Ucraina, il fronte nascosto: frizioni con l’Europa, warning USA e l’ombra dell’accordo

27.02.2026 – 14.00 – Il 24 febbraio di quattro anni or sono (solo) formalmente iniziava questo feroce e assurdo conflitto: già due milioni di morti. Dovrebbe bastarci questo dato per farci inorridire. Mentre scrivo, le delegazioni di Russia, Ucraina e Stati Uniti, malgrado trapeli molto poco, continuano a parlare. Ascoltiamo spesso ferme e dure dichiarazioni provenienti da Mosca, mentre l’astuto manipolatore di Kiev ci fornisce quotidianamente interviste difficili da interpretare perché ondivaghe e spesso colme di contenuti indecifrabili. Gli USA hanno deciso di mediare in silenzio, mentre l’Europa, assente nelle trattative, si prepara ad avviare il grande progetto di riarmamento, progetto impensabile solo pochi anni or sono. Sul terreno, i combattimenti sembrano concentrarsi prevalentemente nella porzione della vasta regione del Donbas ancora sotto controllo ucraino. Le forze ucraine resistono, cercando eroicamente anche di riprendersi porzioni di territorio. Scontri feroci, perdite immani da ambo le parti. Merita ricordare che siamo nell’Ucraina sudorientale e il nodo del Donbas, obiettivo dichiarato da Mosca, continua a rappresentare formalmente uno dei principali grovigli irrisolti per fermare il conflitto. Tuttavia, questa porzione del Donbas appare sempre più, da parte russa, rappresentare una sorta di scalpo, un magnifico trofeo da esibire internamente, piuttosto che un reale e nevralgico snodo strategico da conquistare.

Le notti sono costellate da bombardamenti incessanti da parte russa su diverse regioni ucraine, nella quasi totalità diretti a colpire le sensibili strutture energetiche di Kiev. Gli ucraini rispondono colpendo quotidianamente il territorio russo con sciami di droni. Notti di terrore, nel rigido inverno, che si trascinano da mesi.
La propaganda, da tutti i versanti, imperversa. Tuttavia, dobbiamo amaramente constatare che le principali dichiarazioni che leggiamo non sembrano dirette a ricercare una pace possibile, ma piuttosto a incitare le forze ucraine a continuare a combattere fino alla resa di una Russia ritenuta ormai stremata. Ci viene anche detto, da parte del Segretario della NATO, Mark Rutte, che la Russia “non è un orso ma bensì una lumaca”, atteso il ritmo con cui avanza sul territorio ucraino, aggiungendo che le forze NATO, contro questo apparato militare russo, vincerebbero senza problemi se attaccate da Mosca. Allora ci chiediamo: se la Russia non rappresenta una reale minaccia, a cosa dobbiamo questa corsa al riarmo?
Cerchiamo di approfondire gli ultimi avvenimenti.

Frizioni tra alcuni Paesi UE e Zelensky

L’incontro a Kiev, nel giorno del quarto anniversario dall’invasione russa, tra i leader della UE e Zelensky ha evidenziato diverse incrinature, forse inaspettate, tra Bruxelles e Kiev. Merita ricordare che il probabile e recente attacco ucraino all’oleodotto Druzhba, che trasportava il greggio russo verso l’Ungheria e la Slovacchia, ha fatto infuriare sia Bratislava sia Budapest, a tal punto da determinare il palese ostruzionismo ungherese e slovacco al famoso prestito di 90 miliardi di euro che dovrà essere elargito da Bruxelles a Kiev. La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ovviamente ha cercato di stemperare la crescente tensione, assicurando Zelensky che il prestito sarebbe stato comunque elargito, sottolineando tuttavia che la UE, negli ultimi quattro anni, aveva già fornito a Kiev 200 miliardi in supporto militare e finanziario. Zelensky, inoltre, con forza, ha voluto ribadire la necessità per l’Ucraina di un’accelerazione nelle procedure volte all’adesione all’Unione Europea, forse ritenendo di trovare risposte rassicuranti almeno su questo versante. Invece, anche su questa delicata tematica, gli è stato ribadito che il processo di adesione non poteva certamente avvenire a discapito di altri Paesi che da anni stavano operando per riuscire a rispettare gli standard richiesti (Balcani occidentali). Un incontro, pertanto, che doveva essere una dimostrazione plastica e coreografica del supporto incondizionato della UE all’Ucraina si è trasformato in continue accelerate e brusche frenate, con sorrisi forzati da ambo le parti.

