L’Intelligenza Artificiale: uno strumento efficace per prevenire i conflitti

3 aprile 2026 – ore 15:30 – Premessa – Nell’articolo del primo aprile abbiamo cercato di comprendere l’uso dell’Intelligenza artificiale (AI) nei conflitti in corso, con particolare riferimento a quelli in Ucraina, Gaza e Iran. Nella giornata odierna, invece, cercheremo di analizzare come il medesimo strumento possa essere impiegato efficacemente per prevenire le conflittualità, contribuendo a realizzare un processo di mediazione volto alla pace tra i popoli, che oggi ci appare come una chimera lontana. Ascolteremo pareri di diversi esperti della materia che ci aiuteranno a comprendere meglio la delicata tematica, poco conosciuta e spesso sottostimata. Certamente, da senior analista, posso, senza timore di smentita, affermare che l’uso appropriato dell’AI consentirà all’operatore l’immediata disponibilità di un numero estremamente maggiore di dati informativi, peraltro tutti processabili in tempi rapidi. Tale possibilità, impensabile solo alcuni anni orsono, consentirà, nell’immediato futuro, l’elaborazione in tempi rapidi di rapporti relativi a possibili o probabili scenari strategici, nonché di documenti come Risk Assessment, Political Risk Analysis e Situation Assessment, assolutamente necessari per i vertici istituzionali chiamati ad assumere le responsabilità delle decisioni finali.
In tale contesto, vi propongo ampi stralci dei seguenti documenti:

  • AI nel consolidamento della pace, a cura dell’autorevole fondazione finlandese CMI (Martti Ahtisaari Peace Foundation), creata nel 2000 dal premio Nobel e già presidente finlandese Martti Ahtisaari;
  • l’impatto dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico sulla prevenzione dei conflitti, a cura del TRENDS Research and Advisory, un prominente think tank internazionale nato nel 2014 ad Abu Dhabi (UAE);
  • Intelligenza artificiale e futuro della risoluzione dei conflitti, a cura del noto Belfer Center, centro internazionale di ricerca situato presso la Harvard Kennedy School dell’Università di Harvard a Cambridge, Massachusetts (USA);
  • Il mondo si aspetta chiarezza da voi, a cura degli uffici stampa delle Nazioni Unite.

L’intelligenza artificiale nel consolidamento della pace e nella mediazione: cosa significa un utilizzo responsabile?
Nel corso di un workshop organizzato dal CMI sulla tematica in argomento, è emerso che l’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il modo in cui gli attori impegnati nella costruzione della pace e nella mediazione comprendono e interagiscono con le dinamiche dei conflitti: dall’allerta precoce e dalla facilitazione del dialogo all’inclusione e all’analisi.
L’intelligenza artificiale può supportare gli operatori di pace e i mediatori a diversi livelli, dalle iniziative di base ai processi decisionali governativi, potenziando tre aree cruciali: una migliore analisi dei conflitti, una maggiore capacità di ascolto e un processo decisionale più efficace.

Migliore analisi dei conflitti
Gli strumenti di intelligenza artificiale possono elaborare grandi volumi di dati provenienti da diverse fonti, tra cui notizie, social media e briefing di intelligence. Ciò può rafforzare la consapevolezza della situazione e favorire un approccio preventivo alla diplomazia in situazioni di crisi. Identificando i primi segnali di escalation e mappando i principali attori in contesti complessi, l’IA consente un coinvolgimento più proattivo prima che i conflitti si intensifichino.

Un ascolto migliore
L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per ampliare l’inclusione nei processi di pace. Ad esempio: chatbot che raccolgono il contributo dei cittadini, sistemi di traduzione che superano le barriere linguistiche e modelli analitici che individuano le questioni più urgenti o divisive emerse dalle consultazioni. In sintesi, l’IA contribuisce a garantire che un maggior numero di voci, in particolare quelle delle minoranze e dei gruppi emarginati, vengano ascoltate nel plasmare gli sforzi di pace.

Migliore processo decisionale
Come assistente quotidiano per operatori di pace e mediatori, l’IA può attingere a dati storici e organizzativi per simulare e testare gli interventi. Alcune iniziative stanno esplorando la previsione dei conflitti e la modellazione comportamentale attraverso i “gemelli digitali”, ovvero repliche sociali dei gruppi di stakeholder. Inoltre, l’IA agentiva può semplificare i processi organizzativi interni, consentendo agli operatori di dedicare più tempo a interazioni umane significative.

