26 giugno 2026 – ore 14:00 – Premessa – Nel cercare di descrivere l’impasse dell’Impero statunitense, analizzando esclusivamente fonti americane, oggi ci concentreremo su diversi aspetti geostrategici, facendoci aiutare da esperti riconosciuti a livello internazionale. In tale contesto e a conferma della particolare situazione in cui versano gli Stati Uniti, merita ricordare che il presidente Trump, in data 23 giugno 2026, nel silenzio generale dei media europei, ha deciso di pubblicare la nuova “Strategia di resilienza America First”, diretta – leggo testualmente – «a negare agli avversari la possibilità di mettere a rischio l’America e i suoi interessi fondamentali». Come vedremo, la Casa Bianca cerca di recuperare l’elettorato MAGA proponendo una nuova “sferzata” al complesso sistema statunitense, profondamente e da anni attanagliato da una crisi sistemica che coinvolge prevalentemente l’America profonda, l’America impoverita, in gran parte sconosciuta in Europa e che non trova spazio nelle serie televisive e nei film proposti dalle piattaforme globali di streaming on demand che tanto amiamo seguire.
In tale cornice, in questa seconda e ultima puntata, daremo la parola a:
- Alfred William McCoy, autorevole storico, noto scrittore e docente presso la Fred Harvey Harrington University, nonché autore di numerosi editoriali sulle principali testate statunitensi e internazionali;
- Chris McGuire, noto esperto americano di tecnologie emergenti, con particolare riferimento all’intelligenza artificiale.
La Casa Bianca svela la strategia di resilienza “America First” del presidente Trump
Con questo titolo, la Casa Bianca annuncia la nuova strategia di resilienza “America First” del presidente Donald Trump, un’iniziativa che, si afferma nel comunicato ufficiale, è «di ampio respiro, volta a rafforzare la capacità della nazione di resistere a disastri naturali, attacchi informatici, minacce straniere, interruzioni delle infrastrutture e altre emergenze che potrebbero minacciare la sicurezza e la stabilità economica degli Stati Uniti».
La strategia, sempre secondo i funzionari governativi, segna un significativo allontanamento da quelli che vengono definiti decenni di eccessiva ingerenza federale e burocrazia, ponendo maggiore enfasi sulla preparazione, sull’autosufficienza, sulla protezione delle infrastrutture critiche e sugli sforzi di resilienza guidati dai singoli Stati.
Il piano, si afferma con notevole enfasi, «riflette un principio fondamentale che ha guidato gran parte dell’agenda di Trump per il suo secondo mandato: l’America deve diventare più forte, più sicura e meno dipendente da sistemi fragili che rendono il Paese vulnerabile a eventuali sconvolgimenti».
Secondo la Casa Bianca, la strategia si concentra sulla protezione delle infrastrutture critiche, sul rafforzamento della preparazione alle emergenze, sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, sul miglioramento della sicurezza informatica e sulla garanzia che le agenzie governative siano meglio preparate a rispondere alle minacce emergenti.
In allegato è riportato il testo completo della nuova strategia.
Non pienamente soddisfatto della comunicazione ufficiale, ho cercato di approfondire la situazione nelle diverse realtà statali americane, acquisendo le prime reazioni a quella che, secondo alcuni analisti, rappresenta un’iniziativa decisamente estemporanea da parte di Trump.
A questo proposito desidero proporvi le reazioni, sostanzialmente positive, provenienti dallo Stato del Nevada che, come ben sappiamo, rappresenta uno dei cosiddetti swing states (Stati in bilico), nei quali si decidono spesso le sorti delle elezioni presidenziali.
Il 25 giugno u.s., il Nevada Globe, in prima pagina, afferma che la Casa Bianca ha presentato la nuova strategia di resilienza “America First” del presidente Donald Trump, un’iniziativa di ampio respiro volta a rafforzare la capacità della nazione di resistere a disastri naturali, attacchi informatici, minacce straniere, interruzioni delle infrastrutture e altre emergenze che potrebbero minacciare la sicurezza e la stabilità economica degli Stati Uniti.
Secondo i funzionari dell’amministrazione, la strategia segna un significativo allontanamento da quelli che vengono definiti decenni di eccessiva ingerenza federale e burocrazia, ponendo maggiore enfasi sulla preparazione, sull’autosufficienza, sulla protezione delle infrastrutture critiche e sugli sforzi di resilienza guidati dai singoli Stati.
Il piano riflette un principio fondamentale che ha guidato gran parte dell’agenda di Trump per il suo secondo mandato: l’America deve diventare più forte, più sicura e meno dipendente da sistemi fragili che rendono il Paese vulnerabile a eventuali sconvolgimenti.
Secondo la Casa Bianca, la strategia si concentra sulla protezione delle infrastrutture critiche, sul rafforzamento della preparazione alle emergenze, sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, sul miglioramento della sicurezza informatica e sulla garanzia che le agenzie governative siano meglio preparate a rispondere alle minacce emergenti.
L’amministrazione sostiene che la necessità di una strategia di questo tipo sia diventata sempre più evidente.
Negli ultimi anni, gli americani hanno assistito a interruzioni della catena di approvvigionamento, attacchi informatici contro infrastrutture critiche, tentativi di intrusione nelle reti statunitensi da parte di avversari stranieri, interruzioni della fornitura energetica, disastri naturali e crescenti preoccupazioni circa la capacità del Paese di rispondere in modo rapido ed efficace alle crisi.
Anziché limitarsi a reagire dopo che i problemi si sono verificati, la Casa Bianca afferma che la nuova strategia mira a costruire resilienza prima che si verifichino le emergenze.
I funzionari dell’amministrazione hanno presentato l’iniziativa come un’estensione della più ampia filosofia “America First” di Trump. La strategia privilegia la produzione nazionale, l’indipendenza energetica, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e la riduzione della dipendenza dai Paesi esteri per beni e servizi essenziali.
La Casa Bianca sostiene che la resilienza nazionale inizi dalla forza del Paese. Un Paese che produce la propria energia è più resiliente. Un Paese che produce beni essenziali a livello nazionale è più resiliente. Un Paese con infrastrutture sicure e catene di approvvigionamento affidabili è più resiliente. Un Paese che si prepara alle minacce future prima che queste si manifestino è più resiliente.
La strategia pone inoltre una forte enfasi sulla sicurezza informatica e sulla protezione delle infrastrutture critiche dagli avversari stranieri. I funzionari federali hanno ripetutamente avvertito che Paesi come Cina, Russia, Iran e Corea del Nord continuano a prendere di mira reti, servizi pubblici, sistemi di trasporto, infrastrutture di telecomunicazione e agenzie governative americane.
Secondo l’amministrazione, la resilienza nell’era moderna significa essere preparati non solo agli uragani e ai disastri naturali, ma anche agli attacchi informatici, alle interruzioni digitali e alla guerra economica.
