Dopo Monaco l’Occidente non è più lo stesso: fine dell’illusione transatlantica

20.02.2026 – 15.30 – Premessa – La 62ª Conferenza di Monaco sulla Sicurezza si è svolta dal 13 al 15 febbraio 2026 presso l’Hotel Bayerischer Hof e il Rosewood Munich. Coordinata dall’ambasciatore tedesco Wolfgang Ischinger, centinaia di decisori politici e opinion leader provenienti da diverse regioni del mondo hanno discusso le sfide della politica di sicurezza. I commenti e i primi apprezzamenti valutativi sugli interventi dei principali leader mondiali sono stati nell’immediato spesso confusi e i tagli forniti dai diversi operatori dei media sui contenuti sono risultati oggettivamente parzialmente divergenti e contrastanti. Tale situazione, ovviamente, ha contribuito a determinare, in un lettore interessato a queste delicate tematiche, un’accentuata sensazione di confusione e una forte perplessità. In merito, tratteremo sia il quadro generale sia due interventi, statunitense e britannico, perché ritenuti tra quelli maggiormente significativi, fornendo il link dell’organizzazione tedesca per tutti coloro che vorranno ulteriormente approfondire. https://securityconference.org/en/publications/munich-security-report/2026/executive-summary/

Conferenza di Monaco – aspetti generali

Ciò che appare emergere dall’analisi degli interventi dei leader mondiali durante la Conferenza di Monaco, al di là del riavvicinamento più che formale americano all’Europa, come vedremo in seguito, è una sorta di allontanamento dalla pace. La pace è stata menzionata come possibile, ma non certo vista come scopo primario dello sforzo politico-diplomatico, lasciando in tal modo interdetti diversi analisti internazionali. In tale contesto, ricordiamo che la Conferenza si era aperta con le dure espressioni pronunciate dal cancelliere tedesco Merz, tutte dirette a evidenziare sostanzialmente sia la fine dell’ordine mondiale sancito con la conclusione del secondo conflitto mondiale sia lo sgretolamento dell’Alleanza tra Europa e Stati Uniti. Il segretario di Stato americano Marco Rubio aveva successivamente cercato di stemperare la tensione, riscuotendo sicuramente un forte consenso dell’assemblea, un grande sollievo generale, ribadendo tuttavia sostanzialmente la posizione di Vance del 2025, seppure con toni e accenti totalmente diversi. D’altra parte, l’Amministrazione americana, attraverso il National Strategic Plan e la National Defense Strategy, ha chiaramente espresso da mesi le proprie linee di politica e di strategia globale. Inoltre, è emersa da diverse parti, a partire incredibilmente dal Regno Unito, la necessità, forse l’urgenza, di un’Europa diversa, coesa e unita. Certamente, al momento, stiamo parlando di “parole”, perché nella realtà, e Washington conosce perfettamente queste diversità, i Paesi europei continuano a dividersi, si schierano su posizioni differenti e appaiono propensi, non certo da oggi, a perseguire interessi immediati piuttosto che far prevalere gli interessi comuni.

Le reazioni diverse all’intervento di Rubio tra l’Alta rappresentante Kallas e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ne hanno plasticamente certificato le contraddizioni. Mentre la presidente della Commissione europea dichiarava di essere stata “molto rassicurata” sui legami con gli Stati Uniti dopo aver ascoltato il discorso del segretario di Stato americano, Kallas si scagliava con forza contro la visione americana di un’Europa decadente. Inoltre, mentre la Germania è sembrata considerare seriamente l’offerta di Parigi di rivedere la dottrina nucleare alla luce di un possibile arretramento statunitense dal quadrante europeo, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha bocciato severamente e immediatamente questa possibilità, affermando che il ricorso alla deterrenza nucleare rappresentava non solo “un modo troppo costoso e rischioso” di evitare i conflitti, ma che “avrebbe richiesto zero errori e una costante correzione per evitare la distruzione totale, per cui non rappresentava una garanzia, ma piuttosto una scommessa”. A conferma di un quadro oggettivamente nebuloso, merita evidenziare infine il discorso della citata von der Leyen, sostanzialmente incentrato sulla necessità di accelerare il processo decisionale nell’Ue per le questioni relative alla difesa e di intensificare i partenariati con i partner terzi, in particolare con il Regno Unito, in tale specifico settore.