Quali sono i limiti e quali insidie dobbiamo evitare?
Dobbiamo garantire, afferma sempre CMI, che l’IA non causi più danni dei problemi che si propone di risolvere. Un’adozione responsabile è essenziale ed è una responsabilità condivisa. Le organizzazioni che si occupano di consolidamento della pace e di mediazione devono stabilire linee guida e codici di condotta chiari per l’utilizzo dell’IA.
Ma anche i responsabili politici e le aziende tecnologiche devono svolgere un ruolo cruciale, poiché hanno maggiore influenza nello stabilire limiti attraverso quello che alcuni definiscono design prosociale. Si tratta di funzionalità che, fin dalla fase di progettazione, scoraggiano attivamente la violenza in ogni sua forma e promuovono interazioni online costruttive.

Il lavoro di CMI si fonda su principi chiave che stiamo ora codificando e validando in tutto il campo del consolidamento della pace:
titolarità locale, perché la pace deve essere costruita da coloro che la vivono;
trasparenza, perché la fiducia è il fondamento del dialogo;
progettazione inclusiva, per garantire che la tecnologia rifletta la diversità di coloro a cui si rivolge;
complementarità, che combina l’innovazione digitale con il tradizionale coinvolgimento faccia a faccia.

Soprattutto, seguiamo il principio del “non nuocere”: ci assicuriamo che gli strumenti di intelligenza artificiale non mettano in pericolo vite umane, non intensifichino le tensioni e non contribuiscano alla sorveglianza, alla repressione o alla manipolazione.

Gli interventi di pace supportati dall’intelligenza artificiale (IA) richiedono un’attenta progettazione dei processi. Utilizzare l’IA “fine a se stessa” è controproducente. L’IA può supportare la costruzione della pace solo se si basa su un’analisi approfondita dei processi che tenga conto dei livelli di alfabetizzazione digitale, dell’infrastruttura di connettività, dei potenziali pregiudizi e dei rischi di abuso. L’IA e gli strumenti digitali dovrebbero sempre fungere da elementi complementari, ovvero potenziare le capacità umane, non sostituirle. Ciò è particolarmente critico nella costruzione della pace, dove si affrontano questioni delicate che coinvolgono emozioni profonde, traumi e rimostranze, e nella mediazione, dove la fiducia è essenziale e non può essere replicata dalle macchine.

Bilanciare rischi e benefici: quali pratiche possono mitigare gli svantaggi?
L’applicazione dell’intelligenza artificiale al consolidamento della pace comporta rischi significativi, tra cui: la potenziale presenza di pregiudizi nei sistemi di IA; l’eccessiva dipendenza dai risultati algoritmici; e la creazione di camere di risonanza informative che possono rafforzare le divisioni anziché colmarle.

I partecipanti al workshop hanno osservato che, sebbene l’IA possa elaborare e analizzare i dati a una velocità senza precedenti, le mancano fondamentalmente l’empatia e la comprensione contestuale necessarie per la costruzione della pace e la mediazione. Per mitigare questi rischi, è essenziale mantenere un “tocco umano”, attraverso un pensiero critico attivo e la verifica delle informazioni generate dall’IA. Gli operatori devono impegnarsi criticamente nell’interpretazione e nella validazione dei risultati algoritmici, anziché accettarli passivamente.

Le organizzazioni devono inoltre essere trasparenti su come gli strumenti di intelligenza artificiale influenzano i loro processi di analisi e decisionali, per garantire la responsabilità e costruire fiducia con le comunità interessate. I professionisti devono anche sviluppare le proprie competenze in materia di intelligenza artificiale e alfabetizzazione digitale, per garantire che la tecnologia integri, anziché sostituire, il giudizio umano. Senza un’adeguata comprensione delle capacità e dei limiti dell’IA, i professionisti rischiano di utilizzare gli strumenti in modo improprio o di trascurare fattori contestuali critici. L’IA deve operare all’interno di quadri etici chiaramente definiti che privilegino la sicurezza, l’inclusività e la sensibilità al contesto.

