12 maggio 2026 – ore 10:00 – Un sistema penitenziario “sull’orlo della deflagrazione”, giovani agenti “gettati nella fornace carceraria” dopo appena quattro mesi di formazione e vertici dell’amministrazione chiamati ad assumersi “le proprie responsabilità” in vista dell’estate. È il duro atto d’accusa lanciato dal Coordinamento Nazionale Dirigenti Penitenziari (Cndp) della Fsi-Usae in un comunicato diffuso questa sera. Il sindacato parla di una situazione “allarmante e sconcertante”, denunciando l’immissione negli istituti di pena di nuovi agenti di polizia penitenziaria con una preparazione ritenuta insufficiente rispetto alla complessità e alla tensione che caratterizzano oggi le carceri italiane. Secondo il Cndp, i corsi di formazione della durata di quattro mesi rappresentano “una umiliazione” per il lavoro dell’operatore penitenziario e non consentono di acquisire adeguate competenze giuridiche, psicologiche e operative. Nel mirino anche il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), accusato di scaricare spesso le responsabilità delle criticità su direttori, comandanti e personale in servizio negli istituti. “L’impressione – si legge – è che ancora una volta si stia giocando sulla pelle di chi è in prima linea”.
Il coordinamento denuncia inoltre una deriva “muscolare” nella gestione delle carceri, con il progressivo rafforzamento dei gruppi operativi specializzati a discapito del personale impiegato quotidianamente nei reparti detentivi. Una scelta che, secondo il sindacato, sottrae risorse umane agli istituti già in sofferenza. Nel comunicato si richiama anche l’articolo 5 della legge 395 del 1990, che assegna alla polizia penitenziaria il compito di partecipare alle attività di rieducazione dei detenuti. Una funzione che, secondo il Cndp, rischia oggi di essere svuotata da un approccio concentrato soprattutto sulla gestione emergenziale delle tensioni interne. Preoccupazione viene espressa anche per il crescente numero di dimissioni tra gli agenti, che il sindacato collega alle condizioni di lavoro e al sovraffollamento carcerario. “La popolazione detenuta è aumentata di oltre 2.000 unità nell’ultimo anno”, sottolinea la nota, parlando di livelli di tensione “esplosivi”. Il coordinatore nazionale Enrico Sbriglia lancia quindi un appello agli agenti più esperti affinché “si prendano cura delle nuove leve”, accusando il sistema di averle “già abbandonate”. Ai vertici dell’amministrazione e alla politica il sindacato chiede invece di “smetterla di considerare il personale come carne da macello” e di aprire un confronto sulle condizioni del sistema penitenziario e sulla formazione del personale.
Articolo di Francesco Viviani


