No xe storie | I presidenti nascosti e quelli dietro la griglia: Trieste invada Montebelluna

23 maggio 2026 – ore 06:30 – Trieste, per una volta, ha dato una risposta vera. Domenica scorsa l’Ervatti non sembrava più il solito campo di rugby nascosto tra il Carso e l’indifferenza cittadina. Sembrava una città che finalmente aveva deciso di presentarsi. Tribune piene. Gente in piedi. Famiglie, ragazzi, vecchi rugbisti, curiosi, amici, ex giocatori, bambini sporchi di terra e adulti che per ottanta minuti hanno smesso di lamentarsi del calcio, del basket, degli americani, dei presidenti, dei debiti e dei tribunali. E guarda caso, quando Trieste smette di parlare e comincia a esserci, succede perfino che una squadra sotto 22-7 trovi la forza di rialzarsi e vincere. La Venjulia domenica non ha battuto soltanto il Silea. Ha battuto quella malattia cittadina che porta sempre a credere che le cose serie accadano altrove. Adesso manca l’ultimo passo. Montebelluna. Domani alle 15.30, al Campo Villa Pullin “Vincenzo Colognese”, in via Castellana 111. Ottanta minuti per la Serie B. E stavolta Trieste dovrebbe fare una cosa molto semplice: invadere il Veneto. Macchine, pullman, motorini, qualsiasi cosa abbia quattro ruote o almeno un motore funzionante. Perché certe promozioni non si guardano il lunedì sui social. Si accompagnano. Si spingono. Si vivono. Anche perché il rugby triestino, piaccia o no, negli ultimi anni ha fatto una cosa quasi rivoluzionaria per questa città: ha costruito senza vendersi l’anima al teatro permanente dello sport moderno.

Nessuna presentazione hollywoodiana. Nessuna conferenza motivazionale in inglese maccheronico. Nessun dirigente arrivato da oltre oceano a spiegare ai triestini cosa significhi appartenere a una comunità. E soprattutto nessun presidente nascosto nel tunnel, riparato da una scorta privata. Giovedì sera, a gara 3 del basket triestino, il patron americano si è visto appena. Defilato. Lontano dagli spalti e pure lontano dalla rabbia di una città che sta improvvisamente scoprendo quanto siano fragili i castelli costruiti con lo storytelling. Domani a Montebelluna Maurizio Boz probabilmente lo troverete invece dove stanno tutti quelli che nel rugby contano davvero: tra la gente, dietro una griglia, vicino al terzo tempo, magari con il fumo addosso e la voce già persa prima ancora del fischio d’inizio. Ed è tutta lì la differenza. Nel basket moderno spesso contano i fondi, i brand, le narrazioni, le hospitality, le parole inglesi infilate nei comunicati stampa come se bastassero a trasformare Trieste in Brooklyn. Nel rugby contano ancora le persone. Conta chi monta le transenne. Conta chi lava le maglie. Conta chi prepara la salsiccia alle otto del mattino. Conta chi si fa centinaia di chilometri per una trasferta di Serie C sapendo che non ci saranno telecamere, sponsor milionari o effetti speciali. Conta esserci.

E allora sì: domani Montebelluna dovrebbe riempirsi di triestini. Per anni Trieste ha applaudito chi arrivava da fuori a raccontarle quanto fosse piccola. Quanto fosse provinciale. Quanto avesse bisogno di diventare finalmente moderna, internazionale, americana, europea, globale. Sempre qualcosa di diverso da sé stessa. Poi però, alla fine, quando le luci si abbassano e le narrazioni si rompono, restano sempre le stesse cose: una maglia, un campo, una città e la gente che decide se esserci oppure no. Domani il Venjulia si gioca la Serie B a Montebelluna. E Trieste, stavolta, dovrebbe avere il coraggio di scegliere da che parte stare. Non con chi vende sogni in conferenza stampa. Con chi se li va a prendere in trasferta.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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