Al contempo, i partecipanti hanno riconosciuto il potenziale dell’IA per rafforzare i processi di consolidamento della pace e di mediazione, se applicata in modo responsabile. L’IA può supportare l’istruzione, fornire analisi più approfondite sulle dinamiche dei conflitti e contribuire a individuare punti di incontro nei negoziati. Può fungere da facilitatore neutrale che promuove la collaborazione e la comprensione.

https://cmi.fi/2025/10/29/ai-in-peacebuilding-what-does-responsible-use-look-like/

L’impatto dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico sulla prevenzione dei conflitti

Faruk Deniz, esperto analista internazionale del settore, nel maggio del 2025, in un articolato editoriale, affermava che il panorama globale continua a essere caratterizzato da conflitti violenti e instabilità, rendendo la necessità di una prevenzione e risoluzione efficaci dei conflitti più urgente che mai.

L’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) e dell’apprendimento automatico (ML) può contribuire alla pace e alla sicurezza globali, ad esempio prevedendo e prevenendo i conflitti in modo più efficace. Analizzando enormi quantità di dati complessi, queste tecnologie possono identificare modelli e generare informazioni utili per le decisioni politiche, aiutando la comunità internazionale a gestire le crisi prima che degenerino completamente.

Infatti, il ruolo dell’IA e dell’ML nella previsione e prevenzione dei conflitti è in crescita ed è diventato sempre più efficace nel campo della pace e della sicurezza. Ad esempio, l’utilizzo di tecnologie di acquisizione dati per identificare e analizzare modelli di conflitto ricorrenti e prevedere potenziali crisi è diventato sempre più centrale nel modo in cui le Nazioni Unite (ONU) affrontano l’insicurezza e l’instabilità.

Contesto storico e tendenze attuali

Tradizionalmente, l’analisi dei conflitti si basava principalmente su metodi qualitativi, studi di casi storici e opinioni di esperti. Sebbene l’utilizzo di grandi quantità di dati non sia una novità, tali sforzi hanno acquisito un notevole slancio negli ultimi anni grazie ai progressi tecnologici, in particolare nel campo dell’IA, della potenza di calcolo e della disponibilità dei dati. L’applicazione dell’IA e dell’ML in questo contesto si basa sull’idea che i conflitti non siano eventi casuali, ma siano influenzati da una varietà di fattori socio-economici, politici e ambientali. L’ascesa degli approcci quantitativi, in particolare con l’avvento dell’ML e dell’IA, ha offerto nuove possibilità per identificare modelli e prevedere conflitti futuri.

Le tendenze attuali nell’applicazione dell’IA e dell’ML alla previsione dei conflitti sono caratterizzate da diversi sviluppi chiave.

La disponibilità dei dati

L’abbondanza di dati provenienti da varie fonti, tra cui database sui conflitti come l’Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED), l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) e il Global Conflict Tracker, così come altre fonti, come i social media, i media e le immagini satellitari, ha permesso ai ricercatori di creare modelli predittivi sofisticati.

Esistono anche vari fattori condizionanti che influenzano i conflitti, tra cui condizioni socio-economiche, come povertà, disuguaglianza di reddito, difficoltà economiche e governance debole; fattori politici e di governance; sfruttamento delle risorse naturali; frammentazione etnica; vulnerabilità ai disastri naturali e cambiamenti climatici. Un’attenta selezione dei fattori condizionanti appare essenziale per l’accuratezza dei modelli predittivi, che vengono utilizzati negli algoritmi di ML per elaborare grandi insiemi di dati, identificare modelli e prevedere i rischi di conflitto.

Sistemi di allerta precoce (EWS), che mirano ad avvisare le persone del rischio di conflitti violenti con sufficiente anticipo per innescare azioni e ridurne l’impatto.

Questi sistemi raccolgono e analizzano dati per mappare le tendenze e le dinamiche dei conflitti, il che consente un intervento preventivo da parte delle parti interessate quando emergono segnali di allarme di violenza. L’IA è stata determinante nello sviluppo di sofisticati sistemi EWS.

Buoni esempi di EWS sono il progetto Violence Early Warning System (ViEWS), che fornisce previsioni su dove è probabile che si verifichino conflitti armati, e l’Early Warning Project (EWP), che valuta la probabilità di atrocità di massa. Ad esempio, il modello EWP ha identificato con successo l’Etiopia nel 2015 e il Myanmar nel 2016 come Paesi ad alto rischio prima dell’inizio di massacri, e il ViEWS ha previsto rischi elevati nella Repubblica Democratica del Congo, corrispondenti a eventi di conflitto effettivi durante quegli anni.

Le informazioni geografiche vengono sempre più incorporate anche nei modelli di previsione dei conflitti.

