Come il cervello elabora lo scorrere del tempo: i meccanismi svelati da una ricerca della SISSA

3 aprile 2026 – ore 8:30 – La matita rotola pericolosamente verso il bordo del tavolo. Un battito di ciglia, e la nostra mano scatta, frenando la caduta. Tempismo perfetto. Come ci siamo riusciti? Il segreto risiede nel modo in cui il cervello umano costruisce la percezione del tempo: l’esperienza quotidiana, la costante interazione con ciò che ci circonda si basa sulla nostra capacità di registrare, e addirittura anticipare gli eventi nella parentesi di qualche millisecondo. Siamo in grado di cogliere la durata di ogni istante che viviamo. La domanda è: come? I ricercatori della SISSA hanno formulato un’articolata risposta. Lo studio in questione, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS Biology da Valeria Centanino, Gianfranco Fortunato e Domenica Bueti, descrive nel dettaglio i processi che ci consentono di percepire lo scorrere del tempo.

Secondo la ricerca, il nostro cervello elabora il segnale temporale a partire da ciò che vediamo, attraverso stadi successivi sempre più complessi: dalla corteccia visiva occipitale, alle aree parietali e premotorie, fino alle regioni frontali. Per capire cosa accade nello specifico quando il cervello deve stimare la durata di uno stimolo visivo, i ricercatori hanno sottoposto tredici volontari sani ad un test: ai partecipanti è stato chiesto di stabilire la durata di una serie di stimoli visivi, mentre una risonanza magnetica funzionale (fMRI) ad alto campo misurava la loro attività cerebrale. “I risultati mostrano che la percezione del tempo non è un processo unitario, ma il risultato di più stadi di elaborazione distribuiti nella corteccia cerebrale” affermano gli autori. “Ciascuno di questi stadi contribuisce in modo diverso, dalla codifica della durata fisica alla costruzione dell’esperienza soggettiva del tempo.”

Il processo è piuttosto articolato: in una prima fase, le aree visive occipitali codificano la durata tramite risposte neurali graduali (monotoniche). Più è lungo lo stimolo, maggiore è la risposta neurale. Successivamente, le regioni parietali e premotorie trasformano questa informazione in rappresentazioni selettive (unimodali): popolazioni neurali distinte rispondono preferenzialmente a specifiche durate, consentendo in tal modo la “lettura” del tempo. Infine, regioni di ordine superiore, tra cui la corteccia frontale e l’insula anteriore, sono coinvolte nella categorizzazione soggettiva della durata, contribuendo a determinare come quest’ultima viene percepita dall’individuo. Insomma, questa ricerca non si limita a identificare le aree del cervello in cui il tempo viene elaborato, ma propone un modello meccanicistico che descrive come l’informazione temporale viene processata.
Il quadro teorico delineato dai ricercatori della SISSA rappresenta un passo avanti verso una più approfondita comprensione della percezione del tempo: grazie a questo studio si aprono allora nuove prospettive di ricerca sulla realtà enigmatica e spesso distorta di quello che viene comunemente definito “tempo soggettivo”.

Articolo di Benedetta Marchetti 

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