01.02.2026 – 10.00 – Tra le vie più pittoresche della città, a cavallo tra le rive e piazza Cavana, si concentrano alcuni poli di piccole boutique discrete. Non catturano lo sguardo con insegne sfavillanti o manichini in pose particolari: è piuttosto la ricchezza degli oggetti che contengono, pregni di vita vissuta ed epoche lontane, a far venire voglia di entrare. In un tripudio di matrioske russe, oggettistica giapponese floreale e vinili di un’Italia immemore, sorge spontaneo un quesito: com’è possibile, oggigiorno, che l’antiquariato sopravviva alla corsa spasmodica del tempo, senza rimanere vittima del consumo veloce e delle sue mille conseguenze? La risposta può provenire soltanto dall’esperienza consolidata di chi, ogni giorno, fa di questa attività uno stile di vita, oltre che una vocazione. Donatella Klemse è una di loro: titolare del negozio in via Diaz “Il mondo di DiDy”, ha dedicato gli ultimi vent’anni alla compravendita di usato e artigianato. Il suo esercizio commerciale trabocca. È tra le poche realtà triestine a disporre di un inventario così ampio: si parte dalla bigiotteria fino a pezzi d’abbigliamento ricercati, dai centrotavola ai lampadari in cristallo. La sua realtà esiste con una presenza ancora freschissima, quasi come se il tempo avesse “scelto” di lasciare che qui l’energia mantenesse la sua originaria vitalità.
«Eppure, non è sempre stato così», inizia a raccontare Donatella, conoscendo bene l’impressione iniziale che il suo negozio offre alla prima visita. «Il Covid è stato il punto più basso per noi commercianti di articoli retrò. Le persone, costrette a casa per mesi, si sono ritrovate a digitalizzare ogni aspetto delle loro abitudini. Tra queste, ovviamente, le spese, in particolare per quanto riguarda il vestiario. Questo ha favorito enormemente il fast fashion, incentivando la sovrapproduzione mondiale di abbigliamento “usa e getta”, sia per qualità dei materiali sia per la richiesta frenetica dell’ultima moda, spesso di breve durata e presto sostituita. In quel periodo mancava affluenza, soprattutto di volti giovani. Ora, invece, viviamo una fase di felice ripresa». Certo, la fine della pandemia ha restituito al mondo la libertà di circolazione tra le strade delle città. Ciò, per i negozi fisici, è stato come riprendere fiato: l’attenzione è finalmente tornata dove l’esperienza dello shopping è attiva e tangibile, a differenza di un pigro click su un display. Ma che cosa, più nello specifico, ha riacceso l’interesse comune per l’antiquariato? «Si inizia ormai a notare quanto la qualità dei prodotti oggi in commercio sia diversa rispetto a un tempo», continua Klemse. «Le persone tornano nei negozi di second hand soprattutto per l’abbigliamento, proprio perché la qualità rimane ancora alta. Alla fine spendono quello che spenderebbero acquistando da una grande catena. Così, a parità di spesa, prediligono una qualità migliore».

Il fast fashion, che tanto ha stravolto le abitudini d’acquisto dei consumatori negli ultimi trent’anni, si è ormai rivelato in tutte le sue contraddizioni e problematicità: danni ambientali, implicazioni etiche, sfruttamento minorile nei Paesi del Terzo mondo, incentivi fin troppo evidenti al consumo compulsivo. Tutto ciò ha contribuito all’affermazione di una nuova consapevolezza, che sta raggiungendo una platea sempre più vasta di cittadini. E, contro ogni aspettativa, di cittadini sempre più giovani. Il cambiamento più significativo è stato proprio questo: un gran numero di ragazze e ragazzi oggi vive un duplice intento, ossia creare un proprio stile e adottare, al tempo stesso, abitudini d’acquisto sostenibili. Nonostante ciò, non è possibile definire un target clientelare tipico dei negozi vintage: donne e uomini di ogni età si ritrovano, per caso o per curiosità, a scegliere uno shopping differente, lento, lontano dalle logiche consumistiche del mercato attuale. È altrettanto difficile stabilire una casistica degli oggetti più venduti. Eppure, uno in particolare sembra aver riconquistato l’attenzione dei clienti nell’ultimo periodo. «Le pellicce vintage sono tornate al centro del mirino degli acquirenti. La pelliccia, un tempo vista in modo molto negativo, sta riacquistando popolarità. Se acquistata di seconda mano, si può raggiungere uno scopo che va oltre il semplice riutilizzo dell’oggetto: in questo modo si riesce infatti a bloccare la richiesta del nuovo, spesso problematico per le ragioni già dette. Cambiano così le regole del mercato, soprattutto quelle di produzione».