L’uso di immagini satellitari e dati dei sistemi informativi geografici (GIS) consente ai ricercatori di analizzare le dinamiche spaziali dei conflitti e identificare le aree ad alto rischio. Combinando i dati satellitari con il deep learning, gli esperti possono prevedere dove è probabile che scoppino rivolte.

Uno degli strumenti chiave nella previsione dei conflitti è il database Situational Awareness Geospatial Enterprise (SAGE), che funge da sistema centrale di tracciamento di eventi e incidenti per le missioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite. Questa potente risorsa aiuta a identificare potenziali punti critici, consentendo sforzi di mantenimento della pace più proattivi.

Un’altra tendenza in crescita è la raccolta e analisi dei dati in tempo reale. Questa prevede la raccolta di dati da varie fonti, come social media, notizie e rapporti sul campo, e l’utilizzo di algoritmi di intelligenza artificiale per identificare i rischi di conflitto emergenti. Questo approccio consente risposte rapide alle situazioni in evoluzione e i modelli possono anche essere aggiornati in tempo reale per incorporare i segnali precoci di conflitto.

Sfide

Nonostante i progressi nel settore, è necessario affrontare diverse sfide e limitazioni. In primo luogo, l’accuratezza dei modelli di apprendimento automatico dipende fortemente dalla qualità e disponibilità dei dati. Poiché grandi quantità di dati vengono utilizzate in algoritmi complessi per analizzare i modelli e prevedere la probabilità di un’escalation del conflitto, l’accuratezza e la trasparenza dei dati svolgono un ruolo chiave in termini di affidabilità delle previsioni. Molte fonti di dati, tuttavia, sono non strutturate, incoerenti o incomplete e richiedono una preelaborazione significativa.

Per realizzare il pieno potenziale dell’IA e dell’apprendimento automatico nella previsione e prevenzione dei conflitti, è necessario impegnarsi per migliorare la qualità e la disponibilità dei dati relativi ai conflitti. Ciò include lo sviluppo di metodi standardizzati di raccolta dei dati e la garanzia che essi siano accessibili e condivisibili. Inoltre, i dati possono essere parziali, il che può portare a previsioni distorte e perpetuare le disuguaglianze. Esiste anche il rischio che i dati vengano deliberatamente falsificati e/o alterati, almeno in parte.

In secondo luogo, molti modelli di apprendimento automatico funzionano come “scatole nere”, il che significa che spesso non è chiaro come giungano alle loro previsioni. Questa mancanza di trasparenza può ostacolare la fiducia nei modelli e limitarne l’uso pratico nel processo decisionale politico. Migliorare l’interpretabilità dei modelli è una sfida importante che richiede ulteriori ricerche.

Un altro problema chiave è che i modelli predittivi sono solitamente addestrati su set di dati specifici, il che significa che potrebbero non funzionare bene in regioni o contesti diversi. Per essere veramente efficaci, questi modelli devono essere adattati alle dinamiche locali e personalizzati in base ai fattori unici di ogni situazione.

In terzo luogo, prevedere i conflitti armati rimane un compito difficile, in gran parte a causa della limitatezza dei dati e delle sensibilità politiche che circondano tali analisi. Sebbene set di dati come l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) e l’Armed Conflict Location and Event Data (ACLED) abbiano notevolmente migliorato l’accesso alle informazioni relative ai conflitti, i dati raccolti dall’uomo possono inavvertitamente omettere dettagli chiave e subire modifiche nel modo in cui vengono registrati nel tempo. Prevedere i conflitti armati è naturalmente complesso e le imprecisioni nei dati possono diventare più pronunciate quando vengono utilizzati per le previsioni.

Oltre alle sfide tecniche, l’uso dell’IA nella previsione dei conflitti solleva anche preoccupazioni etiche.

Le considerazioni etiche dovrebbero essere centrali nello sviluppo e nell’implementazione di sistemi di IA per la previsione e la prevenzione dei conflitti. Ciò include garantire che i sistemi di IA rispettino i diritti umani, la privacy e i valori democratici. Lo sviluppo di soluzioni di IA efficaci per la prevenzione dei conflitti richiede una collaborazione interdisciplinare tra informatici, scienziati sociali ed esperti di politica. La cooperazione internazionale, attraverso organizzazioni multilaterali, è necessaria per coordinare gli sforzi, stabilire standard e promuovere l’uso responsabile dell’IA per la pace.