Conferenza di Monaco, Rubio: “I destini di Usa ed Europa sono incrociati”

Il massimo responsabile della politica estera statunitense, Marco Rubio, ha sostanzialmente diviso il suo discorso, molto atteso dalle cancellerie europee, in cinque parti: una premessa, una valutazione storico-politica, la visione americana sulla situazione attuale, la visione statunitense futura e una breve conclusione. Tratteremo ovviamente alcuni aspetti dell’intervento, lasciando la possibilità di leggere l’intero discorso nel link in descrizione. https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/02/secretary-of-state-marco-rubio-at-the-munich-security-conference

Premessa ed excursus storico-politico

“Grazie mille. Siamo qui riuniti oggi come membri di un’alleanza storica, un’alleanza che ha salvato e cambiato il mondo. Quando questa conferenza ebbe inizio nel 1963, si svolgeva in una nazione – in realtà, in un continente – divisa al suo interno. Il confine tra comunismo e libertà attraversava il cuore della Germania. … E solo pochi mesi prima di quella prima conferenza, prima che i nostri predecessori si incontrassero per la prima volta qui, a Monaco, la crisi missilistica cubana aveva portato il mondo sull’orlo della distruzione nucleare. Mentre la Seconda guerra mondiale ardeva ancora fresca nella memoria di americani ed europei, ci siamo ritrovati di fronte a una nuova catastrofe globale, con il potenziale per un nuovo tipo di distruzione, più apocalittica e definitiva di qualsiasi altra nella storia dell’umanità. All’epoca di quel primo incontro, il comunismo sovietico era in marcia. Migliaia di anni di civiltà occidentale erano in bilico. A quel tempo, la vittoria era tutt’altro che certa. Ma eravamo spinti da uno scopo comune. Eravamo uniti non solo da ciò contro cui combattevamo; eravamo uniti da ciò per cui combattevamo. E insieme, Europa e America prevalsero e un continente fu ricostruito. Il nostro popolo prosperò. Col tempo, i blocchi orientale e occidentale si riunirono. Una civiltà fu nuovamente unita. Quel muro infame che aveva diviso questa nazione in due è crollato, e con esso un impero malvagio, e l’Oriente e l’Occidente sono tornati a essere una cosa sola.” In questi primi passaggi, Rubio sembra già intenzionato a inviare messaggi rassicuranti ai Paesi europei. Merita evidenziare che questo incipit, circa l’esistenza di forti legami tra gli Usa e l’Europa, sarà ribadito con forza successivamente e tale approccio politico-diplomatico riscuoterà pieno consenso e applausi a scena aperta dall’intera assemblea presente.

La visione americana sulla situazione attuale

“Ma l’euforia di questo trionfo ci ha condotto a una pericolosa illusione: che fossimo entrati, cito, ‘nella fine della storia’; che ogni nazione sarebbe ora una democrazia liberale; che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero ora sostituito la nazionalità; che l’ordine globale basato sulle regole – un termine abusato – avrebbe ora sostituito l’interesse nazionale; e che ora avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo. … E ci è costata cara. In questa illusione, abbiamo abbracciato una visione dogmatica di libero scambio e senza restrizioni, mentre alcune nazioni proteggevano le proprie economie e sovvenzionavano le proprie aziende per indebolire sistematicamente le nostre, chiudendo i nostri stabilimenti, con il risultato che gran parte delle nostre società venivano deindustrializzate, trasferendo milioni di posti di lavoro operai e della classe media all’estero e cedendo il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche sia ad avversari sia a rivali. Abbiamo sempre più esternalizzato la nostra sovranità a istituzioni internazionali, mentre molte nazioni investivano in enormi Stati sociali a scapito della capacità di difendersi. Questo, nonostante altri Paesi abbiano investito nel più rapido rafforzamento militare di tutta la storia umana e non abbiano esitato a usare il potere duro per perseguire i propri interessi. Per placare un culto del clima, ci siamo imposti politiche energetiche che stanno impoverendo la nostra popolazione, mentre i nostri concorrenti sfruttano petrolio, carbone, gas naturale e qualsiasi altra cosa non solo per alimentare le loro economie, ma per usarle come leva contro la nostra. … Abbiamo aperto le porte a un’ondata migratoria di massa senza precedenti che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro del nostro popolo. Abbiamo commesso questi errori insieme e ora, insieme, abbiamo il dovere nei confronti del nostro popolo di affrontare la realtà e di andare avanti, di ricostruire.”

