Shock fiscale o declino: la sfida del governo Giorgia Meloni oggi

20 aprile 2026 – ore 15:00 – Cara Giorgia, per compensare la crisi energetica serve uno shock fiscale. Il governo di Giorgia Meloni ha ereditato un’inflazione a due cifre, debito pubblico alle stelle, spesa pubblica record, pressione fiscale ai massimi, bilancia commerciale in deficit, sbarchi di clandestini fuori controllo. Ad aggravare il quadro ha contribuito la situazione geopolitica della guerra in Ucraina, israelo-palestinese e, ora, l’Iran. Ciò considerato, i risultati positivi ottenuti sul fronte della riduzione della disoccupazione, del deficit, del debito pubblico e dello spread non erano affatto scontati e vanno riconosciuti come un successo. Ora, però, è necessario focalizzarsi sulla crescita del PIL. L’Italia ha grandi problemi strutturali: un debito pubblico tra i più alti al mondo, al 137% del PIL, a causa di una spesa pubblica tra le più alte al mondo, al 57% del PIL. A causa dell’eccesso di spesa pubblica, anche la pressione fiscale reale è tra le più alte al mondo, al 48%, ed è causa di una produttività del lavoro che non cresce da 30 anni e che trascina con sé anche salari che non crescono adeguatamente. I bassi salari inducono i giovani a trasferirsi all’estero per costruire il loro futuro e una famiglia, con una perdita demografica e di risorse umane preziose. Anche le imprese delocalizzano a causa dell’eccesso di pressione fiscale, del peso della burocrazia, della lentezza della giustizia, del costo dell’energia e della difficoltà di trovare lavoratori specializzati; quelle che rimangono sono sottodimensionate e sottocapitalizzate.

Come si evince chiaramente, tutti questi problemi sono tra loro interconnessi.
Come si risolvono? Con piccoli aggiustamenti e ritocchi normativi nelle manovre finanziarie? No. Serve una visione. Un nuovo assetto dello Stato e del bilancio pubblico che risolva alla radice, contestualmente, tutti gli ostacoli al benessere e alla crescita. Sostituire l’attuale “Stato massimo”, che tutto intermedia (e lo fa male), con lo “Stato minimo” (e magari federale, con un federalismo municipale sul modello svizzero), cioè uno Stato che abbia compiti di difesa, sicurezza, giustizia penale, grandi infrastrutture, costruzione di centrali energetiche (nucleari, geotermiche, solari spaziali), che metta in competizione Stato e privati per la fornitura dei servizi pubblici (sanità, scuola, previdenza, trasporti) e che semplifichi alla radice il sistema fiscale con l’adozione di una flat tax generale, o aliquota unica, sul modello estone.

Solo una visione politica complessiva è in grado di risolvere un declino che perdura da decenni. A un livello di spesa pubblica pari a zero, lo Stato non è in grado di garantire il rispetto dei contratti, la sicurezza dei cittadini, né le infrastrutture di base. Man mano che la spesa pubblica aumenta, arriva a un punto ottimale attorno al 30% del PIL (curva di Armey), in cui massimizza crescita e sviluppo. Oltre questo punto, la spesa pubblica diventa un ostacolo alla crescita e al benessere, sottraendo risorse alle attività di cittadini e imprese. In Italia l’ottimo è stato superato dopo gli anni ’60, che infatti hanno prodotto il boom economico, e oggi ci troviamo al 57% del PIL: un livello di spesa estremamente invasivo, che richiede una tassazione elevata e che non può essere ulteriormente innalzata. Pertanto, la spesa non coperta da entrate genera deficit che si aggiunge allo stock di debito, comportando il pagamento di elevati interessi: nel 2025 circa 100 miliardi e si prevede 130 miliardi nel 2026. Oneri che contribuiscono ad aumentare il debito pubblico, innescando una spirale negativa difficile da arrestare senza misure radicali, come un piano drastico di taglio della spesa pubblica di almeno il 10%, con riduzione delle tax expenditures, per semplificare il sistema fiscale e adottare una flat tax al 20%, associata a una no tax area sui primi 15 mila euro.

Per aumentare la crescita economica è necessario aumentare la produttività del lavoro. Se non riusciamo a crescere più del costo medio del debito, saremo costretti a ricorrere a elevati avanzi primari, che deprimono ulteriormente la crescita. In Italia la produttività è ferma dagli anni Ottanta. Cosa fare per aumentare la produttività? Attraverso l’innovazione di processo, mediante investimenti in ricerca e sviluppo e nella formazione dei lavoratori. Questo genera maggiore domanda, produzione e occupazione. L’insufficiente investimento italiano in ricerca e sviluppo è dimostrato dalla modesta quota di brevetti. Ma per aumentare gli investimenti serve maggiore disponibilità di utili e reddito. Per far ripartire l’Italia serve uno shock fiscale e burocratico e una riforma complessiva del sistema fiscale con una flat tax al 20% e una no tax area di 15 mila euro annui. La flat tax troverebbe copertura nel taglio delle agevolazioni fiscali e dei bonus. Senza bonus: meno potere politico, meno intermediazione, meno spesa pubblica, meno controllo sui cittadini. Senza bonus: meno tasse, più libertà e scelta.

La proporzionalità della flat tax implica che chi guadagna di più paga di più, mentre la progressività può disincentivare la produzione di valore aggiunto. La flat tax è un’imposta proporzionale: si paga in proporzione al reddito, incentivando la produzione di ricchezza. Al contrario, una tassazione progressiva può disincentivare l’attività economica. Il principio della progressività si basa sulla decrescenza dell’utilità marginale. Tuttavia, il reddito è un bene fungibile, che può alimentare risparmio e investimento, base dello sviluppo economico. La flat tax riduce la pressione fiscale e può agevolare la maggioranza dei contribuenti. In Italia, i redditi superiori a 500 mila euro sono dichiarati da poche migliaia di contribuenti. Con una no tax area a 15 mila euro, la flat tax assume caratteri di progressività, risultando coerente con il dettato costituzionale.

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Elena Vigliano

Economista d’impresa, si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università “La Sapienza” di Roma; in seguito si è specializzata nella consulenza fiscale, societaria e del lavoro, vantando una pluriennale esperienza nel supporto strategico alle imprese. Grazie a un percorso formativo internazionale, con studi in scuole americane e inglesi e periodi di vita all’estero, anche in Africa, ha sviluppato una visione globale e una profonda comprensione delle dinamiche economiche e culturali. Come economista d’impresa, applica conoscenze teoriche e pratiche per guidare le aziende nella gestione efficiente, nella pianificazione strategica e nella creazione di valore, con particolare attenzione agli aspetti fiscali e normativi. Attualmente presiede “Liberimpresa”, associazione dedicata alla promozione del pensiero e della cultura liberale in Italia e all’estero, con l’obiettivo di dimostrare che le politiche assistenziali e lo statalismo rischiano di soffocare l’iniziativa individuale, la competitività e l’efficiente allocazione delle risorse, mentre è necessario promuovere soluzioni basate sulla concorrenza e sulla sussidiarietà.

Articolo di Elena Vigliano

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