Infine, l’importanza della sicurezza di questi sistemi riveste un ruolo cruciale. I sistemi di intelligenza artificiale possono diventare bersaglio di attacchi informatici e/o terroristici, allo scopo di tentare di manipolare le previsioni o ottenere l’accesso a informazioni sensibili. Tale rischio rende, pertanto, fondamentale la necessità di proteggere adeguatamente queste tecnologie.

Implicazioni e impatti pratici

L’integrazione dell’IA e dell’apprendimento automatico nella prevenzione dei conflitti offre enormi potenzialità per il mantenimento della pace globale. Sfruttando i sistemi basati sull’IA, le organizzazioni impegnate nella costruzione della pace possono migliorare la loro capacità di individuare i primi segnali di tensione e rispondere tempestivamente ai rischi emergenti. Queste tecnologie analizzano enormi quantità di dati complessi per scoprire schemi sottili, spesso rivelando i semi di potenziali crisi molto prima che si radichino completamente. Grazie a questi avvisi precoci, i decisori, se non sono direttamente coinvolti nel conflitto, hanno maggiori possibilità di intervenire tempestivamente, potenzialmente disinnescando i conflitti prima che degenerino in violenza.

L’intelligenza artificiale può essere utilizzata per migliorare la sicurezza e l’efficienza delle operazioni di mantenimento della pace. I modelli predittivi possono essere impiegati per identificare le minacce contro i peacekeeper e rafforzare la sicurezza degli operatori. Questi stessi strumenti facilitano inoltre un’allocazione più intelligente delle risorse e una pianificazione strategica, aprendo la strada a un dispiegamento delle forze più efficiente e a missioni di peacekeeping più efficaci in futuro.

Il ruolo dell’IA non si limita alla prevenzione e alla protezione. È anche una risorsa preziosa negli sforzi di risoluzione dei conflitti e di mediazione. Scomponendo set di dati complessi e fornendo analisi chiare, l’IA consente dialoghi digitali che aiutano i negoziatori a trovare un terreno comune. Questo supporto analitico può ridurre al minimo il livello di contrasto dialettico tra le parti e contribuire alla stesura di accordi che affrontino le realtà sfumate del conflitto, il che è importante per raggiungere soluzioni durature.

Infine, merita evidenziare che l’IA può anche essere utilizzata per combattere la disinformazione. Gli strumenti di fact-checking e moderazione dei contenuti basati sull’IA possono essere utilizzati per individuare e smantellare le informazioni false. L’uso responsabile dell’IA nella prevenzione dei conflitti, tuttavia, richiede più della semplice innovazione tecnologica. Richiede una solida cooperazione e collaborazione internazionale. Le istituzioni multilaterali, come le Nazioni Unite o l’Unione Europea, svolgono un ruolo fondamentale nello stabilire standard e migliori pratiche che garantiscano che questi strumenti siano utilizzati eticamente. Inoltre, i governi e il settore privato devono cooperare nell’affrontare i potenziali rischi e nel massimizzare il potenziale di costruzione della pace dell’IA. In definitiva, l’obiettivo è sviluppare sistemi di IA che siano non solo potenti, ma anche trasparenti, responsabili e privi di pregiudizi. Una governance responsabile dell’IA deve andare oltre l’autoregolamentazione, abbracciando la collaborazione internazionale come fondamento per un mondo più sicuro, protetto e pacifico.

L’IA ha, pertanto, il potenziale per essere un’arma a doppio taglio, poiché può essere utilizzata per lotte di potere e competizioni militari, ma può anche essere una forza per la pace. Sfruttando grandi insiemi di dati, algoritmi sofisticati e tecniche analitiche avanzate, è possibile identificare modelli di conflitto e anticipare le crisi emergenti. Con sistemi di allerta precoce e meccanismi di risposta basati sull’IA, gli sforzi per la sicurezza e la prevenzione dei conflitti possono diventare più efficaci. L’IA sta già svolgendo un ruolo nella mediazione e nella costruzione della pace, dalla facilitazione dei dialoghi digitali all’aiuto nella stesura di accordi. Viene persino utilizzata per monitorare le violazioni del cessate il fuoco, riducendo i danni a peacekeeper e civili. Inoltre, gli strumenti basati sull’IA possono riformulare la retorica divisiva in un linguaggio che promuova la comprensione, contribuendo a ridurre le tensioni prima che si trasformino in conflitto. L’IA può assistere nella stesura di accordi e viene utilizzata per monitorare le violazioni del cessate il fuoco, riducendo gli incidenti e i danni ai peacekeeper. L’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico promettono grandi risultati nel migliorare la previsione e la prevenzione dei conflitti. Tuttavia, è fondamentale tenere a mente le sfide e i limiti di queste tecnologie, tra cui la necessità di affrontare questioni relative alla qualità dei dati, all’interpretabilità dei modelli, alle problematiche etiche e al potenziale abuso. Una governance responsabile dell’IA e la cooperazione multilaterale sono essenziali per massimizzare i benefici e mitigare i rischi dell’IA per la pace. Con un’attenta pianificazione, considerazioni etiche e collaborazione internazionale, l’uso dell’IA può dare un contributo significativo alla pace e alla sicurezza globali. La chiave sta nell’utilizzare questi strumenti per potenziare e migliorare l’azione e il processo decisionale umano, piuttosto che sostituirli.

