21 maggio 2026 – ore 14:30 – Premessa – Mentre scrivo, ho nella mente le 280 pagine del rapporto finale sulle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, appena lette. Questo documento, reso pubblico il 19 maggio u.s. e intitolato “Silenced No More. Sexual Terror Unveiled: The Untold Atrocities of October 7 and Against Hostages in Captivity”, è stato redatto dalla Commissione Civile sui Crimini di Hamas contro Donne e Bambini, organizzazione no-profit indipendente fondata e presieduta da Cochav Elkayam-Levy, giurista esperta di diritto internazionale e Premio Israele 2024. Il rapporto in esame può essere letto integralmente al link riportato in descrizione. Devo affermare che chiunque tratti la tematica del Medio Oriente, sia tra gli analisti favorevoli sia tra quelli — la stragrande maggioranza — contrari a Israele, dovrebbe leggerlo senza pregiudizi ideologici. In caso contrario, non si riuscirà assolutamente a comprendere l’impatto emotivo suscitato nell’intero popolo ebraico, né l’effetto domino che una violenza tanto brutale ed estrema contro donne e bambini abbia potuto scatenare. La risposta di Israele, come sappiamo, è stata estrema, oltremodo estrema, orribilmente estrema. Abbiamo assistito a bombardamenti continui su Gaza e all’apertura di fronti di guerra contro le formazioni terroristiche sostenute e alimentate da Teheran, in Yemen, Libano e poi — la perla finale — al concepimento e alla conduzione, con il sostegno statunitense, dello scontro diretto contro l’Iran.
Hamas, e indirettamente Teheran — e non solo — sapevano perfettamente tutto questo e hanno scelto consapevolmente tale strategia, conoscendo non solo la possibile reazione violenta di Gerusalemme, ma confidando anche nel fatto che una simile risposta israeliana avrebbe potuto riportare la questione palestinese al centro delle agende internazionali, dopo essere stata relegata, prima del 7 ottobre, nelle ultime pagine dei quotidiani minori.
Oggi sembra superfluo ricordare che, nell’immediatezza del 7 ottobre, il celebre editorialista Thomas Friedman, sulle pagine del The New York Times, aveva inutilmente invitato il governo Netanyahu a non cadere nella trappola tesa da Hamas. Oggi il risultato, per Israele, è pessimo: crescita dell’antisemitismo in tutto il mondo, accuse di genocidio e molto altro.
Sono perfettamente d’accordo con Friedman quando, anche recentemente, ha affermato che l’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sembra aver perso la rotta, mettendo a rischio l’esistenza stessa dello Stato ebraico a causa di politiche interne e di una gestione dei conflitti che stanno isolando Israele a livello internazionale.
https://images.assettype.com/newsgram/2026-05-13/zdye74v9/Silenced_No_More.pdf
Breve analisi del rapporto del 7 ottobre
Adei Wizo, rappresentante dell’associazione delle donne ebree in Italia, ci viene incontro affermando che: “Questo rapporto è particolarmente importante perché raccoglie, verifica e analizza in modo sistematico le prove delle violenze sessuali e di genere durante gli attacchi e la prigionia, avvalendosi di un archivio sui crimini di guerra appositamente creato in modo indipendente”, lanciando altresì un appello a leggere e diffondere il documento perché “di fronte al coraggio dei testimoni abbiamo il dovere di raccontare la verità”.
Il rapporto, afferma inoltre la redazione del portale dell’ebraismo in Italia, è il frutto di due anni di lavoro ininterrotto. Il team di esperti ha analizzato oltre 10 mila fotografie e sequenze video, per un totale di più di 1.800 ore cumulative di analisi visiva, raccogliendo e trascrivendo oltre 430 testimonianze formali e informali di sopravvissuti, ostaggi liberati, familiari delle vittime, soccorritori, personale medico ed esperti.
I materiali sono stati classificati, codificati e georeferenziati, confluendo in un archivio dedicato ai crimini di guerra che costituirà una solida base probatoria per eventuali procedimenti giudiziari. Le vittime documentate rappresentano 52 nazionalità diverse, a sottolineare la portata internazionale di quanto accaduto.
La Commissione ha identificato 13 schemi ricorrenti di violenza sessuale e di genere, ripetuti in modo coerente in siti geografici differenti e nelle diverse fasi dell’attacco: dal festival musicale Nova e dai kibbutzim, passando per le strade e i rifugi, fino alle basi militari.
Gli schemi documentati comprendono stupri, torture, esecuzioni e vilipendio dei corpi. A queste violenze si aggiungono la sistematica esposizione pubblica dei corpi delle donne, il rapimento di madri con i loro bambini, le minacce di matrimonio forzato e le violenze sessuali inflitte anche a ragazzi e uomini.