In questo passaggio, decisamente rilevante per comprendere il pensiero di questa Amministrazione americana, entrano in gioco alcuni tra i principali fattori del pensiero dell’America conservatrice, di quella parte, cioè, degli Usa oggi maggioritaria, che ha consentito a Trump di vincere le elezioni. Dall’illusione della “fine della storia”, aspetto assolutamente e oggettivamente vero e, peraltro, attualmente oggetto di studi approfonditi in tutti gli atenei più rilevanti dell’Occidente e non solo, alla globalizzazione sfrenata con i suoi effetti devastanti sulle industrie dei Paesi occidentali, con gravi effetti negativi anche sull’occupazione interna, fino alle drastiche politiche energetiche, con l’imposizione di sempre maggiori limiti, e alle ondate migratorie, con possibili minacce alla coesione sociale. Ricordiamo sempre di leggere e di interpretare queste dichiarazioni dal punto di vista americano, dove, ad esempio, le ondate migratorie oggettivamente incontrollate da diversi anni sono effettivamente percepite dalla stragrande maggioranza delle popolazioni degli Stati meridionali statunitensi come un problema grave, anche di sicurezza. La maggioranza degli istituti socio-economici americani che trattano il fenomeno indica negli Stati Uniti una presenza di persone entrate clandestinamente, o comunque presenti illegalmente, oscillante tra gli 11 e i 14 milioni. In tale contesto, merita rammentare, ad onor del vero, che i teorici della globalizzazione, ora considerata una sciagura immane dalla maggioranza dei Paesi euro-atlantici, non furono asiatici, latino-americani, russi o africani, ma tutti, ripeto tutti, provenivano dall’Occidente; a partire da Theodore Levitt, professore tedesco alla Harvard Business School, al noto sociologo britannico Anthony Giddens, fino ad arrivare al noto economista e saggista statunitense, premio Nobel, Joseph Stiglitz, solo per citarne alcuni. Tuttavia, anche in questo passaggio, Rubio enfatizza la necessità di percorrere questa nuova fase storicainsieme”, Europa-Usa, allo scopo, ovviamente, di lanciare ponti, evitando opportunamente chiusure e ulteriori pericolose lacerazioni.

La visione americana sulla situazione futura

“Sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti d’America si assumeranno nuovamente il compito di rinnovamento e ricostruzione, spinti dalla visione di un futuro altrettanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà. E sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, preferiamo e speriamo di farlo insieme a voi, nostri amici in Europa. Per gli Stati Uniti e l’Europa, siamo tutti uniti. L’America è stata fondata 250 anni fa, ma le sue radici affondano qui, in questo continente, molto prima. L’uomo che si è stabilito e ha costruito la nazione in cui sono nato è arrivato sulle nostre coste portando con sé i ricordi, le tradizioni e la fede cristiana dei suoi antenati come un’eredità sacra, un legame indissolubile tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi. Ed è per questo che noi americani a volte potremmo sembrare un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ecco perché il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici in Europa. Il motivo, amici miei, è perché ci teniamo profondamente. Ci teniamo profondamente al vostro futuro e al nostro. E se a volte non siamo d’accordo, i nostri disaccordi derivano dal nostro profondo senso di preoccupazione per un’Europa con cui siamo legati non solo economicamente, non solo militarmente. Siamo legati spiritualmente e culturalmente. Vogliamo che l’Europa sia forte. Crediamo che l’Europa debba sopravvivere, perché le due grandi guerre del secolo scorso ci servono da costante promemoria della storia che, in definitiva, il nostro destino è e sarà sempre intrecciato al vostro, perché sappiamo – (applausi) – che il destino dell’Europa non sarà mai irrilevante per il nostro.

La sicurezza nazionale, tema centrale di questa conferenza, non si riduce a una serie di questioni tecniche – quanto spendiamo per la difesa, dove la impieghiamo, come la impieghiamo. Queste sono domande importanti, lo sono, ma non sono quella fondamentale. La domanda fondamentale a cui dobbiamo rispondere fin dall’inizio è cosa stiamo difendendo esattamente, perché gli eserciti non combattono per astrazioni. Gli eserciti combattono per un popolo; gli eserciti combattono per una nazione. Gli eserciti combattono per uno stile di vita. Ed è questo che stiamo difendendo: una grande civiltà che ha tutte le ragioni per essere orgogliosa della sua storia, fiduciosa nel suo futuro e che mira a essere sempre padrona del proprio destino economico e politico. Fu qui in Europa che nacquero le idee che gettarono i semi della libertà che cambiò il mondo. Fu qui in Europa che il mondo ricevette lo Stato di diritto, le università e la rivoluzione scientifica. Fu questo continente a produrre il genio di Mozart e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e Da Vinci, dei Beatles e dei Rolling Stones. Ed è questo il luogo in cui le volte della Cappella Sistina e le imponenti guglie della cattedrale di Colonia testimoniano non solo la grandezza del nostro passato o la fede in Dio che ispirò queste meraviglie: prefigurano le meraviglie che ci attendono nel nostro futuro. Ma solo se saremo senza rimorsi per la nostra eredità e orgogliosi di questa eredità comune potremo iniziare insieme a immaginare e plasmare il nostro futuro economico e politico. Ma dobbiamo anche riprendere il controllo dei nostri confini nazionali. Controllare chi e quante persone entrano nei nostri Paesi non è un’espressione di xenofobia. Non è odio. È un atto fondamentale di sovranità nazionale. E non farlo non è solo un’abdicazione a uno dei nostri doveri più basilari nei confronti del nostro popolo: è una minaccia urgente al tessuto delle nostre società e alla sopravvivenza della nostra stessa civiltà.