https://trendsresearch.org/insight/the-impact-of-ai-and-machine-learning-on-conflict-prevention/?srsltid=AfmBOorqbNORktMVJgwhk465tIATWZnsX1EwnHNuxiqenk3u2Des94El

Intelligenza artificiale e futuro della risoluzione dei conflitti: in che modo l’intelligenza artificiale può migliorare i negoziati di pace?

Gli analisti del Belfer Center sostengono che l’intersezione tra intelligenza artificiale e risoluzione dei conflitti stia rapidamente diventando una delle frontiere più cruciali della diplomazia e della costruzione della pace.

La tecnologia dell’IA, dai modelli linguistici su larga scala (LLM) alle piattaforme digitali immersive, sta rimodellando il modo in cui mediatori, negoziatori e leader politici di tutto il mondo affrontano alcune delle controversie più complesse dei nostri giorni.

In tale contesto, Martin Wählisch, ex responsabile dell’Innovation Cell del Dipartimento per gli affari politici e di consolidamento della pace delle Nazioni Unite, e Jeffrey Seul, docente presso la Harvard Law School, partecipando a un workshop organizzato dal citato Belfer Center, hanno affermato che, partendo dai primi esperimenti sulla risoluzione delle controversie online e dal ruolo in continua evoluzione dell’IA nel monitoraggio dei conflitti, hanno esplorato come l’IA possa contribuire all’analisi dei punti ciechi, alla pianificazione di scenari e a iniziative più ampie di inclusione. Tuttavia, questi due esperti hanno sollevato importanti avvertenze: l’eccessiva dipendenza dall’IA, la persistenza di pregiudizi nei set di dati di addestramento, la crescente influenza delle aziende e la necessità di una maggiore alfabetizzazione digitale in materia di IA da parte del pubblico e dei decisori politici.

In particolare, Jeff Seul ha voluto ricordare l’evoluzione del ruolo dell’intelligenza artificiale nella risoluzione dei conflitti negli ultimi tre decenni. Ha richiamato due esempi fondamentali: i primi sistemi di risoluzione delle controversie online di eBay, che utilizzavano semplici algoritmi per mediare le dispute tra acquirenti e venditori, e una piattaforma sperimentale di negoziazione virtuale impiegata durante il processo di pace in Sri Lanka. Entrambi i casi dimostrano i primi tentativi di integrare l’analisi computazionale negli strumenti di mediazione dei conflitti, precursori delle attuali applicazioni di intelligenza artificiale. Inoltre, Seul ha sottolineato la crescente importanza dell’AI sia nel monitoraggio sia nell’allerta precoce dei conflitti, affermando che, nel suo lavoro di mediatore, aveva impiegato modelli di apprendimento basati sulla logica (LLM) per supportare l’analisi dei conflitti in contesti in cui le parti avevano visioni del mondo divergenti. Gli LLM possono identificare i punti ciechi, incoraggiare l’assunzione di prospettive diverse e favorire la generazione di opzioni per risolvere le divergenze.

Tuttavia, Seul ha anche sottolineato i limiti dell’IA, in particolare quando si tratta di affrontare conflitti radicati in valori sacri o sistemi di credenze fondamentalmente diversi. Ha ipotizzato che ciò sollevi preoccupazioni riguardo all’eccessiva semplificazione del ragionamento morale e alla perdita delle sfumature culturali.

