No xe storie | Trieste continua a perdere abitanti. Eppure nessuno sembra preoccuparsene

10 giugno 2026 – ore 06:30 – Da oltre mezzo secolo Trieste perde abitanti. Non è una previsione. Non è una paura. Non è nemmeno una tendenza recente. È un fatto. Nel 1971 il Comune contava quasi 272 mila residenti. Oggi sono poco meno di 200 mila. In cinquant’anni la città ha perso oltre settantamila persone, più dell’intera popolazione di molti capoluoghi italiani. Basterebbe questo dato per dominare il dibattito pubblico cittadino. Dovrebbe essere il tema principale di ogni campagna elettorale, la domanda che precede tutte le altre, la questione dalla quale discendono le politiche economiche, urbanistiche, sociali e persino culturali. E invece quasi non se ne parla. È questo il vero paradosso triestino. Non il declino demografico. La sua normalizzazione. Perché una città che perde abitanti può ancora reagire. Una città che si abitua a perdere abitanti rischia invece di perdere qualcosa di più importante: la convinzione che il fenomeno possa essere invertito. Negli ultimi anni Trieste ha discusso di cabinovie, tram, parcheggi, sicurezza, movida, turismo, grandi opere e prossime elezioni comunali. Sono temi legittimi. Alcuni persino decisivi. Ma tutti, in un modo o nell’altro, riguardano la gestione della città che esiste oggi. Molto meno spesso si discute della città che esisterà domani. Perché il vero problema non è amministrare una comunità di duecentomila persone. È capire come evitare che tra vent’anni quella comunità sia ancora più piccola, più anziana e più fragile. Il declino demografico ha una caratteristica particolare. Non fa rumore. Non produce emergenze improvvise. Non offre immagini spettacolari. Avanza lentamente, anno dopo anno, fino a diventare quasi invisibile. È la differenza tra una tempesta e l’erosione. La tempesta spaventa.

L’erosione viene ignorata. Finché non ci si accorge che il terreno è cambiato. E il terreno, a Trieste, è cambiato da tempo. Quando una città perde popolazione non perde soltanto residenti. Perde studenti nelle scuole, lavoratori nelle imprese, clienti nei negozi, contribuenti nei bilanci pubblici e famiglie nei quartieri. Perde quella massa critica che rende sostenibili i servizi, attrattivi gli investimenti e dinamico il mercato del lavoro. Perde, soprattutto, futuro. La conseguenza più evidente è l’invecchiamento della popolazione. Trieste registra da anni uno degli indici di vecchiaia più elevati d’Italia e una delle età medie più alte del Paese. Un dato che viene spesso raccontato come una curiosità statistica, quando invece rappresenta una delle principali sfide economiche e sociali del territorio. Perché una città anziana non è necessariamente una città in crisi. Una città nella quale gli anziani aumentano mentre i giovani diminuiscono costantemente rischia però di entrare in un circolo difficile da spezzare: meno giovani significano meno lavoratori, meno lavoratori significano meno crescita economica e meno crescita economica rende ancora più difficile attrarre nuove famiglie. Il paradosso è che Trieste possiede molte delle caratteristiche che dovrebbero renderla una città desiderabile. Ha un porto che continua a rappresentare uno degli snodi logistici più importanti dell’Adriatico. Ha un sistema scientifico che costituisce un’eccellenza internazionale. Ha un’università attrattiva. Ha una qualità ambientale elevata. Ha un turismo che negli ultimi anni ha raggiunto risultati record.

Eppure, mentre aumentano visitatori, crocieristi, ricercatori e investimenti, i residenti continuano a diminuire. È il segno che sviluppo e attrattività non sono necessariamente la stessa cosa. Un turista sceglie una città per qualche giorno. Una famiglia la sceglie per una vita. Un visitatore cerca bellezza. Un residente cerca opportunità. Un turista valuta l’esperienza. Un cittadino valuta il futuro. Ed è probabilmente qui che si trova il cuore della questione. Trieste è diventata più attrattiva per chi arriva. Non è ancora riuscita a diventarlo abbastanza per chi dovrebbe restare o per chi potrebbe decidere di trasferirsi qui. Per questo la vera domanda strategica dei prossimi anni non riguarda soltanto chi governerà la città. Riguarda qualcosa di molto più importante. Come si torna a rendere Trieste una città nella quale scegliere di vivere? Perché una città può sopravvivere senza una cabinovia. Può sopravvivere senza un nuovo parcheggio. Può sopravvivere persino a una cattiva amministrazione. Fa molta più fatica a sopravvivere senza una generazione. Ed è forse questa la notizia più preoccupante. Non che Trieste abbia perso oltre settantamila abitanti. Ma che abbia quasi smesso di considerarlo uno scandalo.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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