E infine, non possiamo più anteporre il cosiddetto ordine globale agli interessi vitali dei nostri popoli e delle nostre nazioni. Non dobbiamo abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che insieme abbiamo costruito, ma queste devono essere riformate, devono essere ricostruite. Ad esempio, le Nazioni Unite hanno ancora un enorme potenziale per essere uno strumento per il bene del mondo. Ma non possiamo ignorare che oggi, sulle questioni più urgenti che ci troviamo ad affrontare, non hanno risposte e non hanno svolto praticamente alcun ruolo. Non sono riuscite a risolvere la guerra a Gaza. Non hanno risolto la guerra in Ucraina. Ci sono volute la leadership americana e la partnership con molti dei Paesi qui presenti oggi solo per portare le due parti al tavolo delle trattative alla ricerca di una pace. Non sono state in grado di arginare il programma nucleare dei religiosi sciiti radicali di Teheran e non sono state in grado di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza rappresentata da un dittatore narcoterrorista in Venezuela. Invece, ci sono volute le forze speciali americane per assicurare alla giustizia questo latitante. In un mondo perfetto, tutti questi problemi e molti altri ancora verrebbero risolti dalla diplomazia e da risoluzioni forti. Ma non viviamo in un mondo perfetto e non possiamo continuare a permettere a coloro che minacciano apertamente i nostri cittadini e mettono a repentaglio la nostra stabilità globale di nascondersi dietro astrazioni del diritto internazionale, che essi stessi violano sistematicamente.

Questo è il cammino intrapreso dal presidente Trump e dagli Stati Uniti. È il cammino che vi chiediamo, qui in Europa, di percorrere con noi. È un cammino che abbiamo già percorso insieme e che speriamo di percorrere di nuovo insieme. Per cinque secoli, prima della fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo. … Ed è per questo che non vogliamo che i nostri alleati siano deboli, perché questo ci renderebbe ancora più deboli. Vogliamo alleati che sappiano difendersi, così che nessun avversario possa mai essere tentato di mettere alla prova la nostra forza collettiva. Ecco perché non vogliamo che i nostri alleati siano incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna. Vogliamo alleati orgogliosi della loro cultura e del loro retaggio, che capiscano di essere eredi della stessa grande e nobile civiltà e che, insieme a noi, siano disposti e capaci di difenderla. Ed è per questo che non vogliamo che gli alleati razionalizzino uno status quo ormai in rovina, piuttosto che fare i conti con ciò che è necessario per risolverlo, perché noi americani non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del declino controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana. Ciò che vogliamo è un’alleanza rinvigorita che riconosca come ciò che ha afflitto le nostre società non sia solo un insieme di cattive politiche, ma un malessere di disperazione e compiacimento. Vogliamo invece un’alleanza che corra coraggiosamente verso il futuro. E l’unica paura che abbiamo è la vergogna di non lasciare ai nostri figli nazioni più orgogliose, più forti e più ricche. Un’alleanza pronta a difendere il nostro popolo, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d’azione che ci consente di plasmare il nostro destino, non un’alleanza che esiste per gestire uno stato sociale globale ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate. E soprattutto, un’alleanza basata sul riconoscimento che noi, l’Occidente, abbiamo ereditato insieme qualcosa di unico, distintivo e insostituibile, perché questo, dopotutto, è il fondamento stesso del legame transatlantico. Agendo insieme in questo modo, non solo contribuiremo a recuperare una sana politica estera, ma ci restituiremo anche una più chiara percezione di noi stessi. Ci restituirà un posto nel mondo e, così facendo, respingerà e scoraggerà le forze di distruzione della civiltà che oggi minacciano sia l’America sia l’Europa.

In questo lungo passaggio, il più ampio del discorso, al di là del ricorso alla retorica, al noto programma MAGA, alla storia e alla religione, emergono sostanzialmente due concetti fondamentali:

  1. gli Usa attaccano con forza, seppure indirettamente, la cultura woke in tutte le sue estremizzazioni e desiderano scuotere un’Europa percepita da Washington come secolarizzata, chiusa in se stessa, decadente, autodenigratoria, quasi rassegnata a un destino infausto;
  2. il concetto di difesa deve essere rivisto, lanciando e confermando, da una parte, la necessità per i Paesi europei di avviarsi verso una sostanziale autonomia nella responsabilità della difesa convenzionale del proprio continente e, dall’altra, la volontà americana di concentrare i propri sforzi principalmente nella difesa della propria homeland.