Tuttavia, sempre Seul ha voluto altresì sottolineare che l’intelligenza artificiale, in quanto tecnologia, è un’arma a doppio taglio. Nel contesto della risoluzione dei conflitti, l’IA può essere utilizzata per analisi credibili e dialoghi inclusivi, ma possiede anche il potenziale di generare disinformazione e divisioni. Infine, il nostro esperto ha voluto evidenziare il cosiddetto “soluzionismo dell’IA”, ovvero la tendenza a credere che gli strumenti di intelligenza artificiale, semplicemente per il fatto di esistere, possano risolvere conflitti profondamente incentrati sull’essere umano. L’IA deve essere sempre considerata un supporto al giudizio umano, non un sostituto del contesto culturale e storico sfaccettato e dell’empatia umana che un processo di pace richiederebbe.

Martin Wählisch ha osservato che la spesa pubblica per la tecnologia (GovTech) appare destinata a raddoppiare entro il 2034 e che, in particolare nei settori della sicurezza e della difesa, il panorama globale sta attraversando una trasformazione tecnologica. L’intelligenza artificiale sta dimostrando applicazioni versatili in ambito bellico, tra cui l’elaborazione del linguaggio naturale, il deep learning per il riconoscimento degli aeromobili, l’analisi geospaziale assistita dall’IA, l’analisi dei social media e altro ancora. La diplomazia, nel frattempo, è rimasta indietro. Ciononostante, Wählisch ha suggerito che l’intelligenza artificiale ha il potenziale per ridefinire le modalità con cui i mediatori facilitano la diplomazia e la costruzione della pace. Sistemi di intelligenza artificiale come ChatGPT potrebbero, a un certo punto, superare le prestazioni umane in termini di consapevolezza emotiva, spingendoci a ripensare a come le tecnologie emergenti possano migliorare o addirittura competere con la mediazione umana. Anche l’analisi comportamentale, l’analisi dei social media e gli strumenti di realtà virtuale possono svolgere un ruolo nell’aiutare i mediatori a sviluppare approcci creativi alla risoluzione dei conflitti.

In tale cornice, sempre Wählisch ha evidenziato come le tecnologie denominate “Realtà estesa” (XR) stiano aprendo nuove possibilità per un’esperienza immersiva di costruzione della pace. Ad esempio, lo sviluppo della tecnologia del gemello digitale, ovvero repliche virtuali di ambienti reali aggiornate con dati in tempo reale, potrebbe permetterci di simulare meglio negoziazioni complesse e i loro potenziali esiti. Allo stesso tempo, gli strumenti digitali per la deliberazione, tra cui sondaggi e focus group, creano opportunità per un coinvolgimento pubblico più inclusivo e strutturato, contribuendo a facilitare la risoluzione delle divergenze.

Wählisch ha voluto altresì sottolineare il crescente predominio delle aziende private nell’ecosistema dell’IA. Le grandi aziende tecnologiche che sviluppano i modelli di IA potrebbero inavvertitamente integrare i propri interessi aziendali negli strumenti di mediazione dei conflitti, sollevando interrogativi su neutralità, accesso e governance a lungo termine.

Mentre i settori continuano ad assistere alla diffusione capillare dell’“IA in ogni ambito”, in cui gli effetti a breve termine vengono sovrastimati e l’impatto a lungo termine sottovalutato, la necessità di competenze in materia di IA sarà più che mai fondamentale, soprattutto per i mediatori.

Alla luce di quanto sopra, i ricercatori dell’Harvard Belfer Center hanno voluto evidenziare che l’intelligenza artificiale non è di per sé una soluzione miracolosa né una minaccia esistenziale. È uno strumento potente il cui impatto dipende in larga misura da come viene progettato, implementato e gestito. In futuro, sarà fondamentale accrescere la conoscenza dell’IA tra mediatori, responsabili politici e pubblico in generale. Altrettanto importante sarà garantire che i sistemi di IA utilizzati nella risoluzione dei conflitti siano eticamente fondati, consapevoli del contesto e adeguatamente regolamentati.

https://www.belfercenter.org/research-analysis/ai-and-future-conflict-resolution-how-can-artificial-intelligence-improve-peace

“Il mondo si aspetta chiarezza da voi”, afferma il Segretario Generale delle Nazioni Unite agli esperti di intelligenza artificiale

Il 3 marzo u.s., il Segretario Generale António Guterres ha dichiarato, durante la riunione inaugurale di un nuovo gruppo indipendente di esperti sull’Intelligenza Artificiale convocato dalle Nazioni Unite, che essi hanno un’enorme responsabilità nel contribuire a definire come essa verrà utilizzata “a beneficio dell’umanità”.