Difficile parlare di vintage e second hand senza soffermarsi sul più ampio tema della sostenibilità ambientale. «Stiamo iniziando solo ora a riflettere su quanto le microplastiche siano dannose, per chi le indossa come per l’ecosistema. Il riciclo della plastica per produrre ecopelle, di ecologico ha ben poco oltre all’ambizioso prefisso. Anche per questo nasce l’esigenza di ricercare capi e accessori realizzati con materiali naturali: oggi è sempre più difficile acquistare prodotti nuovi che non contengano materiali plastici. I materiali naturali, oltre ad avere in sé la promessa di durare nel tempo, sono in ogni caso più facilmente smaltibili rispetto a quelli sintetici. Se vogliamo far sì che questo mondo cambi, dobbiamo iniziare a prediligere un certo tipo di prodotti. Ed è anche uno dei motivi per cui tante persone si riavvicinano al vintage». Alcuni, però, sempre mossi da istanze etiche, ambientaliste e in particolar modo animaliste, potrebbero storcere il naso all’idea di indossare pelle animale. Anche su questo Donatella offre una visione chiara, non contraddittoria e tutt’altro che banale. «Noi combattiamo al fianco delle industrie cruelty free, e sarà sempre uno dei nostri principi cardine. Ma c’è un aspetto spesso ignorato, che per noi rimane di un’evidenza lampante da decenni di esperienza sul campo: le pellicce animali durano nel tempo in modo impressionante. I capi di volpe, marmotta, montone e lince che vedete attorno a voi difficilmente hanno meno di cinquant’anni. Il picco storico del loro utilizzo è stato intorno agli anni Settanta, quando la moda corrente le identificava come simbolo di status del cosiddetto “sogno borghese”. In pratica, indossarne una significava urlare al mondo: “Io nella vita ce l’ho fatta”. Con le prime proteste animaliste di fine secolo, questa moda è andata scemando, con conseguente abbassamento della richiesta e della produzione di nuove pellicce. Ma sono rimaste quelle vecchie, spesso intatte, e vanno quindi utilizzate, per evitare sprechi e finanziamenti al settore zootecnico non alimentare. Solo così potremo indebolire sia il fast fashion sia l’industria basata sullo sfruttamento animale».

Ma i negozi vintage e second hand non raccontano soltanto di scelte etiche e pratiche sostenibili. Vi è anche una forte matrice culturale, cuore vivo e pulsante di queste piccole realtà che sfidano il tempo. Molti oggetti, purtroppo, non trovano più chi sappia apprezzarli appieno. Cimeli storici dell’artigianato languiscono sotto strati di polvere e vengono spesso destinati ai rifiuti. «La vendita di arredo vintage e complementi d’arredo si è fermata, ed è davvero triste. Stiamo perdendo l’artigianalità, la cultura a essa correlata, ma anche ciò che ci distingueva come popolo capace di creare manufatti unici al mondo». Il progressivo riavvicinamento dei clienti all’acquisto di capi e oggetti vissuti è un segnale positivo, ma per certi versi ambivalente. Spesso, infatti, chi predilige mobili e oggettistica d’altri tempi rappresenta una nicchia ristretta di acquirenti, in molti casi caratterizzata da un bagaglio culturale già consolidato. «Sempre tornando alla parentesi Covid, un altro cambiamento notevole che abbiamo osservato è stato un generale impoverimento culturale e del senso estetico», spiega la titolare del negozio. Da qui nasce un aneddoto significativo, legato a una coppia di clienti olandesi, alla ricerca di un bagaglio d’epoca per un’auto storica Triumph dotata di portabagagli esterno. Un esempio concreto di quanto ricerca, attenzione e competenza accompagnino ogni scelta.
Pochi immaginano quanta cura e quanto amore accompagnino la selezione di ogni singolo prodotto di antiquariato, modernariato e second hand. Non si tratta di accumulo, ma di scelte ponderate, capaci di distinguere un vero negozio vintage da una semplice bancarella. La realtà di “Il mondo di DiDy”, così come poche altre sul territorio triestino, fa della sensibilità culturale e artistica la propria forza principale. Una reputazione che ha portato il negozio fino all’attenzione del New York Times nel 2017, nella sezione Travel, come luogo imperdibile per chi visita Trieste, oltre alla fiducia di personalità del mondo dello spettacolo come Vinicio Capossela, Valentina D’Agostino e Miriam Leone. Di fronte alle incognite del futuro, resta la consapevolezza che il vintage del Novecento diventerà sempre più raro, ricercato e prezioso, mentre la produzione contemporanea rischia di trasformarsi in un’eredità fragile, priva di valore e difficilmente recuperabile. Resta allora il compito di custodire questa luce: quella di un mercato capace di resistere al tempo, opponendosi al consumismo e restituendo dignità agli oggetti, alle storie e alle mani che li hanno creati.
Approfondimento a cura di Benedetta Marchetti e Eleonora Carcarino
[b.m.] [e.c.]