Per il Nevada, la strategia tocca diverse priorità chiave.
Lo Stato del Nevada continua a registrare una rapida crescita demografica, con conseguenti crescenti esigenze infrastrutturali, investimenti in espansione nei centri dati e una crescente importanza nei settori energetico e tecnologico americani. L’economia turistica del Nevada dipende inoltre fortemente da reti di trasporto affidabili, sistemi di comunicazione sicuri, forniture energetiche stabili e infrastrutture resilienti, in grado di supportare milioni di visitatori ogni anno.
L’attenzione della strategia alla produzione energetica interna potrebbe rivelarsi particolarmente rilevante, dato che i repubblicani continuano a sostenere che l’indipendenza energetica rappresenti una delle componenti più importanti della resilienza nazionale. I funzionari dell’amministrazione sostengono che i Paesi dipendenti da fonti energetiche estere diventino vulnerabili all’instabilità globale, mentre quelli in grado di produrre autonomamente la propria energia godano di maggiore sicurezza e flessibilità economica.
I sostenitori dell’iniziativa ritengono che le lezioni apprese negli ultimi anni siano impossibili da ignorare. Le carenze nella catena di approvvigionamento hanno evidenziato le vulnerabilità. Gli attacchi informatici hanno messo in luce le debolezze. I conflitti globali hanno rivelato i rischi della dipendenza dall’estero. I disastri naturali, infine, hanno dimostrato l’importanza della preparazione.
Mentre l’amministrazione continua ad attuare la propria più ampia agenda di sicurezza nazionale, i funzionari affermano che la strategia di resilienza “America First” ha l’obiettivo di garantire che il Paese rimanga preparato ad affrontare qualsiasi sfida il futuro possa riservare.
Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: l’America non può controllare ogni minaccia, ma può controllare il proprio livello di preparazione per affrontarla. E, secondo la nuova strategia di Trump, i preparativi iniziano adesso.
«Fatevi sentire, Nevada!»
Le cause e le conseguenze del declino globale degli Stati Uniti
Il 2 giugno u.s. ha suscitato grande scalpore negli Stati Uniti un lungo articolo di Alfred McCoy, autore del recente best seller storico, ormai divenuto un classico, Cold War on Five Continents. Sulla nota rivista americana TomDispatch, McCoy ha voluto descrivere la situazione “drammatica” in cui versano gli Stati Uniti.
L’articolo è stato ripreso dalle principali riviste europee e asiatiche di analisi geopolitica, suscitando accesi dibattiti televisivi e profonde discussioni negli Stati Uniti.
Dopo averci riflettuto a lungo, vi propongo ampi stralci dell’articolo, perché aiutano a comprendere una percezione profondamente diffusa negli ambienti intellettuali statunitensi, poco o per nulla conosciuta da noi europei.
Leggiamo insieme.
Mentre la guerra di Washington contro l’Iran si trascina, il mondo sta assistendo ai limiti concreti del potere globale degli Stati Uniti. Con il presidente Donald Trump che oscilla ripetutamente tra minacce di devastazione e promesse di pace, diventa sempre più evidente che la potenza militare americana non è più in grado di sottomettere nemmeno una potenza di medie dimensioni come l’Iran, tanto meno di mantenere il resto del mondo sotto il proprio controllo.
Tra il dramma dei raid aerei, degli attacchi con droni e dei blocchi navali, sono in gioco forze geopolitiche più profonde, che conferiscono un’importanza storica duratura agli eventi nel Golfo Persico. Dinamiche che possono essere comprese al meglio confrontando due editoriali di giornale che presentano sorprendenti analogie, nonostante gli ottant’anni che separano la loro pubblicazione.
Scrivendo nel 1942, durante uno dei periodi più bui della Gran Bretagna nella Seconda guerra mondiale, i redattori dello storico The Times guardarono ben oltre gli incessanti attacchi tedeschi contro le forze britanniche in Egitto o gli affondamenti delle navi della Royal Navy da parte degli U-Boot nazisti nell’Atlantico, per prevedere con rara lungimiranza il futuro del loro impero.
Con il suo motto, apparentemente contraddittorio, “Imperium et Libertas” (“Impero e Libertà”), il vasto Impero britannico, che allora copriva ancora un quarto del globo, era già diventato ciò che quei redattori definirono «un’entità in via di auto-liquidazione». Una volta venute meno le «circostanze temporanee» che avevano consentito l’ascesa della Gran Bretagna — il dominio navale, la preminenza industriale e «la relativa debolezza degli Stati rivali» — la «dipendenza ultima dalla coercizione» di quell’impero non avrebbe più potuto reggere.
Pronte all’autogoverno, le numerose colonie britanniche, sostenevano i redattori, avrebbero presto iniziato a separarsi, decretando così il tramonto dell’impero. Una previsione che si rivelò estremamente accurata: appena cinque anni dopo la pubblicazione di quell’editoriale, l’Impero britannico aveva già iniziato a sgretolarsi.
In un articolo pubblicato sul New York Times nel maggio 2026, il collaboratore Christopher Caldwell ha formulato una previsione sorprendentemente simile sul futuro dell’egemonia globale degli Stati Uniti.
Sotto il titolo provocatorio “L’America è ufficialmente un impero in declino”, Caldwell ha evidenziato alcune inquietanti analogie tra il destino dell’America di oggi e quello della Gran Bretagna di ottant’anni fa. All’epoca, osserva, l’Inghilterra era «in fase di deindustrializzazione, sovraimpegnata e compiacente» e si ritrovò «sostanzialmente in bancarotta» al termine della Seconda guerra mondiale. A parte il suo «sfortunato tentativo» di impadronirsi del Canale di Suez nel 1956, riuscì tuttavia a decolonizzare con successo, rinunciando a «territori che non poteva più permettersi». Come sottolinea Caldwell, la Gran Bretagna «finì persino per mantenere rapporti ragionevolmente buoni con i suoi ex possedimenti coloniali».
All’inizio del suo secondo mandato presidenziale, nel 2025, Donald Trump, prosegue Caldwell, «aveva la possibilità di realizzare qualcosa di simile», ritirandosi «in una sfera d’influenza meno estesa» e «rifocalizzando l’attenzione americana sull’emisfero occidentale».
Caldwell considera questa strategia potenzialmente «fattibile», poiché «i sistemi imperiali, comunque li si voglia definire, durano solo finché i loro mezzi sono adeguati ai loro fini». Invece di attenersi a questo piano, tuttavia, Trump «ha esteso pericolosamente l’impero» con il suo intervento in Iran, che sarebbe divenuto nientemeno che «uno spartiacque nel declino dell’impero americano».
Per verificare la probabilità che la previsione di Caldwell si avveri, dobbiamo andare oltre l’immediatezza della crisi iraniana ed esplorare sia le cause più profonde del declino globale degli Stati Uniti, sia le sue probabili conseguenze a lungo termine, tanto per gli Stati Uniti quanto per il resto del mondo.