Entrambi i punti sono stati espressi, a differenza di quanto fece Vance nel 2025, certamente con meno rudezza, con signorilità e utilizzando un linguaggio accattivante, positivo e non prepotente. Inoltre, consentitemi una digressione personale, perché la ritengo meritevole di riflessione. Quando ho letto e riletto questa parte del discorso, molte espressioni utilizzate da Rubio e alcune sue affermazioni di carattere sociologico, psicologico e religioso sull’Europa mi hanno riportato alla mente il discorso pronunciato dall’allora cardinale Josef Ratzinger in occasione della lectio magistralis sulla crisi dell’Occidente, svolta a Roma il 1° maggio 2004 presso la Pontificia Università Lateranense. In quella occasione, infatti, il cardinale Ratzinger affermò che “l’Occidente che odia se stesso era destinato a morire”, denunciando in tal modo non solo l’“odio di sé” dell’Occidente, ma anche la sua crisi religiosa. Parlava, in particolare, di una crisi di identità, di una civiltà che stava dubitandodel proprio valore e che stava mettendo sul banco degli imputati la propria storia, la propria cultura, la propria eredità spirituale. Ratzinger chiudeva quello storico intervento non solo individuando nell’autodenigrazione la radice di una fragilità più profonda, ma affermando chiaramente che le società che rinunciano al proprio patrimonio morale diventano terreno fertile per propaganda, manipolazioni e nuove forme di autoritarismo. Nel suo ragionamento non vi era ovviamente alcun richiamo nostalgico al passato, ma semplicemente l’invito a recuperare ciò che dà senso: la dignità della persona, le radici cristiane, la razionalità europea, il diritto come limite al potere. Una civiltà che non crede più a questi principi, spiegava, si rende vulnerabile proprio mentre intorno a essa si alzano minacce e interessi opposti. Ho voluto riproporre questo passaggio non solo perché rimarrà scolpito nelle cronache di questo complesso periodo storico, ma perché una parte importante di questa Amministrazione americana, nella quale il cattolico Vance riveste un’influenza non sottostimabile, cerca di rifarsi psicologicamente ai concetti espressi nell’Ordo amoris di sant’Agostino, malgrado non abbia mai trovato nel Vaticano una sponda politica.

Conclusione di Rubio

“Quindi, in un periodo in cui i titoli dei giornali annunciano la fine dell’era transatlantica, sia chiaro a tutti che questo non è né il nostro obiettivo né il nostro desiderio, perché per noi americani la nostra casa può essere nell’emisfero occidentale, ma saremo sempre figli dell’Europa. La nostra storia ha inizio con un esploratore italiano la cui avventura nell’ignoto, alla scoperta di un nuovo mondo, portò il cristianesimo nelle Americhe e divenne la leggenda che definì l’immaginario della nostra nazione pioniera. Le nostre prime colonie furono fondate da coloni inglesi, ai quali dobbiamo non solo la lingua, ma l’intero sistema politico e legale. I nostri confini furono plasmati dagli scoto-irlandesi, quel fiero e risoluto clan delle colline dell’Ulster che ci diede Davy Crockett, Mark Twain, Teddy Roosevelt e Neil Armstrong. Il nostro grande cuore del Midwest è stato costruito da contadini e artigiani tedeschi che hanno trasformato pianure deserte in una potenza agricola mondiale e, tra l’altro, hanno migliorato notevolmente la qualità della birra americana. La nostra espansione verso l’entroterra ha seguito le orme dei commercianti di pellicce e degli esploratori francesi, i cui nomi, tra l’altro, adornano ancora i cartelli stradali e i nomi delle città in tutta la valle del Mississippi. I nostri cavalli, i nostri ranch, i nostri rodei – l’intero fascino dell’archetipo del cowboy, che è diventato sinonimo del West americano – sono nati in Spagna. E la nostra città più grande e iconica si chiamava Nuova Amsterdam prima di chiamarsi New York.

E sapete che nell’anno in cui fu fondato il mio Paese, Lorenzo e Catalina Geroldi vivevano a Casale Monferrato, nel Regno di Sardegna, e José e Manuela Reina vivevano a Siviglia, in Spagna. Non so cosa sapessero, se sapessero qualcosa, delle tredici colonie che avevano ottenuto l’indipendenza dall’Impero britannico, ma ecco di cosa sono certo: non avrebbero mai potuto immaginare che, 250 anni dopo, uno dei loro discendenti diretti sarebbe tornato oggi in questo continente come capo diplomatico di quella nazione nascente. Eppure, eccomi qui, a ricordare, attraverso la mia stessa storia, che le nostre storie e i nostri destini saranno sempre legati. Insieme abbiamo ricostruito un continente distrutto dopo due devastanti guerre mondiali. Quando ci siamo ritrovati nuovamente divisi dalla Cortina di ferro, l’Occidente libero ha unito le forze con i coraggiosi dissidenti che lottavano contro la tirannia in Oriente per sconfiggere il comunismo sovietico. Abbiamo combattuto l’uno contro l’altro, poi ci siamo riconciliati, poi abbiamo combattuto, poi ci siamo riconciliati di nuovo. E abbiamo sanguinato e siamo morti fianco a fianco sui campi di battaglia, da Kapyong a Kandahar. E oggi sono qui per chiarire che l’America sta tracciando la strada verso un nuovo secolo di prosperità e che, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, nostri alleati e nostri più vecchi amici. Vogliamo farlo con un’Europa orgogliosa del suo patrimonio e della sua storia; con un’Europa che ha lo spirito creativo della libertà; con un’Europa che ha i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere. Dovremmo essere orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato insieme nel secolo scorso, ma ora dobbiamo affrontare e cogliere le opportunità di un secolo nuovo, perché il passato è passato, il futuro è inevitabile e il nostro destino comune ci attende. Grazie.” Rubio decide di chiudere il suo intervento, tra scroscianti applausi, ricordando le fondamenta europee degli Usa, facendo anche un breve riferimento alle sue origini italiane, evidenziando con forza i valori occidentali, ma soprattutto ribadendo il legame indissolubile euro-atlantico.