In tale cornice, il 25 febbraio u.s., le autorità ucraine hanno cercato di giustificare la delicata “tematica Druzhba”, accusando i russi e richiamando “l’inaccettabilità degli ultimatum e delle pressioni politiche” da parte di alcuni Stati membri europei, tra cui le minacce di sospendere le forniture energetiche o di bloccare l’assistenza e le sanzioni dell’UE contro la Federazione Russa. Questo atteggiamento scaturisce ovviamente dalla citata presa di posizione di Ungheria e Slovacchia. Tuttavia, i media ungheresi, sempre il 25 febbraio u.s., hanno annunciato la decisione del premier Viktor Orbán di rafforzare con urgenza la protezione delle infrastrutture energetiche critiche da possibili attacchi ucraini. In particolare, il premier Orbán, in un video diffuso e definito dalla stampa ungherese “drammatico”, ha sostanzialmente dichiarato che gli ucraini stavano preparando ulteriori azioni militari dirette a interrompere il sistema energetico ungherese. Alla luce di quanto sopra, il governo di Budapest aveva deciso “l’immediato schieramento di militari” a protezione degli impianti energetici, con l’impiego delle forze di polizia per vigilare le aree intorno alle centrali elettriche, alle stazioni di distribuzione e ai centri di controllo. In tale delicata cornice, le tensioni tra Ucraina, Slovacchia e Ungheria non sembrano al momento placarsi. Minacce incrociate, difficoltà di supporto energetico e una crescente pressione sulla leadership di Kiev delineano uno scenario fragile. Le diplomazie sono al lavoro, cercando una soluzione condivisa, al momento ancora nebulosa.

“Leggera” insofferenza americana verso Kiev

La stampa americana e quella ucraina hanno riportato un insolito e inaspettato “warning americano a Kiev”. Il 24 febbraio u.s., l’ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, Olga Stefanishyna, ha riferito, durante un briefing, che l’amministrazione Trump aveva assunto l’insolita iniziativa di avvertire il governo ucraino che i suoi attacchi a un impianto petrolifero russo sul Mar Nero, condotti nello scorso novembre, avevano avuto ripercussioni sugli investimenti statunitensi in Kazakistan, in particolare sugli impianti Chevron. In particolare, la Stefanishyna ha dichiarato: “Abbiamo sentito dire che gli attacchi ucraini a Novorossijsk hanno avuto ripercussioni su investimenti americani effettuati attraverso il Kazakistan. E abbiamo sentito dal Dipartimento di Stato che dovremmo astenerci dall’attaccare gli interessi americani”. Successivamente, l’ambasciatrice ha voluto precisare di aver ricevuto una demarche, cioè una nota diplomatica formale, dal Dipartimento di Stato americano sulla “delicata” tematica. Ovviamente nessun commento è trapelato dal Dipartimento di Stato americano.