Spiegazione del declino imperiale degli Stati Uniti
Poiché la maggior parte degli americani si è resa conto solo tardivamente – ammesso che se ne sia resa conto – che il proprio Paese fosse effettivamente una potenza imperiale, e per di più incredibilmente potente, è generalmente rimasta inconsapevole del suo progressivo invecchiamento e dell’inevitabile erosione del potere globale che lo accompagna.
Da quando, alla fine del XVIII secolo, lo studioso inglese Edward Gibbon pubblicò il suo monumentale studio in più volumi, Storia del declino e della caduta dell’Impero romano, i successivi governanti imperiali hanno teso a presumere che i propri imperi sarebbero durati, come quello dell’antica Roma, mezzo millennio o più. Adolf Hitler, con il suo sogno del “Reich millenario”, non fu certo l’unico a nutrire tale illusione.
L’era moderna, tuttavia, con i suoi rapidi cambiamenti economici e tecnologici, non ha fatto altro che accelerare il declino degli imperi. Il vasto impero globale britannico durò appena novant’anni (1857-1947) e l’impero africano francese, che copriva un quarto di quel continente, ebbe una durata analoga, mentre l’impero sovietico nell’Europa orientale sopravvisse appena quarant’anni (1945-1989). Pertanto, il fatto che l’impero globale statunitense sia sopravvissuto per ottant’anni (1945-2026) dovrebbe essere considerato il massimo che si possa realisticamente aspettarsi da un impero moderno.
Poiché l’ordine globale guidato dagli Stati Uniti – esemplificato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), dalla Banca Mondiale e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) – ha effettivamente presieduto a ottant’anni di crescita economica globale, il concetto britannico di “impresa auto-liquidante” assume una connotazione decisamente americana.
Mentre il resto del mondo godeva di una rapida ripresa economica dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, la quota degli Stati Uniti nell’economia globale è diminuita da un dominante 50% nel 1945 a meno della metà di tale valore oggi.
Utilizzando un indice chiamato PPP (Parità di Potere d’Acquisto), che misura il valore reale della crescita economica, il FMI calcola che nel 2026 la Cina produrrà il 20% della produzione economica globale, gli Stati Uniti il 15% e l’Unione Europea (UE) il 14%.
Se nel 1945 gli Stati Uniti erano un gigante economico in grado di plasmare l’economia mondiale a proprio piacimento, oggi devono negoziare i termini degli scambi commerciali con una serie di rivali di pari livello: potenze economiche come la Cina, attori di primo piano come India e Giappone, oppure un numero crescente di blocchi regionali quali l’Unione Europea, il Mercosur sudamericano e l’ASEAN asiatica.
Approfondendo le forze che oggi guidano il declino dell’America, emerge una fondamentale dimensione geopolitica. Come ho spiegato nel mio nuovo libro, La guerra fredda sui cinque continenti, gli Stati Uniti raggiunsero la loro egemonia globale dopo la Seconda guerra mondiale mantenendo un’incrollabile supremazia geostrategica sulla massa continentale eurasiatica.
Attraverso le proprie alleanze militari alle due estremità di questo vasto continente – l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) a ovest e cinque accordi bilaterali di difesa con Paesi che vanno dal Giappone all’Australia a est – gli Stati Uniti imposero una “Cortina di ferro” di 8.000 chilometri di contenimento anticomunista attraverso l’Eurasia.
Utilizzando queste due estremità come punti di ancoraggio, Washington circondò il continente con tre flotte navali, centinaia di basi militari e migliaia di aerei a reazione. Con Mosca isolata dal punto di vista geopolitico e Pechino ancora una potenza in via di sviluppo, gli Stati Uniti poterono limitarsi ad attendere che l’economia socialista dell’Unione Sovietica, sempre più stagnante, collassasse e che le sue decine di Stati satelliti, ormai inquieti, si emancipassero, come effettivamente avvenne tra il 1989 e il 1991.
Nei trentacinque anni trascorsi da quella grande vittoria della Guerra Fredda, le élite della politica estera di Washington hanno perseguito politiche che potrebbero essere definite, senza eccessiva enfasi, una vera e propria “cattiva gestione bipartisan” della posizione geopolitica degli Stati Uniti in Eurasia.
Essendo sede del 70% della popolazione mondiale e di una quota ancora maggiore della produzione economica globale, quel continente rimane l’epicentro del potere mondiale, come lo è stato negli ultimi cinquecento anni. Nessuna nazione può aspirare alla leadership globale senza competere per l’influenza geopolitica in quella regione.
Dal 2001 al 2021, sia le amministrazioni democratiche sia quelle repubblicane hanno supervisionato le lunghe occupazioni militari dell’Afghanistan e dell’Iraq, costate migliaia di vite americane, milioni di morti civili e trilioni di dollari.
Mentre Washington sprecava circa 5.800 miliardi di dollari in guerre inutili e improduttive, le riserve valutarie della Cina crescevano da appena 200 miliardi di dollari nel 2001 a ben 4.000 miliardi nel 2014.
Attingendo a queste riserve senza precedenti, il presidente Xi Jinping lanciò la sua iniziativa “Belt and Road”, dal valore di mille miliardi di dollari, creando rapidamente una rete di ferrovie, strade, oleodotti e porti in tutta l’Eurasia, dal Baltico al Mar Cinese Meridionale.
Quando, nell’agosto 2021, le truppe americane completarono la loro umiliante ritirata dall’Afghanistan, la Cina era ormai diventata la potenza dominante dell’Asia centrale e la posizione degli Stati Uniti in Eurasia iniziava a sgretolarsi.
Nel suo secondo mandato, la politica estera del presidente Trump ha ulteriormente indebolito la posizione globale degli Stati Uniti.
All’estremità occidentale del continente eurasiatico ha compromesso la NATO, la più grande e longeva alleanza della storia militare moderna, facendo pressioni sulla Danimarca, Paese fondatore dell’Alleanza, affinché cedesse il territorio sovrano della Groenlandia. Ciò ha provocato una grave crisi e costretto gli europei ad agire in maniera sempre più autonoma, sia sul piano commerciale sia su quello della difesa.
All’estremità orientale dell’Eurasia, l’intervento di Trump in Iran e il blocco delle principali forniture petrolifere dirette verso l’Asia, conseguente alla chiusura dello Stretto di Hormuz, hanno indebolito le consolidate alleanze bilaterali con Australia, Giappone, Filippine e Corea del Sud.
Le migliaia di missili lanciati dagli Stati Uniti contro l’Iran hanno inoltre ridotto la capacità americana di difendere Taiwan e costretto Washington a iniziare il ritiro delle proprie scorte missilistiche dalla Corea del Sud, evidenziando sia i limiti della potenza militare americana sia la minore priorità ormai attribuita all’Asia.
