“Pompei in miniatura”: la storia di “Vallicula” o Barcola

29.09.2018 – 09.15 – Come la posizione di Trieste le conferisce un vantaggio nel Mar Adriatico e la rendono adatta a recepire i commerci tanto dall’Est Europa e dal Medio Oriente, quanto dall’Europa del Nord, egualmente la posizione di Barcola sembrava già alla nascita perfetta per la pesca e la villeggiatura.
Migliaia di anni fa, verso il I secolo d. C., i primi romani che misero piede a Barcola ebbero esattamente quest’intuizione, colpiti dalla visione di rara bellezza del luogo: un’insenatura sufficientemente ampia da fornire riparo dai venti e in quest’accogliente rada una dolce vegetazione mediterranea. La riviera, prima dell’industrializzazione e prima della trasformazione ottocentesca in industria turistica, era già un panorama degno di un quadro romantico.
Gli antichi romani, con spirito pragmatico, costruirono allora una serie di ville per i patrizi e la nobiltà, rivolte alla produzione agricola locale e come luogo di riposo per il proprietario, dove dedicarsi all’otium con l’ausilio della vista sul mare. In un certo senso, Barcola era già allora una località turistica, anche se riservata a una ristretta élite della società romana.
La zona, essendo posizionata in una valle tra l’altipiano carsico e il poggio di Gretta, venne chiamata “Vallicula” e contratta successivamente in “Valcula”. La “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio (23-79 d. C.) ricorda la zona per il “vino Pucino” prodotto sulla collina di Contovello.
Le diverse ville romane vennero scavate e riportate alla luce nel corso dell’ottocento; pertanto si preferì spesso proseguire con la costruzione degli edifici progettati, salvando solo parzialmente i mosaici e i reperti originari. Proprio verso gli anni Ottanta e Novanta dell’ottocento Barcola si preparava infatti a diventare un centro turistico d’una certa importanza e lo sviluppo economico venne considerato prioritario, non essendosi ancora affermata una cultura propriamente della conservazione.

“Veduta dell’area degli scavi dove fu rinvenuta la villa romana” (1891), dettaglio. In lontananza è possibile vedere il forte Kressich.

Il porto di Cedas, a Barcola, corrisponde tutt’ora al porto romano, capace di ospitare fino a 60 piccole imbarcazioni. Secondo Fabio Zubini, Cedas dovrebbe infatti derivare dal latino di cetarium (tonnara). In ogni caso fu proprio a Cedas, nel 1852, che vennero riportati alla luce i resti di una villa romana, risalente al II secolo d. C.
Trent’anni dopo (1887), uno degli operai intenti a costruire il muro di cinta della fabbrica di ghiaccio artificiale del cav. Enrico Ritter de Zahoy, sbatteva la pala contro il frammento di qualcosa, rivelatosi essere niente meno che un mosaico romano. Gli scavi vennero immediatamente congelati e il Conservatore del Civico Museo d’Antichità, Alberto Puschi, convocato sul posto. Seguì una campagna di scavi archeologici che impegnò la zona per diversi anni, svelando i resti di alcune ville romane, risalenti tutte al I o al II secolo d. C., congiunte a uno stabilimento termale.
I primi scavi vennero condotti dall’aprile del 1888 al 4 maggio 1889, finanziati dal Comune di Trieste e da una sottoscrizione pubblica dei cittadini organizzata dall’Associazione per le Arti e per l’Industria. I proprietari dei terreni, rispettivamente Carlo Pollak, Enrico Ritter, Filippo Artelli e Geza Pulitzer, acconsentirono all’impresa e anzi, entusiasti dei ritrovamenti archeologici, contribuirono di propria tasca. La ditta Naschitz offrì la tela per la copertura dei preziosi mosaici, mentre quella dei tram trasportava la terra via rotaia e il Lloyd Austriaco forniva il legname per i lavori. Il Bagno Excelsior, inaugurato proprio in quegli anni, venne infine destinato a ospitare i diversi reperti, su gentile concessione dell’imprenditore Alessandro Cesare. La Trieste asburgica, pertanto, non rimase indifferente, ma partecipò come un unico corpo ai ritrovamenti, sconfessando quella falsa impressione che a interessarsi dell’antichità romana sia stata solo l’amministrazione italiana.

