampicatori sociali e i parvenu. Una polemica che potrebbe sembrare sensata, fino a quando non ci si rammenta di come siano stati proprio questi “arricchiti” a donare a Trieste molte delle sue ville e dei suoi palazzi liberty. In tal senso la polemica di Larbaud non appare diversa da quella di Silvio Benco, il quale si scagliava contro “i borghesi che hanno messo a lucro il loro denaro nell’edificazione di questo mondo grottesco” (L’Indipendente, 10 luglio 1903). Come Larbaud preferiva il mondo italiano e disprezzava quanto proveniva da Vienna, così nello stesso anno un patriota quale Benco insultava il liberty mutuato a Trieste dalla Secessione Viennese. Larbaud infatti scrive che Trieste “Come Barcellona, come Marsiglia (…) vuol possedere tutto ciò che possiedono le grandi capitali, vuole essere capitale (…) Il palazzo delle Poste è risibilmente colossale, la Borsa, all’inizio del Corso, rivaleggia colla Posta; i caffè si danno grandi arie e i negozi del Corso espongono in vetrina le merci più costose. Numerosi sono i teatri, circolano molte carrozze a cavalli, alcune veramente bellissime; l’albergo dove siamo scesi vale i migliori alberghi di Parigi”.

Larbaud non solo riporta quanto egli vede, ma i dialoghi e le espressioni dei viaggiatori, Significativo in tal senso, in contrasto all’opinione dello scrittore, il giudizio su Trieste di un vecchio principe montenegrino, che conosce la città da decenni. L’uomo infatti appare fermamente convinto come proprio il carattere cosmopolita di Trieste sia stata la chiave del suo successo commerciale: “Credete voi, – mi dice il principe (…) – credete voi che gli italiani avrebbero potuto, da soli, costruire questa Trieste? Voi mi avete parlato del denaro austriaco, degli sforzi degli imperatori di Vienna; ma questo non basta. Io ve l’ho detto: Trieste è una città cosmopolita; cercate dunque l’elemento straniero: esso esiste, e siamo noi che lo formiamo; noi, cioè i popoli slavi della costa orientale dell’Adriatico: Dalmati, Bosniaci, Montenegrini. I Tedeschi che risiedono qui si sentono degli esiliati; mentre si viene a Trieste da Zara, da Ragusa, da Antivari, come in Francia si va a Parigi, per cercare lavoro e trovare fortuna. Aggiungete a quelli che vi ho nominato gli Albanesi della Turchia occidentale ed i Greci, ed avrete messo insieme una buona parte degli abitanti non italiani di Trieste”.

Sebastianutti & Benque, Riva Carciotti, [1890]
Prima di partire per la prossima tappa del viaggio, Larbaud non rinuncia a una visita a “Miramar”. La strada presso il litorale ricorda a Larbaud la strada da Napoli a Posillipo. Un paragone significativo, perché già presente nelle osservazioni di uno scrittore triestino, ma residente a Vienna di quegli anni, Filippo Zamboni. Il paragone Trieste-Napoli e la possibile gemellanza tra le due città ha evidentemente una lunga storia alle spalle, testimoniato da tanti carteggi e diari di viaggio.
La passeggiata di Miramar – annota Larbaud – è la grande attrattiva di Trieste. La strada una volta liberatasi dalla città, dopo i lunghi fabbricati della stazione, segue da vicino il mare e incurvandosi con la linea delle sponde, come la strada da Napoli a Posillipo, arriva al celebre castello di Massimiliano, imperatore del Messico. A paragone della strada di Posillipo, questa di Miramar, richiamando troppo alla memoria la prima, sembra priva di attrattiva. Ma essa è comoda e tranquilla. A metà strada troviamo Barcola, un gruppo di eleganti case su un piccolo promontorio ; ci sono dei bagni e un ristorante. Più avanti delle grandi rocce grigie si sgranano, emergendo dal mare. Le barche, tirate a riva, drizzano delle prue nere contro questo blu, lo stesso che fa da sfondo all’Iliade”.

 

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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