Come ha affermato il comitato editoriale del New York Times dopo il recente vertice di Donald Trump a Pechino con il leader cinese Xi Jinping, durante il quale il presidente statunitense ha mostrato una «preoccupante mancanza di interesse» per Taiwan, «l’incapacità dell’America di sconfiggere l’esercito iraniano, di gran lunga inferiore, ha sollevato dubbi sulla sua capacità di difendere Taiwan da un’invasione continentale».
Se la Cina dovesse infine conquistare l’isola, il perimetro difensivo statunitense nel Pacifico verrebbe spostato dalla “prima catena di isole” (Giappone-Taiwan-Filippine) alla “seconda catena di isole” (Giappone-Guam), infliggendo un duro colpo geopolitico agli Stati Uniti e compromettendo la loro capacità di sostenere gli alleati asiatici.
Più in generale, i piani dell’amministrazione Trump, illustrati nella recente Strategia di Sicurezza Nazionale, per un «riassetto della nostra presenza militare globale» attraverso lo spostamento delle forze nell’emisfero occidentale equivarrebbero, se pienamente attuati, a una resa unilaterale in quella che gli esperti di politica estera hanno definito «la nuova Guerra Fredda» con Pechino e Mosca.
Energia imperiale
Scavando ancora più a fondo nelle cause del perdurante declino imperiale americano, si arriva al fattore più fondamentale, ma generalmente meno considerato, dell’ascesa e della caduta di ogni impero mondiale negli ultimi cinquecento anni: l’innovazione energetica.
Nel XVI secolo, Spagna e Portogallo svilupparono il sistema della schiavitù, la cui fenomenale redditività consentì a una forma di agricoltura commerciale, caratterizzata da una crudeltà senza pari, di diffondersi dall’Africa occidentale lungo le coste del Brasile, fino ai Caraibi e, successivamente, al Sud degli Stati Uniti.
Un secolo dopo, gli olandesi padroneggiarono l’energia eolica, utilizzando i mulini a vento per segare assi uniformi e costruire efficienti navi a vela che permisero loro di creare un impero commerciale esteso dalle Isole delle Spezie, in Indonesia, fino all’isola di Manhattan.
Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale britannica sviluppò macchine a vapore alimentate a carbone per fabbriche, treni e navi, facilitando la conquista di colonie che arrivarono a coprire un quarto del globo.
Dopo il 1945, l’ascesa dell’America all’egemonia globale coincise con l’affermazione del petrolio, che soppiantò rapidamente il carbone come principale fonte di energia mondiale, portando ai ripetuti interventi statunitensi in Medio Oriente nel corso degli ultimi settant’anni.
Negli ultimi anni, tuttavia, Pechino ha avviato una rivoluzione nell’energia verde, prodotta dal sole e dal vento, il cui ritmo accelerato, sostenuto dalla sua indiscutibile efficienza economica, ha il potenziale di trasformare gran parte dell’economia globale, rendendo al contempo la Cina la principale potenza economica mondiale.
Con sorprendente rapidità, la produzione di energia elettrica da fonte solare è diventata il 41% meno costosa, mentre quella da fonte eolica è risultata il 53% più economica rispetto alla forma di combustibile fossile meno costosa. Inoltre, le innovazioni ingegneristiche nella progettazione delle batterie, sia per la trazione sia per l’accumulo dell’energia elettrica, renderanno probabilmente proibitivo, entro un decennio o anche prima, il costo dell’energia prodotta da combustibili fossili.
Sotto l’amministrazione Biden, Washington ha investito mille miliardi di dollari per finanziare i primi passi degli Stati Uniti verso un futuro fondato sulle energie rinnovabili. Tuttavia, non appena Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, ha iniziato a soffocare sul nascere questa iniziativa attraverso una serie di decreti esecutivi: ha bloccato i parchi eolici offshore, ha abrogato il credito d’imposta per i veicoli elettrici e ha aperto vaste aree delle acque territoriali statunitensi a nuove trivellazioni di petrolio e gas naturale.
Nel frattempo, la Cina ha aumentato la propria produzione complessiva di energia del 16% entro il 2025, con il solare e l’eolico che rappresentano ormai la metà della capacità produttiva nazionale.
Così come la Cina produce già l’80% della fornitura mondiale di pannelli solari, le sue recenti innovazioni nella progettazione delle batterie per veicoli elettrici le hanno consentito di raggiungere il 70% della produzione globale di auto elettriche.
Mentre l’industria automobilistica cinese è cresciuta vertiginosamente negli ultimi cinque anni, arrivando a conquistare il 24% della produzione mondiale di automobili nel 2025 — quota destinata, secondo le previsioni, a salire al 35% nei prossimi quattro anni — quella di Detroit è scesa al 16%, anche a causa del costoso ridimensionamento della produzione di veicoli elettrici seguito al ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Considerati i rapidi progressi in termini di autonomia, tempi di ricarica e prestazioni delle batterie, è ormai solo questione di anni prima che le automobili a basso costo prodotte nelle immense fabbriche robotizzate cinesi soppiantino i marchi tradizionali e arrivino a dominare il mercato automobilistico mondiale.
Con l’industria automobilistica di Detroit, il più importante comparto manifatturiero americano, che oggi lotta per sopravvivere — insieme ad altri settori legati ai combustibili fossili, gravati da costi sempre più elevati — il futuro di una parte significativa della manifattura statunitense appare sempre più incerto.
Le conseguenze del declino dell’America
Sì, il mondo della Pax Americana del secolo scorso non esiste più. E un mondo privo di una leadership internazionale attiva degli Stati Uniti non sarà necessariamente un luogo migliore.
Senza una singola superpotenza, o un gruppo di superpotenze, capace di sostenere e far rispettare risoluzioni delle Nazioni Unite altrimenti inefficaci, le relazioni internazionali in un ordine mondiale post-americano saranno probabilmente più complesse e, forse, anche più esposte ai conflitti.
Nel nuovo mondo multipolare che con ogni probabilità emergerà nel prossimo decennio, se non prima, anche grandi potenze come gli Stati Uniti e la Cina finiranno inevitabilmente per esercitare il proprio potere in modo sempre più concentrato nelle rispettive aree di influenza.
Mentre alcune regioni del pianeta saranno attraversate da rivalità regionali — Pechino contro Tokyo nell’Asia orientale, Ankara contro Il Cairo e Riyadh in Medio Oriente — organizzazioni regionali come l’ASEAN, il Mercosur e l’Unione Europea saranno verosimilmente chiamate a svolgere un ruolo sempre più rilevante nella costruzione di un consenso diplomatico e nella mediazione dei conflitti.