Dopo diversi mesi di lavoro di piccone e pala, cominciarono ad emergere le rovine di una villa suburbana, estesa su 4000 metri quadrati con un notevole fronte mare di quasi centocinquanta metri. La villa si componeva di un atrio, un portico con colonne, un giardino e le terme. Quest’ultima zona conservava ancora un mosaico raffigurante un’ampolla per l’olio e uno strigile: la prima per ungersi nell’unctorium, il secondo, una lamina di metallo con il manico, per raschiare via lo sporco alla fine del bagno.
La villa in realtà si componeva di due diverse costruzioni: un primo fabbricato, risalente al I secolo, situato a monte di Barcola e con alcuni notevoli mosaici e una seconda villa, del II secolo, caratterizzata da un emiciclo panoramico. Era un’esedra a mezzaluna, dal diametro di 20 metri. Si dibatte ancora se le due ville disponessero d’un porto privato.
Il Museo d’Antichità J.J. Winckelmann dovrebbe ancora ospitare il primo, grande ritrovamento dell’epoca, avvenuto nei terreni di Enrico Ritter: una statua di marmo raffigurante un’atleta, composta di più pezzi connessi con legami di ferro. La statua conservava ancora il torso, ma non la testa e le braccia. Quant’è sopravvissuto tuttavia denota una straordinaria torsione dei muscoli, caratterizzati da una vitalità ultraterrena, giunta fino ai giorni nostri. La scultura, originariamente alta un metro e ventisei, venne completata con i resti del braccio destro con la mano e del piede sinistro.
La scoperta ha successivamente portato a battezzare la località come la “Villa della Statua”.

“Esposizione dei mosaici di Barcola” (1924), di Pietro Opiglia. L’esposizione fu visitabile dal 1891 fino al 1925.

La scelta di costruire sopra le ville appena scoperte destò qualche protesta; a questo proposito, è interessante leggere la testimonianza di un intellettuale triestino residente a Vienna, Filippo Zamboni (1826-1910). Nato a Trieste e in seguito trasferitosi a Roma, dove partecipò alla difesa della Repubblica di Garibaldi tra il 1848 e il 1849, Zamboni nel dopoguerra non trovò altro asilo che a Vienna, dove venne assunto come professore dapprima all’Accademia di Commercio e in seguito al Politecnico. Il caso di Zamboni, un mazziniano e repubblicano convinto, è tuttavia interessante nella misura in cui trova proprio nella capitale dell’Austria contro la quale aveva combattuto un’accoglienza negata nell’Italia post unificazione. Zamboni sceglierà poi di restare nella capitale asburgica fino alla morte, nel 1910, svelando nelle lettere e nei diari un apprezzamento per il clima intellettuale e internazionale della Vienna fin de siecle.
La lettera, rivolta all’avvocato Cambon (19 ottobre 1888), verrà poi pubblicata assieme con altri testi di difesa del patrimonio storico e monumentale italiano, nel saggio “Di Antichità e Belle Arti” (1889); una pubblicazione notevole in quanto Zamboni vi riconosce la superiorità della museologia germanica, contrapposta allo stato caotico dei musei che seguono all’unificazione italiana sotto i Savoia.

Ho sentito ed ho letto della scoperta degli edificii d’antica villa romana fatta a Barcole, presso Trieste. Io non ti so dire quanto piacere e quanto dolore io ne abbia provato in un medesimo tempo! Piacere, come artista e poeta che vede uscir dalla terra, quasi per incanto, le bellissime abitazioni di un popolo assai più forte di noi; dolore, scorgendo annientarsi davanti gli occhi questa sontuosissima villa, e ciò pel risparmio di poche centinaja o migliaja di fiorini, e dio non voglia, fors’anche in grazia di altri personalucci motivi.

Nonostante il tono drammatico, caratteristico di un animo tempestoso e romantico quale quello di Zamboni, alcuni paragoni risultano suggestivi e confermano osservazioni che vengono rivolte a Trieste tutt’ora. Non suonerà ad esempio nuovo il paragone tra Trieste e Napoli, qui avanzato per la prima volta dall’ex garibaldino, che definisce il ritrovamento a una nuova “Pompei”:

Codesta Pompei in miniatura, essa pure già sul mare, dà ora ragione a me che ho chiamato Trieste, vista specialmente e goduta dalla parte dove sono venute alla luce queste antichità: la “Napoli del Settentrione”. Lode dunque a que’ cittadini, e tu pure sei del bel numero uno, lode a quelli che hanno votato per la conservazione del monumento.

L’arringa a favore della conservazione della “Pompei” triestina, prosegue con una visione lungimirante della Riviera di Barcola, presentata come un moderno centro archeologico e turistico:

Parlando anche della passeggiata lungo la costa di Miramare, io ti diceva che la costa potrebbe diventare una seconda Posilipo. Ora devo aggiungere alle cose allegate in quella lettera codesto scavo, che io ancora non conosceva. Essa villa, conservata anche in parte, od anche di questa una stanza sola, abbellirebbe di molto que’ luoghi. Onde essa pare uscita dalla terra per gridare: “conservatemi: farete di questi contorni uno de’ più incantevoli del golfo adriatico; i Romani antichi si compiacevano di codesto soggiorno”.