I crimini non si sono fermati con l’attacco del 7 ottobre. “Le forme estreme di violenza sessuale e di genere sono proseguite contro gli ostaggi in cattività per periodi prolungati, inflitte sia a donne sia a uomini”, si legge nelle conclusioni della Commissione. “Coloro che sono sopravvissuti, e coloro che hanno assistito a questi crimini, riportano gravi e durature lesioni fisiche e psicologiche”.
Un ruolo centrale ha avuto anche l’uso deliberato dei media digitali come arma. I perpetratori hanno filmato e diffuso in tempo reale atti di abuso, umiliazione e uccisione, servendosi dei profili social e dei dispositivi personali delle vittime stesse per amplificare il terrore psicologico.
In numerosi casi documentati, i familiari hanno appreso la sorte dei propri cari attraverso immagini e video diffusi dai terroristi. “La visibilità stessa è diventata un’arma”, sottolinea la presidente della Commissione.
Le conclusioni giuridiche del rapporto sono nette: le violenze documentate configurano crimini di guerra, crimini contro l’umanità e atti genocidari ai sensi del diritto internazionale. Il report indica inoltre una tabella di marcia per la persecuzione penale dei responsabili, richiedendo organi inquirenti specializzati e strumenti giuridici adeguati per giudicare i crimini commessi.
La crisi politica e la caduta dell’immagine internazionale continuano a investire Israele
Mentre le “vicende” e le oggettive umiliazioni subite dai componenti delle flottiglie continuano a generare serie tensioni politiche internazionali, la guerra in Libano prosegue, divenendo step by step il classico conflitto cosiddetto “a bassa intensità”, già di fatto ignorato e dimenticato dai media dominanti.
Ciliegina finale: anche il lavoro del Board of Peace, istituito dal presidente statunitense Donald Trump per supervisionare il piano di ricostruzione di Gaza, stimato in 70 miliardi di dollari, appare bloccato sine die.
In tale quadro d’insieme, tutt’altro che positivo, il governo Netanyahu risulta in seria difficoltà e molti analisti israeliani convergono nel ritenere probabile — se non certo — che la Knesset, il Parlamento israeliano, possa presto essere sciolta, avviando rapidamente il Paese verso elezioni anticipate.
In questo contesto, grande risalto sui media internazionali sta suscitando l’emanazione, da parte della Procura della Corte Penale Internazionale (CPI), di un mandato di arresto contro il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich, in relazione al suo ruolo nell’espansione degli insediamenti in Cisgiordania: attività che la Corte Internazionale di Giustizia ha definito, nel 2024, una violazione della Convenzione di Ginevra e, pertanto, configurabile come crimine di guerra.
Per amore della verità, ricordiamo che nessun particolare clamore mediatico avevano invece suscitato le recenti dichiarazioni di Karim Khan, procuratore capo della stessa Corte Penale Internazionale, il quale, intervistato dal giornalista britannico Mehdi Hasan e dopo due anni di indagini, aveva messo in dubbio le accuse rivolte a Israele di aver commesso un genocidio a Gaza.
Khan aveva sostenuto non solo che non fosse stata ancora raggiunta alcuna conclusione in merito alla battaglia legale in corso, ma anche che la CPI necessiti di prove concrete per formulare accuse contro il governo israeliano e che i procuratori debbano attenersi a precisi standard giuridici, piuttosto che a narrazioni politiche.
Particolare clamore in Israele avevano invece suscitato le parole finali di Khan che, incalzato da Hasan, aveva affermato testualmente: “Accusare Israele di genocidio per scopi politici sarebbe sconsiderato”.
I coloni, Israele e la UE
In tale complesso scenario, desidero infine proporvi il punto di vista di un importante istituto di ricerca israeliano sulla nota e delicata questione dei coloni, ed esattamente quello di Tirza Shorr, quotata senior analyst e ricercatrice presso il Jerusalem Center. La sua analisi ci consente infatti di comprendere un punto di vista assolutamente distante dai nostri standard culturali e che definisce perfettamente la frattura oggi esistente tra la percezione di una parte di Israele e il cosiddetto sentire comune dell’Unione Europea.
Questo documento, assolutamente divisivo, rivela tra le righe — attraverso una lettura attenta e non faziosa — sentimenti di paura, angoscia e una vera e propria richiesta di aiuto da parte di Israele: un Paese che si sente isolato e, per certi versi, totalmente accerchiato.