Al posto della rivalità bipolare della Guerra Fredda o degli interventi guidati dagli Stati Uniti in Afghanistan, Panama o Kuwait durante la fase unipolare del loro predominio, il futuro potrebbe essere caratterizzato da guerre regionali combattute in aree strategiche del pianeta per il controllo dei confini, delle risorse minerarie, delle risorse idriche o dei flussi di rifugiati climatici.
Per fare un solo esempio, l’Etiopia, Paese arido, senza sbocco sul mare e con una popolazione di circa 140 milioni di abitanti, rischia di entrare in conflitto con l’Egitto per il controllo delle sorgenti del Nilo, con l’Eritrea per l’accesso al mare e con la Somalia per il destino dello Stato secessionista del Somaliland.
Sebbene abbiano una dimensione regionale, questi conflitti possono provocare devastazioni enormi, come dimostrato dalla Seconda guerra del Congo (1998-2003), che ha sconvolto la parte orientale del Paese coinvolgendo anche Stati confinanti, come Ruanda e Uganda, oltre a milizie di signori della guerra, tra cui la sanguinaria M23, impegnate nella contesa delle risorse minerarie.
Il conflitto provocò circa 5,4 milioni di vittime, diventando il più sanguinoso conflitto armato al mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale, pur rimanendo relativamente poco conosciuto.
Ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, le milizie continuano a combattersi per il controllo dell’est del Congo, conquistando città e costringendo oltre un milione di persone ad abbandonare le proprie abitazioni.
Su scala globale, le istituzioni internazionali create dagli Stati Uniti all’apice della loro potenza negli anni Quaranta — ONU, FMI e OMC — potrebbero continuare a sopravvivere.
Tuttavia, i principi del liberalismo internazionale che per decenni hanno ispirato l’ordine mondiale guidato da Washington — tutela dei diritti umani, aiuti umanitari, protezione dei rifugiati, diritti delle donne e rispetto della sovranità nazionale — rischiano progressivamente di affievolirsi, se non addirittura di scomparire, anche come semplici ideali ai quali tendere.
Uno dei maggiori successi del precedente ordine internazionale, ossia l’aver evitato una guerra mondiale tra le grandi potenze per oltre ottant’anni, potrebbe essere seriamente messo alla prova nei prossimi anni.
Anziché destinare risorse comuni alla lotta contro il cambiamento climatico, le principali potenze mondiali continuano infatti ad aumentare le spese militari, con un incremento del 13% nella spesa per gli armamenti nucleari registrato già nel solo 2023.
Per mantenere il passo con Cina e Russia nella competizione tra grandi potenze, destinata con ogni probabilità ad assumere sempre più le caratteristiche di una nuova Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avviato nel 2010 un vasto programma di ammodernamento della propria triade nucleare, dal costo stimato di circa 1.700 miliardi di dollari nell’arco dei successivi trent’anni.
E, consapevoli che la Corea del Nord, dotata di armamenti nucleari, sia rimasta al sicuro mentre l’Iran è stato duramente colpito, anche numerosi Stati di medie dimensioni cercheranno con ogni probabilità la sicurezza garantita dal possesso di armi nucleari, con il rischio concreto di una proliferazione nucleare capace di mettere in pericolo l’intero pianeta.
Energia imperiale
Scavando ancora più a fondo nelle cause del perdurante declino imperiale americano, si arriva al fattore più fondamentale, ma generalmente meno considerato, dell’ascesa e della caduta di ogni impero mondiale negli ultimi cinquecento anni: l’innovazione energetica.
Nel XVI secolo, Spagna e Portogallo svilupparono il sistema della schiavitù, la cui fenomenale redditività consentì a una forma di agricoltura commerciale, caratterizzata da una crudeltà senza pari, di diffondersi dall’Africa occidentale lungo le coste del Brasile, fino ai Caraibi e, successivamente, al Sud degli Stati Uniti.
Un secolo dopo, gli olandesi padroneggiarono l’energia eolica, utilizzando i mulini a vento per segare assi uniformi e costruire efficienti navi a vela che permisero loro di creare un impero commerciale esteso dalle Isole delle Spezie, in Indonesia, fino all’isola di Manhattan.
Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale britannica sviluppò macchine a vapore alimentate a carbone per fabbriche, treni e navi, facilitando la conquista di colonie che arrivarono a coprire un quarto del globo.
Dopo il 1945, l’ascesa dell’America all’egemonia globale coincise con l’affermazione del petrolio, che soppiantò rapidamente il carbone come principale fonte di energia mondiale, portando ai ripetuti interventi statunitensi in Medio Oriente nel corso degli ultimi settant’anni.
Negli ultimi anni, tuttavia, Pechino ha avviato una rivoluzione nell’energia verde, prodotta dal sole e dal vento, il cui ritmo accelerato, sostenuto dalla sua indiscutibile efficienza economica, ha il potenziale di trasformare gran parte dell’economia globale, rendendo al contempo la Cina la principale potenza economica mondiale.
Con sorprendente rapidità, la produzione di energia elettrica da fonte solare è diventata il 41% meno costosa, mentre quella da fonte eolica è risultata il 53% più economica rispetto alla forma di combustibile fossile meno costosa. Inoltre, le innovazioni ingegneristiche nella progettazione delle batterie, sia per la trazione sia per l’accumulo dell’energia elettrica, renderanno probabilmente proibitivo, entro un decennio o anche prima, il costo dell’energia prodotta da combustibili fossili.
Sotto l’amministrazione Biden, Washington ha investito mille miliardi di dollari per finanziare i primi passi degli Stati Uniti verso un futuro fondato sulle energie rinnovabili. Tuttavia, non appena Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, ha iniziato a soffocare sul nascere questa iniziativa attraverso una serie di decreti esecutivi: ha bloccato i parchi eolici offshore, ha abrogato il credito d’imposta per i veicoli elettrici e ha aperto vaste aree delle acque territoriali statunitensi a nuove trivellazioni di petrolio e gas naturale.
Nel frattempo, la Cina ha aumentato la propria produzione complessiva di energia del 16% entro il 2025, con il solare e l’eolico che rappresentano ormai la metà della capacità produttiva nazionale.
Così come la Cina produce già l’80% della fornitura mondiale di pannelli solari, le sue recenti innovazioni nella progettazione delle batterie per veicoli elettrici le hanno consentito di raggiungere il 70% della produzione globale di auto elettriche.
Mentre l’industria automobilistica cinese è cresciuta vertiginosamente negli ultimi cinque anni, arrivando a conquistare il 24% della produzione mondiale di automobili nel 2025 — quota destinata, secondo le previsioni, a salire al 35% nei prossimi quattro anni — quella di Detroit è scesa al 16%, anche a causa del costoso ridimensionamento della produzione di veicoli elettrici seguito al ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Considerati i rapidi progressi in termini di autonomia, tempi di ricarica e prestazioni delle batterie, è ormai solo questione di anni prima che le automobili a basso costo prodotte nelle immense fabbriche robotizzate cinesi soppiantino i marchi tradizionali e arrivino a dominare il mercato automobilistico mondiale.