Il testo è liberamente disponibile su Internet Archive (pp. 162-165).

Verso il novembre del 1890 gli scavi disseppellirono i ruderi di un vasto stabilimento termale, poco lontano dall’attuale scuola elementare di Barcola. Una seconda campagna archeologica, condotta dal febbraio al 9 maggio 1891, espose una serie di stanze attrezzate di ogni comodità romana.
Nell’antichità le onde arrivavano a lambire la zona delle terme e pertanto era possibile per il cittadino romano nuotare nel mare e in seguito rinfrescarsi direttamente con un bagno di acqua dolce. Le stanze rivenute, secondo la descrizione del Puschi nell’“Archeografo Triestino” (num. 1890 e 1896) corrispondevano a un frigidarium per i bagni freddi con vasca per dieci persone, un tiepidarium per i bagni tiepidi, un calidarium per i bagni caldi, un laconicum (sauna) e infine gli spogliatoi. A monte delle terme si rivenne una struttura semicircolare di 34 metri: forse una palestra o un teatro, connessa poi all’insieme delle ville retrostanti. Il complesso viene solitamente definito la “Palestra e Ninfeo”.

Come Zamboni aveva temuto, tanto per le terme quanto per le ville, si scelse d’interrare i diversi ritrovamenti e procedere alla costruzione di alberghi e stabilimenti balneari. Un’ultima scoperta avvenne nell’aprile del 1898, quando “… nel fondo annesso al villino della signora Saly Pollak, sito dietro la fabbrica di ghiaccio del Signor de Ritter Zahony, si scopre una grande cisterna romana, la quale probabilmente serviva di serbatoio per la villa romana che era posta di fronte, lungo la riva del mare, la quale fu esplorata negli anni 1888 e 1889”. Sono le parole ancora una volta del Conservatore Alberto Puschi, in prima linea nella difesa del patrimonio archeologico di Trieste.

Barcola, “albergo americano” (1949). Durante alcuni lavori furono qui rinvenuti diversi mosaici romani.

I reperti furono esposti prima presso il Civico Gabinetto d’Antichità in Piazza degli Studi (Piazza Hortis, ora) nell’apposita Sala dei Mosaici e successivamente a San Giusto, presso i Civici Musei di Storia e Arte. I mosaici barcolani erano policromi con motivi geometrici: stelle di rombi e quadrate, svastiche, scacchiere, stelle a quattro punte, triangoli, crocette, clessidre e così via…
Accanto ai mosaici, tutt’ora pregiati, vanno annoverate una lunga serie di tegole e mattoni con le “firme” di fabbrica, un’eloquente testimonianza di un’industria tra il I e il II secolo d. C. attiva e fiorente nella zona. Il marchio sul mattone, ovvero il “bollo laterizio”, permise inoltre all’epoca una scoperta notevole: su uno di essi era segnato P.C.QVIR e su un altro CAL. CRISPINILLAE.
I due mattoni “firmati” erano tra loro connessi: il primo apparteneva a Publius Clodius Quirinalis: prefetto della flotta di Ravenna e personaggio piuttosto noto nella Tergeste del tempo. Suicidatosi a causa di Nerone nel 56 d. C., i suoi beni e quant’era la sua villa a Barcola furono incamerati dalla sua rivale, Calvia Crispinilla. La “CAL” del secondo bollo laterizio era tra le favorite di Nerone, ma gestiva anche diverse fabbriche artigiane in Istria. Crispinilla, approfittando dell’intrigo politico, entrò in possesso della villa e procedette ad ampliarla fino alle dimensioni scoperte dalla prima campagna di scavi.
I reperti nel secondo dopoguerra furono “accatastati in un locale non accessibile al pubblico” secondo Fabio Zubini nel suo saggio “Barcola” (1995); tuttavia negli ultimi anni dovrebbero essere nuovamente disponibili presso l’Orto Tergestino del Castello di San Giusto. Per quanto invece concerne i resti romani nella zona di Barcola, l’inviato di Trieste All News Marco Calabrese aveva svolto diverse ricerche presso l’Hotel Maria Theresia, dov’è possibile ammirare alcune delle originarie fondamenta: Le Ville dimenticate di Trieste: l’origine romana.

I ritrovamenti più recenti risalgono al 1949, quando nella ristrutturazione dell’albergo detto “americano”, si riscoprirono una serie di mosaici, ancora una volta interrati a causa delle necessità edilizie. Sarà una delle ultime scoperte in questo campo a Barcola, sebbene non sia mai detta l’ultima parola: i lavori stradali e gli interventi alle fondamenta impongono continuamente di scavare e la sorpresa, nella forma di un’anfora o una statua, è sempre dietro l’angolo, testimonianza di quanto possa sopravvivere l’arte dell’uomo nei secoli.