Tre milioni di foto, un’unica città. Dietro le quinte di palazzo Gopcevich e della Fototeca

08.02.2024 – 07.01 – Dagherrotipi, ferrotipi, stereoscopie, fotografie Bosco, fotografie su seta, cartone, legno, ferro, rame. E poi fotografie grandi e piccole, sfocate e nitide, di ritratto e di paesaggio. È una Fototeca che racconta sé stessa e i suoi custodi nei secoli quella esposta nell’occasione della mostra ‘Dietro le quinte di Palazzo Gopcevich: Tra i tesori della Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte’. Una visita guidata della curatrice Claudia Colecchia ha permesso, lo scorso mercoledì 7 febbraio 2024, di scoprire i segreti dietro un’esposizione che tenta il titanico sforzo di condensare, in poche sale, le fotografie (e i fotografi) che hanno reso grande la Fototeca comunale.
Si tratta del primo di tre diversi eventi volti a pubblicizzare l’esposizione; il prossimo sabato 10 febbraio, ore 14.30-18.30 si terrà, sempre a Palazzo Gopcevich, un laboratorio per adulti dedicato alle stampe e alle antiche tecniche fotografiche; e domenica 11 febbraio, ore 10-13, un laboratorio per bambini dai 6 agli 11 anni in cui potranno costruire un’immagine tramite negativi e fotogrammi vari.
La prenotazione agli eventi, tutti gratuiti, è obbligatoria e va effettuata a mezzo email scrivendo a: [email protected].

“Questa è una mostra dedicata al contenitore, cioè Palazzo Gopcevich e al contenuto, ovvero i 3 milioni di fotografie della Fototeca” ha esordito la curatrice Claudia Colecchia, affermando di voler “raccontare l’archivio attraverso il fare dei suoi fotografi, normalmente messi in ombra”.
Partendo dal palazzo stesso, Gopcevich lo elevò di due piani dall’originale fabbricato di proprietà inglese; e la storia della sua costruzione comunica quale ossessione fosse per il nuovo proprietario. Ad esempio “i lavori di Berlam iniziarono prima che avesse avuto l’autorizzazione dal Comune”; proseguirono giorno e notte; e si tentò di richiederne l’abitabilità ancor prima che vi sia il pavimento al primo piano e le ringhiere.
I suoi abitanti, tra ottocento e novecento, riflettono la storia di Trieste; dalla vendita al barone Ignazio Weil Weiss, marito di Adele Morpurgo, nel 1859; ai tanti abitanti parte integrante del tessuto culturale di Trieste. L’Alberto Tanzi ad esempio era il bisnonno della scrittrice Natalia Ginzburg; Moisè Luzzatto, di origine ebraica, fu il grande protagonista delle ristrutturazioni delle scuole e degli ospedali cittadini nell’ottocento; e infine il piano terra ospitò a lungo un deposito del caffè Hausbrandt.

Passando dall’architettura ai negativi fotografici, la Fototeca nacque nel 1908, partendo da una doppia donazione; di Giuseppe Caprin, entusiasta fautore del nuovo mezzo in quanto “la fotografia non è soggetta a benevole alterazioni”, ritrae la cruda realtà; e dei Fratelli Alinari, i quali avevano mandato nel 1905 a Trieste dei propri operatori, i quali donarono un set al Comune, nonostante una spiacevole accoglienza da parte delle autorità austriache. Italia e Istria pertanto costituirono l’esordio della Fototeca e se vogliamo, la sua dicotomia interna fino al 1914, continuamente oscillante tra il richiamo dell’Italia e dei Savoia per una piccola minoranza cittadina alto locata e la spinta internazionale, verso i grandi traffici e l’orizzonte del mare offerto dalla natura di primo porto dell’impero austriaco. Savoia e Asburgo, città vecchia e nuove costruzioni, viaggi verso lontani orizzonti e verso la provinciale Italia. Tutti catturati dall’otturatore di ogni genere di macchina fotografica con un unico, grande, assente: il digitale.
La collezione si arricchì già a inizio novecento della sua prima macchina: un’avventurosa Kodak donata dal liberal-nazionale e massone Felice Venezian che la riteneva “utile per documentare opere d’arte”. Giunse poi, a esclusiva disposizione della Fototeca, la “Rolls Royce delle macchine fotografiche”, la “Thornton Pickard Royal Ruby a triplice estensione”.
Dall’originale collocazione in piazza Lipsia, poi piazza Hortis, la Fototeca venne poi trasferita nella via della Cattedrale, dove assunse sempre di più una funzione propagandistica.
Le mostre che si susseguivano testimoniavano i cambiamenti della città; ad esempio apportati dal ‘piccone risanatore’ tra il 1925-26 con 363 scatti che raccontavano la scomparsa della Trieste antica e medievale.
Il periodo del Territorio Libero rilanciò ulteriormente questa funzione della Fototeca, con una successione di mostre volte a esibire lo stile di vita americano (1948-51), il ruolo degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, le grandi e opulente città USA.
Il secondo dopoguerra si arricchì inoltre dell’apporto dell’archivio Giornalfoto, con alcune ‘chicche’ come la visita del senatore Kennedy prima che divenisse presidente; o con le foto della Triestina, dei primi Festival di Fantascienza, delle riprese del film ‘Senilità’.
Ricordiamo, tra le ultime donazioni a palazzo Gopcevich, l’archivio di Alfonso Mottola, grande amico di Mascherini, costituito dalle immagini utilizzate per i suoi libri fotografici; le foto per la mostra a Parigi su Trieste del 1985, con scatti di Gabriele Basilico, dove la presenza umana scompare alla presenza del conglomerato urbano; e infine una donazione femminile con la gallerista Nadia Bassanese, la quale aveva un rapporto d’eccezione col grande mercante d’arte Leo Castelli.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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