Con l’industria automobilistica di Detroit, il più importante comparto manifatturiero americano, che oggi lotta per sopravvivere — insieme ad altri settori legati ai combustibili fossili, gravati da costi sempre più elevati — il futuro di una parte significativa della manifattura statunitense appare sempre più incerto.
Le conseguenze del declino dell’America
Sì, il mondo della Pax Americana del secolo scorso non esiste più. E un mondo privo di una leadership internazionale attiva degli Stati Uniti non sarà necessariamente un luogo migliore.
Senza una singola superpotenza, o un gruppo di superpotenze, capace di sostenere e far rispettare risoluzioni delle Nazioni Unite altrimenti inefficaci, le relazioni internazionali in un ordine mondiale post-americano saranno probabilmente più complesse e, forse, anche più esposte ai conflitti.
Nel nuovo mondo multipolare che con ogni probabilità emergerà nel prossimo decennio, se non prima, anche grandi potenze come gli Stati Uniti e la Cina finiranno inevitabilmente per esercitare il proprio potere in modo sempre più concentrato nelle rispettive aree di influenza.
Mentre alcune regioni del pianeta saranno attraversate da rivalità regionali — Pechino contro Tokyo nell’Asia orientale, Ankara contro Il Cairo e Riyadh in Medio Oriente — organizzazioni regionali come l’ASEAN, il Mercosur e l’Unione Europea saranno verosimilmente chiamate a svolgere un ruolo sempre più rilevante nella costruzione di un consenso diplomatico e nella mediazione dei conflitti.
Al posto della rivalità bipolare della Guerra Fredda o degli interventi guidati dagli Stati Uniti in Afghanistan, Panama o Kuwait durante la fase unipolare del loro predominio, il futuro potrebbe essere caratterizzato da guerre regionali combattute in aree strategiche del pianeta per il controllo dei confini, delle risorse minerarie, delle risorse idriche o dei flussi di rifugiati climatici.
Per fare un solo esempio, l’Etiopia, Paese arido, senza sbocco sul mare e con una popolazione di circa 140 milioni di abitanti, rischia di entrare in conflitto con l’Egitto per il controllo delle sorgenti del Nilo, con l’Eritrea per l’accesso al mare e con la Somalia per il destino dello Stato secessionista del Somaliland.
Sebbene abbiano una dimensione regionale, questi conflitti possono provocare devastazioni enormi, come dimostrato dalla Seconda guerra del Congo (1998-2003), che ha sconvolto la parte orientale del Paese coinvolgendo anche Stati confinanti, come Ruanda e Uganda, oltre a milizie di signori della guerra, tra cui la sanguinaria M23, impegnate nella contesa delle risorse minerarie.
Il conflitto provocò circa 5,4 milioni di vittime, diventando il più sanguinoso conflitto armato al mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale, pur rimanendo relativamente poco conosciuto.
Ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, le milizie continuano a combattersi per il controllo dell’est del Congo, conquistando città e costringendo oltre un milione di persone ad abbandonare le proprie abitazioni.
Su scala globale, le istituzioni internazionali create dagli Stati Uniti all’apice della loro potenza negli anni Quaranta — ONU, FMI e OMC — potrebbero continuare a sopravvivere.
Tuttavia, i principi del liberalismo internazionale che per decenni hanno ispirato l’ordine mondiale guidato da Washington — tutela dei diritti umani, aiuti umanitari, protezione dei rifugiati, diritti delle donne e rispetto della sovranità nazionale — rischiano progressivamente di affievolirsi, se non addirittura di scomparire, anche come semplici ideali ai quali tendere.
Uno dei maggiori successi del precedente ordine internazionale, ossia l’aver evitato una guerra mondiale tra le grandi potenze per oltre ottant’anni, potrebbe essere seriamente messo alla prova nei prossimi anni.
Anziché destinare risorse comuni alla lotta contro il cambiamento climatico, le principali potenze mondiali continuano infatti ad aumentare le spese militari, con un incremento del 13% nella spesa per gli armamenti nucleari registrato già nel solo 2023.
Per mantenere il passo con Cina e Russia nella competizione tra grandi potenze, destinata con ogni probabilità ad assumere sempre più le caratteristiche di una nuova Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avviato nel 2010 un vasto programma di ammodernamento della propria triade nucleare, dal costo stimato di circa 1.700 miliardi di dollari nell’arco dei successivi trent’anni.
E, consapevoli che la Corea del Nord, dotata di armamenti nucleari, sia rimasta al sicuro mentre l’Iran è stato duramente colpito, anche numerosi Stati di medie dimensioni cercheranno con ogni probabilità la sicurezza garantita dal possesso di armi nucleari, con il rischio concreto di una proliferazione nucleare capace di mettere in pericolo l’intero pianeta.
Considerando tutti i cambiamenti che probabilmente accompagneranno il ritiro di Washington dalla leadership globale nell’era Trump, sospetto che, sorprendentemente, il mondo potrebbe avere buone ragioni per rimpiangere la fine dell’ordine mondiale guidato da Washington negli anni a venire.
Forse ciò è dovuto al fatto di essere cresciuto nelle basi dell’esercito americano, dove il patriottismo era onnipresente; forse al modo in cui veneravo mio padre quando tornò dalla guerra di Corea, dove aveva combattuto contro il comunismo; oppure al fatto di aver salutato ogni giorno la bandiera americana nella classe di sesta elementare della signora Stabler.
Che questa mia visione derivi da tali esperienze personali o dalla mia formazione professionale di storico degli imperi, sono abbastanza sicuro che, entro gli stretti limiti consentiti dall’imperialismo, l’era imperiale americana abbia offerto al mondo almeno qualche possibilità di progresso.
Nonostante i suoi numerosi eccessi e la frequente incapacità di essere all’altezza dei propri principi, l’America imperiale ha offerto al pianeta maggiori opportunità di cambiamento rispetto alle grandi potenze che l’hanno preceduta e, con ogni probabilità, anche rispetto a quelle che la succederanno.
Per tutte queste ragioni, dico: «Requiescat in pace, Pax Americana. Ci mancherai».
https://tomdispatch.com/after-america/
La prossima reazione negativa all’intelligenza artificiale
Chris McGuire, esperto di Intelligenza Artificiale (IA), afferma che la politica sull’intelligenza artificiale sarà la questione più importante delle elezioni presidenziali statunitensi del 2028.
Per la maggior parte degli americani questa affermazione probabilmente appare assurda. La politica relativa all’IA è stata infatti del tutto irrilevante nelle elezioni presidenziali del 2024 e non compare nemmeno nell’ultimo sondaggio Gallup dedicato ai temi ritenuti più importanti dagli elettori americani.
Le capacità dell’intelligenza artificiale, tuttavia, stanno progredendo a un ritmo esponenziale e solo di recente hanno iniziato a influenzare concretamente la vita quotidiana.