Nel documento, il cui rapporto completo è disponibile al link in descrizione, Tirza Shorr afferma testualmente:
“Nel suo libro del 2009 Blandt Kriminelle Muslimer, lo psicologo danese Nicolai Sennels ha descritto anni di lavoro clinico con giovani detenuti musulmani presso il carcere di Sønderbro, a Copenaghen. La sua principale conclusione era che i modelli di riabilitazione occidentali standard fallivano perché presupponevano l’uguaglianza tra l’individuo e la società.
Sennels sosteneva che molti dei suoi soggetti partissero da una premessa differente: un senso culturale e religioso di intrinseca superiorità rispetto alle società occidentali ospitanti, dove l’uguaglianza non rappresenta la norma. In questa visione, una società o una persona esercita l’autorità oppure vi è soggetta.
Le osservazioni di Sennels continuano a creare disagio nel quadro intellettuale dominante in Europa. Egli individua una dimensione di supremazia culturale all’interno dei movimenti islamisti. Tale dimensione non sarebbe il prodotto dell’oppressione occidentale e non risponderebbe all’adattamento occidentale.
Il quadro interpretativo europeo, secondo Sennels, non riesce a definirla perché tende a etichettare le popolazioni musulmane esclusivamente come oppresse. Qualsiasi elemento che contraddiga tale impostazione viene filtrato, reinterpretato oppure attribuito al fallimento della società ospitante”.
Questo è il punto cieco. Collega la paralisi dell’UE in patria alla sua inversione morale all’estero. Si tratta dello stesso fenomeno. Questo quadro concettuale è l’ideologia postcoloniale. Non è emerso dai ministeri degli Esteri europei, bensì dal mondo accademico del dopoguerra, per poi raggiungere le istituzioni internazionali attraverso una generazione di attivisti, consulenti e collaboratori formati secondo i suoi principi.
Le sue radici affondano in Frantz Fanon (I dannati della terra, 1961), Jean-Paul Sartre (prefazione a I dannati della terra) ed Edward Said (Orientalismo, 1978). Queste tre figure hanno trasformato il modo in cui le élite occidentali concepiscono la violenza, la legittimità e il mondo non occidentale.
Il risultato fu una dicotomia che soppiantò le categorie liberali. Il mondo si divise in oppressori — occidentali, capitalisti, coloniali e, per estensione, ebrei-israeliani — e oppressi, la cui violenza si trasformò in resistenza. All’interno di questa dicotomia, chiedersi “Questo atto è terrorismo?” diventa impossibile.
Questo quadro concettuale entrò a far parte del diritto internazionale attraverso le Nazioni Unite negli anni Sessanta e Settanta. Il blocco sovietico, gli Stati arabi e il Movimento dei Paesi Non Allineati formarono una maggioranza nell’Assemblea Generale. Tradussero la teoria postcoloniale in risoluzioni.
La Risoluzione 1514 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1960) dichiarò il diritto universale a porre fine al colonialismo. Risoluzioni successive estesero tale diritto anche ai mezzi per perseguirlo. Questi cambiamenti esentarono di fatto i cosiddetti “movimenti di liberazione nazionale” dai divieti internazionali contro la violenza politica che si applicavano a tutti gli altri.
La presentazione di Yasser Arafat all’Assemblea Generale nel 1974 — in uniforme militare, con la fondina al fianco — rappresentò la ratifica pubblica di questo cambiamento. Il terrorismo, se commesso da un soggetto correttamente identificato, diventava così una forma legittima di espressione politica.
Tutto, all’interno delle istituzioni internazionali, segue questo schema ereditato: il database del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite del 2016 sulle imprese collegate agli insediamenti israeliani, la costante espansione di tale elenco e ora le sanzioni dell’UE del maggio 2026. Questo schema fa sì che l’equivalenza tra Hamas e le organizzazioni civiche israeliane appaia coerente agli occhi dei funzionari che lo adottano.
Hamas viene etichettato come “resistenza”; i coloni israeliani come l’avanguardia dell’ultimo progetto coloniale. I dati empirici relativi a ciò che ciascuno compie concretamente vengono elaborati attraverso questo filtro.
È qui che la teoria incontra la realtà sul campo, nell’Europa stessa. Per due decenni l’Europa ha assorbito un’ondata di terrorismo islamista e di criminalità giovanile non integrata che la dicotomia “oppressori-oppressi” non riesce a elaborare.