“Singolarmente, provenite da regioni e discipline diverse, apportando competenze eccezionali nell’IA e nei campi correlati. Collettivamente, rappresentate qualcosa che il mondo non ha mai visto prima”, ha dichiarato il capo delle Nazioni Unite agli scienziati martedì, in occasione della prima riunione del Panel scientifico internazionale indipendente sull’IA.

I 40 esperti si propongono di contribuire a colmare il “divario di conoscenza sull’IA” e a valutare il reale impatto che questa tecnologia all’avanguardia avrà sulle economie e sulle società, in modo che i Paesi possano agire con la stessa “chiarezza” e in condizioni di parità.

Nessuno può farcela da solo

Gli esperti forniranno valutazioni scientifiche indipendenti da qualsiasi governo, azienda o istituzione, comprese le Nazioni Unite.

“L’intelligenza artificiale sta avanzando a una velocità fulminea… nessun Paese, nessuna azienda e nessun campo di ricerca può avere una visione completa da solo”, ha aggiunto, “il mondo ha urgente bisogno di una comprensione globale e condivisa dell’intelligenza artificiale, fondata non sull’ideologia, ma sulla scienza”.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta.

L’intelligenza artificiale plasmerà la pace e la sicurezza, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile per i decenni a venire.

Avvertendo del potenziale rischio di fraintendimenti legati all’intelligenza artificiale, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha affermato: “Ho visto con quanta rapidità la paura può prendere il sopravvento quando mancano o vengono distorti i fatti, come la fiducia si sgretola e la divisione si acuisce”. In un momento in cui le tensioni geopolitiche sono in aumento e i conflitti infuriano, la necessità di una comprensione condivisa e di un’intelligenza artificiale sicura e responsabile non potrebbe essere più grande.

“Corsa contro il tempo”

Poiché l’intelligenza artificiale si sta sviluppando rapidamente, Guterres ha detto agli scienziati che il gruppo di esperti è anche “impegnato in una corsa contro il tempo”.

Rispondendo alle preoccupazioni sul fatto che l’IA si stia muovendo troppo velocemente, ha affermato che “in futuro non ci muoveremo mai così lentamente come stiamo facendo ora. Siamo effettivamente in una fase di forte accelerazione”. Facendo leva sui progressi compiuti in un’altra iniziativa delle Nazioni Unite, l’Organismo consultivo di alto livello sull’IA, che affronta questioni di natura politica relative all’IA, il Segretario generale ha sottolineato che il nuovo gruppo di scienziati non “parte da zero”.

“Non riesco a immaginare un compito più importante per il nostro mondo oggi.”

https://news.un.org/en/story/2026/03/1167074

Conclusione

Mentre sto chiudendo questa seconda parte relativa all’Intelligenza artificiale, sono perfettamente consapevole che stiamo vivendo solo l’inizio di una trasformazione epocale. Gli sviluppi in corso nel campo delle tecnologie legate e supportate anche dall’intelligenza artificiale sembrano proporci, nell’immediato futuro, rivoluzioni ancora più significative. Tuttavia, mi auguro che, in coloro che gestiscono e studiano questi nuovi strumenti, prevalga sempre il rispetto profondo della persona umana in tutte le sue innumerevoli declinazioni.

Desidero chiudere questo articolo con ampi stralci del messaggio di Papa Leone XIV per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, dedicata anche all’Intelligenza artificiale.

In tale occasione il Pontefice ha dichiarato che: “Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana, gli antichi greci hanno utilizzato la parola ‘volto’ (prósōpon), che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno…. Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri. La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane. La sfida, pertanto, non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa, in ultima istanza, custodire noi stessi. Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi. Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo, come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale. A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come ‘amica’ onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, ‘oracolo’ di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica. Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative. Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta ‘Powered by AI’, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine. La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa, tuttavia, seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto e silenziare la nostra voce.

… Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della ‘persona dell’anno 2025’, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto. La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione. Innanzitutto, la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati. Ma, in generale, nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo. Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli. Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti. La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

… L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale e, in questo contesto, proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale, insieme a una formazione umanistica e culturale, per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia dell’IA. Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica. Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales. LEONE PP. XIV

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/communications/documents/20260124-messaggio-comunicazioni-sociali.html

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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