04.03.2026 – 12.00 – Ci sono date che passano senza lasciare traccia e altre che, invece, sembrano trattenere un’eco. Il 4 marzo è una di queste. Non soltanto perché il calendario segna l’inizio di un nuovo giorno di fine inverno, con la luce che a Trieste indugia sempre di più sul mare, ma perché riporta a quella cifra – 4/3/1943 – che da decenni è entrata nell’immaginario collettivo italiano grazie a Lucio Dalla e alla sua canzone più autobiografica, 4/3/1943 appunto. Oggi è il 4 marzo 2026. Ottantatré anni dopo quella data evocata nel titolo, una data che coincide con la nascita del mai troppo rimpianto cantautore bolognese, ma che nel tempo ha assunto un significato più ampio, quasi onnicomprensivo.
In quel brano presentato al Festival di Sanremo nel 1971, Dalla raccontava la storia di un bambino nato in tempo di guerra, figlio di una madre sola e di un soldato straniero. Una storia intima e insieme collettiva, che parlava di identità, di assenza, di origini incerte. Il titolo stesso, diventato poi definitivo dopo una serie di vicende censorie legate al periodo di uscita della canzone, divenne quello di una data. E quella data, anno dopo anno, ha finito per appartenere un po’ a tutti. Non è solo il compleanno di un artista; è il simbolo di un’Italia che si è specchiata nelle sue fragilità, che ha imparato a raccontarsi senza retorica, con pudore e ironia.
A Trieste, città di confine e di partenze, il 4 marzo risuona in modo particolare. Qui le storie di padri lontani e di identità complesse non sono soltanto materia letteraria, ma frammenti concreti di memoria familiare. Il mare davanti a Piazza dell’Unità d’Italia (o piazza Grande per i più nostalgici, che richiama anch’essa un’altra canzone del genio bolognese) ha visto salpare generazioni in cerca di fortuna, ha ascoltato lingue diverse mescolarsi sul molo, ha custodito attese e ritorni. In fondo, la canzone di Dalla parla anche di questo: di radici cercate, di appartenenze costruite strada facendo.
Forse è per questo che il 4 marzo è un promemoria discreto di quanto la musica sappia fissare nel tempo ciò che altrimenti sfuggirebbe. E mentre l’inverno cede il passo alla primavera, resta quella melodia a ricordarci che anche una semplice data può diventare memoria.
[l.d.]