Il Bataclan, Nizza, Berlino, Manchester, la decapitazione di Samuel Paty, le sparatorie di Vienna, l’attentato alla partita di calcio di Bruxelles e l’accoltellamento presso la Torre Eiffel. Gli scandali delle bande di sfruttatori sessuali nel nord dell’Inghilterra, ignorati per un decennio dalle autorità locali per paura di essere accusate di razzismo. I quartieri off-limits di Malmö e le periferie di Parigi, dove il monopolio statale della forza è silenziosamente venuto meno. L’ondata di aggressioni antisemite ha reso la vita ebraica insostenibile in alcune zone della Francia e della Svezia.
Nulla di tutto ciò si adatta a una prospettiva in cui le popolazioni musulmane vengono considerate esclusivamente come oppresse; pertanto, nulla può essere chiamato con il proprio nome.
Ciò che non può essere nominato deve essere spostato. La classe politica europea non può affrontare la dimensione di supremazia culturale documentata da Sennels all’interno delle proprie città. Pertanto proietta la categoria di “estremismo” su un bersaglio consentito dal quadro di riferimento: i civili israeliani in Giudea e Samaria.
Le sanzioni del maggio 2026 rappresentano un meccanismo in questo senso. Inserendo Hamas e quattro organizzazioni civiche israeliane nella stessa lista, l’UE crea una simmetria. Ciò consente ai funzionari europei di denunciare “l’estremismo” in astratto, senza mai dover identificare lo specifico estremismo che degrada le loro società.
Il costo di questo spostamento ricade su entrambi i fronti. A Israele viene chiesto di farsi carico del peso morale di una crisi che non lo riguarda direttamente. L’Europa, a ogni proiezione, perde invece gli strumenti concettuali necessari per affrontare la propria crisi reale.
Un continente che non sa distinguere un agricoltore ebreo nell’Area C da un militante di Hamas a Gaza non sarà in grado di distinguere, quando necessario, tra un cittadino e un jihadista nelle proprie città.
Conclusione
In un editoriale pubblicato sul New York Times il 12 maggio, Tom Friedman ha lanciato un “disperato” appello alla NATO affinché metta da parte l’orgoglio e si impegni per impedire che lo Stretto di Hormuz diventi uno strumento nelle mani dell’Iran per accumulare ricchezze e paralizzare il commercio internazionale a scapito del resto del mondo.
Il noto giornalista ha affermato, rivolgendosi alla NATO: “Radunate tutte le vostre marine e dirigetevi immediatamente verso il Golfo Persico per unirvi all’armata americana e chiarire che all’Iran non sarà mai, in nessun caso, permesso di decidere chi possa passare e chi no attraverso lo Stretto di Hormuz. E, se l’Iran insiste nel volerlo fare, non si scontrerà soltanto con gli Stati Uniti e Israele, ma con l’intera alleanza occidentale”.
Nel dichiarare questo, Friedman ha voluto precisare che: “So che è una richiesta impegnativa, e sarebbe molto più facile se Trump o il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avessero mai avuto l’integrità di chiedere scusa per aver scatenato questa guerra senza consultare la NATO, senza una strategia per il dopo, nel caso in cui le cose non fossero andate come previsto, e senza nemmeno una foglia di fico di legittimazione internazionale da parte delle Nazioni Unite. Ahimè, questi due egocentrici sconsiderati si sono ormai messi in un vicolo cieco”.
Queste poche parole, ovviamente provocatorie, fotografano tuttavia perfettamente lo status quo: un mondo quasi paralizzato nei commerci e una soluzione alla crisi che non sembra imminente. Il tutto con conseguenze gravi per tutte le economie mondiali, europee in primis.
Alla luce di quanto sopra e in relazione anche a ciò che abbiamo appena letto, dobbiamo forse fermarci a riflettere e chiederci: cosa desideriamo davvero per il nostro futuro?
Come ha recentemente affermato il filosofo Pasquale Pugliese, il discorso pubblico — politico e mediatico — è regredito a una logica binaria che banalizza e militarizza il pensiero. L’Altro viene considerato un nemico da combattere, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale; i conflitti vengono affrontati esclusivamente attraverso il riarmo e l’agire politico è tornato a essere mera esibizione di potenza.
Inviterei tutti i guerrafondai da salotto a leggere il romanzo Apirogon (2022), nel quale due padri — uno israeliano e uno palestinese — dopo aver visto le proprie figlie uccise dalla violenza che devasta quelle terre, scelgono, invece dell’odio, un’altra strada: quella del dialogo.
Insieme raccontano, con fatica e dolore, perché la pace potrà fiorire soltanto nel dialogo, nella tolleranza e nella riconciliazione.
“La guerra non finirà finché non ci parleremo”.
Israele, ascolta!
Europa, sii strumento di pace!
L’UOMO ritrovi la propria umanità, perché è ciò che lo eleva.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