Discorso del Primo ministro britannico Keir Starmer alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco

Desidero proporvi alcuni stralci dell’intervento di Starmer perché decisamente importanti sia sotto il profilo politico-diplomatico sia sotto quello strategico di medio periodo, nonché per i rapporti Europa–Regno Unito. Tratteremo ovviamente alcuni aspetti dell’intervento, lasciando la possibilità di leggere l’intero discorso nel link in descrizione: https://www.gov.uk/government/speeches/pm-speech-during-the-munich-security-conference-14-february

Starmer, in estrema sintesi, dopo una breve introduzione, divide il suo intervento evidenziando inizialmente “l’esistenza di un mondo che cambia” e, successivamente, dichiarando l’esistenza di una minaccia russa immanente e la necessità di reagire non solo come Regno Unito, ma come Europa, riferendosi ovviamente al comparto difesa. “Per molti anni, per la maggior parte delle persone nel Regno Unito, la guerra è stata un evento remoto. Ma ora sentiamo la solidità della pace che si sta ammorbidendo sotto i nostri piedi. È compito dei leader anticipare questi cambiamenti epocali.
Più volte, i leader hanno guardato dall’altra parte, riarmandosi solo quando il disastro era alle porte. Questa volta dev’essere diverso. La Russia ha dimostrato la sua propensione all’aggressione, infliggendo terribili sofferenze al popolo ucraino. Le sue minacce si estendono in tutto il nostro continente, usando disinformazione, attacchi informatici e sabotaggi. È vero che la Russia ha commesso un errore strategico in Ucraina, ma mentre la guerra continua si sta riarmando e ricostituendo la sua base industriale. La Nato ha avvertito che la Russia potrebbe ricorrere alla forza militare entro la fine di questo decennio. Non cerchiamo il conflitto. Il nostro obiettivo è una pace duratura, il ritorno alla stabilità strategica e allo stato di diritto.”

In questa prima parte, Starmer evidenzia con chiarezza l’esistenza di una minaccia russa imminente nei confronti dell’Europa, auspicando tuttavia una possibile soluzione politico-diplomatica del conflitto in Ucraina. “Di fronte a queste minacce, c’è una sola opzione: rafforzare l’hard power. Dobbiamo essere in grado di scoraggiare l’aggressione e, se necessario, essere pronti a combattere per proteggere il nostro stile di vita. Come Europa, dobbiamo camminare sulle nostre gambe, costruendo una Nato più europea, rafforzando i legami tra Regno Unito e Ue nei settori della difesa, dell’industria, della tecnologia e dell’economia. Non siamo più la Gran Bretagna della Brexit. Non c’è sicurezza britannica senza l’Europa e non c’è sicurezza europea senza la Gran Bretagna. Questa è la lezione della storia e la realtà odierna. Dobbiamo quindi spendere di più, realizzare di più e coordinarci di più.” In questa seconda parte, Starmer esprime con forza la necessità di un immediato riarmo europeo, non solo britannico, recuperando un’unità europea inaspettata da molti, che per il Regno Unito rappresenta una novità geopolitica di assoluto rilievo. “E, cosa fondamentale, dobbiamo farlo con gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti rimangono una potenza indispensabile. Il loro contributo alla sicurezza europea in ottant’anni è senza pari, così come lo è la nostra gratitudine. Allo stesso tempo, riconosciamo che le cose stanno cambiando. La Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti stabilisce chiaramente che l’Europa deve assumersi la responsabilità primaria della propria difesa. Questa è la nuova realtà.