Aspre schermaglie diplomatiche tra la Russia e l’asse franco-britannico

In questi ultimi giorni di febbraio, inoltre, abbiamo assistito ad accuse russe nei confronti di Parigi e Londra, denunciando una possibile volontà franco-britannica di fornire all’Ucraina armi nucleari. I media russi, pur riportando le smentite ufficiali espresse dai capi missione di Parigi e Londra accreditati a Mosca, non sembrano intenzionati, al momento, a lasciar cadere la tensione diplomatica creatasi. Kirill Strelnikov, giornalista dell’Agenzia di stampa russa, in un breve editoriale ha recentemente affermato che, secondo recenti rapporti dell’intelligence estera russa (SVR), Gran Bretagna e Francia, avendo perso la fiducia in una possibile vittoria militare ucraina, si starebbero preparando a trasferire armi nucleari all’Ucraina allo scopo di consentire a Kiev di rivendicare condizioni più favorevoli nei colloqui di pace. Si tratterebbe, sempre secondo SVR, di trasferire ordigni nucleari di modeste dimensioni per missili balistici. In tale cornice, il 25 febbraio u.s., Yulia Zhdanova, capo della delegazione diplomatica russa ai colloqui sul disarmo a Vienna, organizzati dall’OSCE, ha testualmente affermato: “È ovvio a tutti che non è la Russia a far avanzare la sua infrastruttura militare verso i confini NATO. […] Il mondo intero sta assistendo a un nuovo capitolo della politica anti-russa dell’Occidente collettivo, che cerca di trasformare il conflitto in Ucraina in una fase di confronto globale. Certamente, coloro che sponsorizzano la guerra non possono aspettarsi un posto al tavolo delle trattative”.

Una posizione britannica da conoscere

L’autorevole Royal Institute of International Affairs, meglio noto come Chatham House, ha pubblicato un interessante editoriale che racchiude aspetti rilevanti della politica britannica in questo tragico conflitto. In tale contesto, l’analista Jaroslava Barbieri afferma che, durante l’ultimo ciclo di colloqui tra Russia e Ucraina, mediati dagli Stati Uniti, le parti avrebbero raggiunto un quasi consenso su un meccanismo di monitoraggio di un futuro cessate il fuoco. Mosca sarebbe riuscita a convincere la squadra del presidente statunitense di essere impegnata nei colloqui di pace “in buona fede” e che la cessione del Donbas rappresenterebbe l’unica via per una pace duratura. Ciò avrebbe aumentato la pressione americana su Zelensky affinché finalizzi un accordo di pace e stabilisca una tempistica per le elezioni nazionali. In tale cornice, l’Europa (Regno Unito e Francia) si sarebbe esposta a favore di Kiev per resistere alle pressioni degli Stati Uniti verso un accordo rapido, che potrebbe rafforzare il Cremlino. Questa chiave di lettura britannica contribuisce a comprendere quanto stia avvenendo nel dietro le quinte dei negoziati.

Il punto delle negoziazioni

Dall’analisi dei pochi dati disponibili, e cercando di tralasciare la propaganda, possiamo affermare che la Russia, oltre ai territori conquistati e all’intero Donbas, stia verosimilmente chiedendo a Washington l’uscita delle forze militari straniere attualmente presenti in Ucraina, sia ora sia in futuro. Diversi analisti internazionali ritengono che questa richiesta sia al momento irricevibile per gli Stati Uniti, e ipotizzano che Mosca possa progettare un controllo indiretto su Kiev mediante l’ascesa di una leadership ucraina non ostile. Un tale scenario troverebbe un ostacolo significativo nella presenza di forze NATO in Ucraina. Gli ucraini, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sembrerebbero addirittura propensi a cedere l’intero Donbas, a condizione che gli Stati Uniti garantiscano formalmente la difesa militare dell’Ucraina contro una futura invasione russa. Tuttavia, Washington, al momento, non sembra disposta ad assumere un impegno militare così vincolante.

Conclusione

Desidero lasciarvi con le parole pronunciate con chiarezza da Papa Leone XIV, nell’Angelus del 23 febbraio u.s.: “La pace è un’esigenza urgente che non può essere rimandata, ma deve tradursi in decisioni responsabili. Ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana e lascia dietro di sé morte, devastazione e dolore”. Di qui, l’appello alla cessazione delle ostilità, affinché tacciano le armi, cessino i bombardamenti e si rafforzi il dialogo, aprendo la strada a una pace duratura, non solo per l’Ucraina, ma per tutti i conflitti nel mondo.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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