I cambiamenti dirompenti che l’IA produrrà nell’economia, nella società e nella sicurezza nazionale arriveranno molto prima di quanto la maggior parte delle persone immagini.
L’intelligenza artificiale è già profondamente impopolare. Quando questi cambiamenti diventeranno una questione personale per milioni di elettori, genereranno una pressione politica che l’attuale quadro normativo, sostanzialmente privo di regolamentazione, non sarà in grado di sostenere.
Due studi indipendenti hanno concluso che le capacità dei principali modelli di intelligenza artificiale raddoppiano mediamente ogni quattro mesi dal 2024 e che questo ritmo continua addirittura ad accelerare.
Anche qualora tale ritmo dovesse semplicemente mantenersi costante, entro le elezioni del 2028 i migliori modelli di intelligenza artificiale saranno circa 250 volte più potenti di quelli attuali.
Il rapido progresso dell’intelligenza artificiale provocherà inevitabilmente perdite di posti di lavoro. Non è ancora chiaro se queste riguarderanno soltanto determinate posizioni di ingresso oppure interesseranno, in misura più ampia, sia le professioni intellettuali sia quelle manuali, né se i lavoratori coinvolti riusciranno a trovare una nuova occupazione.
Il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha dichiarato che «ci saranno gravi difficoltà» e che «intere categorie di lavori» scompariranno.
Il CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, ha affermato che l’intelligenza artificiale «eliminerà posti di lavoro», aggiungendo che «la gente dovrebbe smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia».
Anche gli scenari più ottimistici, nei quali l’IA provocherebbe soltanto perdite occupazionali temporanee, prevedono comunque difficoltà reali per milioni di persone, difficoltà destinate a generare una forte reazione politica.
Gli americani che perderanno il proprio lavoro a causa dell’intelligenza artificiale difficilmente si lasceranno convincere da argomentazioni macroeconomiche fondate sui futuri incrementi della produttività.
I modelli più avanzati di intelligenza artificiale aprono inoltre la strada a utilizzi impropri potenzialmente molto pericolosi.
Gli strumenti di IA oggi disponibili sono già più efficaci dei migliori professionisti della sicurezza informatica nell’individuare vulnerabilità critiche all’interno di software protetti, trasformandosi potenzialmente nei più potenti strumenti di hacking mai realizzati.
Essi sono inoltre in grado di guidare persone prive di qualsiasi formazione biologica nella progettazione di virus pericolosi. E queste capacità non potranno che aumentare.
Per questo motivo, i principali laboratori statunitensi che sviluppano intelligenza artificiale hanno già scelto di non rendere pubblici i propri modelli più avanzati per timore di un uso improprio. Si tratta, tuttavia, di una decisione esclusivamente volontaria: nessuna norma li obbliga a farlo.
L’intelligenza artificiale fornisce inoltre al governo la capacità tecnica di monitorare l’attività di ogni cittadino americano utilizzando dati acquistati da intermediari commerciali, come la geolocalizzazione dei telefoni cellulari, le transazioni finanziarie o la cronologia della navigazione online.
Questa attività non costituisce tecnicamente sorveglianza e, pertanto, non richiede alcun mandato giudiziario.
In passato, l’enorme quantità di dati disponibili rendeva impossibile un’analisi completa. L’intelligenza artificiale elimina questo limite, rendendo possibile tale attività a costi estremamente contenuti.
Gli americani si aspettano che il governo impedisca la commercializzazione di prodotti che rappresentino un rischio per la sicurezza pubblica e, allo stesso tempo, difficilmente accetteranno che l’intelligenza artificiale venga utilizzata per monitorare la loro vita quotidiana.
Le implicazioni dei rapidi progressi dell’IA per la sicurezza nazionale sono straordinarie.
Le recenti operazioni militari statunitensi in Iran hanno mostrato con estrema evidenza le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale, consentendo operazioni con velocità e capacità operative senza precedenti e riducendo i tempi necessari per identificare gli obiettivi da «ore e talvolta persino giorni a pochi secondi», come ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti.
L’intelligenza artificiale consentirà presto la realizzazione di droni capaci di condurre operazioni di combattimento completamente autonome.
Nei conflitti del futuro, la forza armata che disporrà del modello di IA più avanzato godrà di un vantaggio strategico decisivo.
Mantenere la leadership americana nell’intelligenza artificiale rappresenta quindi la priorità dalla quale dipendono tutte le altre priorità della sicurezza nazionale.
Gli americani non accetteranno né che le proprie forze armate perdano il vantaggio tecnologico, né che eventuali avversari utilizzino tecnologie di intelligenza artificiale sviluppate negli Stati Uniti per colpire soldati americani.
Mentre questa imponente rivoluzione si avvicina rapidamente, l’intelligenza artificiale, pur rappresentando oggi il principale motore dell’economia statunitense, continua a essere profondamente impopolare.
Solo il 26% degli elettori esprime infatti un’opinione favorevole sull’IA, contro il 46% che ne ha una negativa, mentre appena il 10% degli americani si dichiara più entusiasta che preoccupato nei confronti di questa tecnologia.
Ne deriva una dinamica senza precedenti e strategicamente molto rischiosa: la tecnologia più importante per la competitività economica, tecnologica e militare degli Stati Uniti è, allo stesso tempo, una delle più impopolari all’interno del Paese.
Le richieste di regolamentazione provengono sia dagli ambienti progressisti sia da quelli conservatori.
Nel solo 2025, i legislatori dei diversi Stati americani hanno presentato oltre 1.200 proposte di legge dedicate all’intelligenza artificiale, comprendenti requisiti di trasparenza, obblighi di test sulla sicurezza e perfino moratorie complete sulla costruzione di nuovi data center.
Nel marzo 2026, la Casa Bianca ha pubblicato un quadro normativo nazionale sull’IA, concentrato però prevalentemente sul coordinamento con le normative statali e sul sostegno a limitati interventi federali destinati alla tutela dei minori.
Nel frattempo, il senatore Bernie Sanders (I-VT) e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez (D-NY) hanno chiesto una moratoria nazionale sulla costruzione di nuovi data center fino all’entrata in vigore di una regolamentazione rigorosa.
L’attuale situazione, caratterizzata da una quasi totale assenza di regolamentazione federale, appare politicamente insostenibile, così come sarebbe insostenibile una sospensione drastica dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Cambiamenti sostanziali nella politica sull’IA sono dunque inevitabili. L’unica vera incognita riguarda la forma che essi assumeranno.
Una politica efficace in materia di intelligenza artificiale deve affrontare simultaneamente tre sfide distinte, ma profondamente interconnesse.