Ora, ci sono stati una serie di interventi ponderati su cosa questo significhi, tra cui l’argomentazione che ci troviamo in un momento di rottura. Concordo sul fatto che il mondo sia cambiato radicalmente e che dobbiamo trovare nuovi modi per difendere i nostri valori e lo stato di diritto. Ma, nel reagire a questa situazione, non dobbiamo ignorare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni. Potrebbe essere un momento di distruzione; invece, credo che dobbiamo trasformarlo in un momento di creazione. Invece di un momento di rottura, dobbiamo farne un momento di radicale rinnovamento. Quindi, invece di fingere di poter semplicemente sostituire tutte le capacità statunitensi, dovremmo concentrarci sulla diversificazione e sulla riduzione di alcune dipendenze. Dovremmo realizzare investimenti generazionali che ci portino dall’eccessiva dipendenza all’interdipendenza. Parlo di una visione di sicurezza europea e di una maggiore autonomia europea. Questo non annuncia il ritiro degli Stati Uniti, ma risponde alla richiesta di una maggiore condivisione degli oneri in Europa e di riallacciare i legami che ci hanno servito così bene. Perché conosciamo il valore del nostro potere. La natura del nostro potere è al centro delle decisioni umane. Ha raggiunto un obiettivo che i leader cercavano di ottenere da secoli, dalla Pace di Westfalia al Congresso di Vienna fino a Versailles. Dopo secoli di conflitti, i fondatori della Nato hanno finalmente unito i nostri continenti in pace e sicurezza. I nostri eserciti, che un tempo si affrontavano sul campo di battaglia, ora sono fianco a fianco, impegnati a difendersi a vicenda. È uno scudo sopra le nostre teste ogni singolo giorno.”

In questa terza parte, Starmer, dopo aver fatto ricorso ad abili excursus storici ad effetto, rimarca con veemenza l’importanza strategica essenziale degli Stati Uniti e della Nato nella politica di difesa. Starmer, inoltre, pur evidenziando il cambio di strategia statunitense, avvia un percorso dialettico volto a sottolineare, come vedremo, la necessità di una nuova sinergia anche nel comparto industriale europeo della difesa. “E mentre alcuni estremisti della nostra politica intaccano questa alleanza, noi la difendiamo. Sono orgoglioso che il mio partito abbia lottato per la creazione della Nato, mentre il nostro allora ministro degli Esteri Ernest Bevin la definiva un’unione spirituale dell’Occidente. E abbiamo dimostrato la nostra fedeltà a quell’idea, affermando reciprocamente la sovranità, come abbiamo fatto in Groenlandia, e, cosa fondamentale, aiutandoci a vicenda ai sensi dell’Articolo 5. Abbiamo combattuto insieme in Afghanistan, con un costo terribile per molte persone nel mio Paese e in molti Paesi alleati. E quindi dico a tutti i membri della Nato: il nostro impegno nei confronti dell’Articolo 5 è profondo oggi come sempre. E non abbiate dubbi: se richiesto, il Regno Unito accorrerebbe in vostro aiuto oggi stesso. Dobbiamo invece procedere insieme per creare una Nato più europea. A mio avviso, l’Europa è un gigante addormentato. Le nostre economie sono più di dieci volte più grandi di quelle della Russia. Disponiamo di enormi capacità di difesa, ma troppo spesso il loro valore è inferiore alla somma delle singole parti. La frammentazione della pianificazione industriale e degli appalti ha creato lacune in alcuni settori e massicce duplicazioni in altri. L’Europa ha oltre venti tipi di fregate e dieci tipi di caccia. Noi abbiamo oltre dieci tipi di carri armati da combattimento, mentre gli Stati Uniti ne hanno uno solo. È estremamente inefficiente e danneggia la nostra sicurezza collettiva.

L’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti ha permesso che queste cattive abitudini si sviluppassero, ma ora dobbiamo romperle. E abbiamo dimostrato di saper coordinarci con grande efficacia, sostenendo l’Ucraina in un modo che Putin non avrebbe mai immaginato. Creando la Coalizione dei Volenterosi, che ora copre quasi tutta l’Europa, così come il Canada e i nostri amici nell’area Asia-Pacifico. E spingendo oltre il nostro sostegno, con il Regno Unito che ha annunciato questa settimana oltre 500 milioni di sterline per una maggiore difesa aerea per il popolo ucraino. Per far fronte alla minaccia più ampia, è chiaro che dovremo spendere di più e più velocemente. E abbiamo dimostrato la nostra volontà comune anche in questo senso, con lo storico accordo di aumentare la spesa al 5% per sicurezza e difesa. Siamo pronti a esplorare soluzioni innovative e stiamo quindi intensificando il lavoro con alleati che condividono gli stessi ideali sulle opzioni per un approccio collettivo al finanziamento della difesa, per contribuire ad accelerare questo investimento vitale. E mentre aumentiamo la spesa, dobbiamo sfruttarla al massimo del suo potenziale. Dobbiamo unirci per integrare le nostre capacità di spesa e di approvvigionamento e costruire un’industria europea della difesa comune. Accolgo con favore i passi compiuti finora, che potrebbero consentirci di partecipare al prestito di 90 miliardi di sterline all’Ucraina. Spero che potremo lavorare insieme in questo modo anche in futuro. Perché la logica della difesa è la solidarietà e lo sforzo collettivo, non l’accesso al mercato. In caso di crisi, i nostri cittadini si aspettano che siamo pronti. Per questo motivo, dobbiamo apportare un cambiamento radicale nella collaborazione. E sono orgoglioso del lavoro che stiamo già svolgendo insieme: fornire droni all’avanguardia con l’Ucraina; sviluppare missili a lungo raggio di nuova generazione con Germania, Italia e Francia; collaborare con i nostri alleati della JEF per proteggere il nostro fianco settentrionale; raddoppiare il dispiegamento di commando britannici nell’Artico; assumere il controllo del Comando Atlantico e Settentrionale della Nato a Norfolk, in Virginia; trasformare la nostra Royal Navy stipulando il più grande accordo navale nella storia britannica con la Norvegia.