In primo luogo, le politiche normative nazionali dovrebbero garantire che i modelli di intelligenza artificiale avanzati siano sviluppati in modo sicuro e che vengano impiegati dal governo senza compromettere i diritti fondamentali dei cittadini. Il governo dovrebbe essere autorizzato a testarne la sicurezza prima della loro implementazione, come già avviene per i farmaci e per altre tecnologie sensibili.
Inoltre, dovrebbe introdurre norme che definiscano con chiarezza i limiti dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dello Stato per la sorveglianza dei cittadini.
In secondo luogo, le politiche sociali devono garantire che i benefici economici derivanti dall’IA non vadano esclusivamente a vantaggio di un ristretto numero di aziende tecnologiche e dei loro investitori.
Senza scelte politiche orientate a una più ampia redistribuzione dei benefici — attraverso programmi di reinserimento lavorativo, sostegni al reddito per i lavoratori licenziati e politiche fiscali capaci di redistribuire una parte dei guadagni di produttività generati dall’intelligenza artificiale — la reazione politica contro l’IA crescerà fino a sopraffare qualsiasi tentativo di mantenere un contesto favorevole all’innovazione.
In terzo luogo, le politiche di sicurezza nazionale devono garantire che gli Stati Uniti mantengano la leadership mondiale nel settore dell’intelligenza artificiale e consolidino il proprio vantaggio rispetto alla Cina, considerata l’unico concorrente credibile nel lungo periodo.
Ciò richiede non soltanto un ecosistema dell’innovazione vivace e competitivo, ma anche efficaci misure di protezione tecnologica che impediscano alla Cina di utilizzare tecnologie statunitensi — apparecchiature per la produzione di semiconduttori, microchip, servizi di cloud computing o modelli di intelligenza artificiale — per rafforzare il proprio ecosistema tecnologico.
Le conseguenze di un fallimento in una qualsiasi di queste tre dimensioni — un’intelligenza artificiale non sicura, un’estrema concentrazione della ricchezza o la perdita della leadership tecnologica a favore della Cina — sarebbero catastrofiche.
Gli Stati Uniti devono quindi riuscire a gestire correttamente tutte e tre le sfide.
È importante sottolineare che questi tre obiettivi non sono intrinsecamente in contrasto tra loro.
Misure efficaci di protezione tecnologica, capaci di rafforzare il vantaggio americano sulla Cina, creano infatti lo spazio strategico necessario per regolamentare il settore a livello nazionale e distribuire più equamente i benefici economici, senza correre il rischio di cedere il vantaggio competitivo a Pechino.
Una solida politica di sicurezza nazionale facilita, pertanto, anche il raggiungimento degli altri due obiettivi.
A Washington l’istinto è sempre stato quello di opporsi alla regolamentazione per preservare la competitività degli Stati Uniti.
Tuttavia, questo riflesso, per quanto animato dalle migliori intenzioni, rischia di rivelarsi controproducente.
Quanto più si ritarderà l’adozione di politiche serie e strutturate, tanto maggiore diventerà la pressione politica. E quanto maggiore sarà tale pressione, tanto più aumenterà la probabilità che la risposta finale consista in una reazione frettolosa a una crisi.
Il risultato potrebbe essere il peggiore dei due mondi: politiche contemporaneamente insufficienti a proteggere i cittadini americani e devastanti per la competitività degli Stati Uniti.
La finestra di opportunità per adottare politiche ponderate e lungimiranti è aperta oggi, ma non resterà tale per sempre.
Le capacità dell’intelligenza artificiale continuano a moltiplicarsi, così come cresce la frustrazione dell’opinione pubblica.
L’IA entrerà inevitabilmente al centro dell’agenda politica nel 2028. Quando ciò accadrà, il popolo americano si aspetterà che i decisori politici abbiano già risposte concrete e credibili.
https://www.cfr.org/articles/where-does-american-strategy-go-from-here
CONCLUSIONE
Abbiamo affrontato un argomento particolarmente complesso. «Il re è nudo», potremmo dire, richiamando la celebre metafora della fiaba di Hans Christian Andersen.
Tuttavia, non dobbiamo mai sottovalutare l’Impero americano, che continuerà a dominare lo scenario globale ancora per molti anni.
Ricordiamoci sempre che, negli Stati Uniti, sia i democratici sia i repubblicani non saranno mai disponibili a rinunciare alla loro influenza politica, economica e militare su scala mondiale.
Il vero problema che oggi emerge negli USA riguarda piuttosto la capacità degli Stati Uniti di gestire, nel breve e nel medio periodo, questa influenza strategica globale.
È proprio su questo terreno, estremamente delicato e profondamente divisivo, anche alla luce delle crisi interne che stanno attraversando ampi settori della complessa società americana, che si giocherà il futuro degli Stati Uniti e, di riflesso, quello dei loro alleati europei e asiatici.
Viviamo certamente una fase storica caratterizzata da una diffusa incertezza, nella quale gli antichi equilibri internazionali sono definitivamente tramontati e le relazioni tra Stati e tra grandi potenze appaiono in continua evoluzione.
Continueremo a seguire questa tematica strategica, nella speranza che l’Europa sappia interrogarsi, reagire e trasformarsi, nel medio periodo, in una vera Federazione di Stati europei: l’unica prospettiva capace di consentirle di incidere con maggiore forza e autorevolezza nel complesso scenario globale.
Sono perfettamente consapevole che, allo stato attuale, questa rappresenti ancora un’utopia. Tuttavia, continuo a riporre grande fiducia nelle nuove generazioni.
Francia, Germania e Regno Unito dovranno prenderne atto.
Continuando ad agire singolarmente, o al massimo attraverso piccoli gruppi, dando vita soltanto a sterili embrioni di politica estera comune, non contribuiranno certamente alla crescita dell’Europa; al contrario, come stiamo osservando, ne indeboliranno ulteriormente la credibilità internazionale.
Gli Stati Uniti, almeno per il momento, preferiscono un’Europa divisa e litigiosa, poiché riescono a esercitare su di essa un’influenza molto più agevole.
Nel prossimo futuro, tuttavia, gli equilibri internazionali cambieranno inevitabilmente, anche per ragioni demografiche, finanziarie ed economiche, e le relazioni tra Stati e tra grandi potenze dovranno necessariamente adattarsi.
Questa continua frammentazione all’interno dell’Unione Europea, che conosco direttamente per avervi lavorato cinque anni, sta rendendo questa alleanza sempre più sterile sul piano politico, incapace di proporsi con autorevolezza nello scenario internazionale, costantemente all’inseguimento degli eventi, priva di una leadership riconosciuta e sempre meno credibile agli occhi degli stessi cittadini europei.
Europa, agisci!
Ricordati dei cardini del pensiero politico di Giuseppe Mazzini. Costruisci qualcosa di autenticamente europeo, riconosciti nei tuoi valori e nella tua cultura, promuovi la pace e ricerca il dialogo tra i popoli.
Non tradirci ancora.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