Stiamo costruendo una flotta di navi da guerra per dare la caccia ai sottomarini russi e proteggere le infrastrutture sottomarine. Vogliamo replicare questo livello di collaborazione con altri alleati nell’Estremo Nord e nei Paesi Baltici. E oggi posso annunciare che quest’anno il Regno Unito schiererà il suo Carrier Strike Group nell’Atlantico settentrionale e nell’estremo nord, guidato dalla HMS Prince of Wales, operando insieme agli Stati Uniti, al Canada e ad altri alleati della Nato, in una potente dimostrazione del nostro impegno per la sicurezza euro-atlantica. È anche per questo che stiamo rafforzando la nostra cooperazione nucleare con la Francia. Per decenni il Regno Unito è stata l’unica potenza nucleare in Europa a impegnare la propria deterrenza per proteggere tutti i membri della Nato. Ma ora qualsiasi avversario deve sapere che, in caso di crisi, potrebbe trovarsi di fronte alla nostra forza combinata. Questo dimostra senza ombra di dubbio quanto sia fondamentale la nostra collaborazione. Dobbiamo quindi valutare cosa possiamo fare di più con l’Ue. Dobbiamo andare oltre i passi storici compiuti al vertice Regno Unito–Ue dello scorso anno per costruire la formidabile potenza produttiva e la forza innovativa di cui abbiamo bisogno. Le aziende britanniche rappresentano già oltre un quarto della base industriale della difesa del continente. Si tratta di una macchina che crea posti di lavoro e rafforza le comunità e che impiega circa 239.000 persone in tutto il Regno Unito, compreso il Galles, dove questo mese lanceremo il primo di cinque accordi regionali nel settore della difesa. Vogliamo unire la nostra leadership nei settori della difesa, della tecnologia e dell’intelligenza artificiale a quella dell’Europa per moltiplicare i nostri punti di forza e costruire una base industriale condivisa in tutto il continente, che potrebbe dare una spinta alla nostra produzione di difesa. Ciò richiede leadership, per promuovere maggiore coerenza e coordinamento in tutta Europa. È ciò che stiamo facendo con Germania e Francia nell’E3, lavorando a stretto contatto con i partner dell’Ue, in particolare Italia e Polonia, nonché con Norvegia, Canada e Turchia.

Il mio messaggio oggi è che il Regno Unito è pronto. Ne comprendiamo l’imperativo, ne comprendiamo l’urgenza. Vogliamo lavorare insieme per guidare un cambiamento generazionale nella cooperazione industriale nel settore della difesa. Ora, questo significa anche considerare nuovamente un più stretto allineamento economico. Siamo già allineati con il mercato unico in alcuni settori per ridurre i prezzi di prodotti alimentari ed energia. Siamo partner fidati. E, come ha affermato questa settimana il Cancelliere dello Scacchiere, una più profonda integrazione economica è nell’interesse di tutti noi.” Starmer, in questa parte, dedica ampio spazio all’industria della difesa europea + Uk, con particolare riferimento ai rapporti Francia–Regno Unito e Germania–Regno Unito. Tuttavia, tra le righe, sembra emergere già un “confronto dialettico”, per ora solo accennato, sulla futura leadership: su chi, in altre parole, dovrebbe guidare il possibile futuro “coordinamento europeo + Uk” dell’auspicato comparto difesa unificato. “Il futuro che prospettano è quello della divisione e poi della capitolazione. Le luci si spegnerebbero di nuovo in tutta Europa. Ma non permetteremo che ciò accada. Se crediamo nei nostri valori, nella democrazia, nella libertà e nello stato di diritto, questo è il momento di alzarci in piedi e lottare per essi. Ecco perché dobbiamo lavorare insieme e dimostrare che, assumendoci la responsabilità della nostra sicurezza, aiuteremo la nostra gente a guardare avanti: non con paura, ma con determinazione e con speranza. Grazie mille.” Starmer sceglie di chiudere rapidamente l’intervento facendo riferimento ai valori europei, invocando l’unità e garantendo piena determinazione nell’affrontare il futuro con speranza.

Conclusione

Questa Conferenza ha confermato che l’alleanza transatlantica, per come l’abbiamo vissuta dal 1945 in poi, di fatto non esiste più. Non sono stati certamente stracciati gli accordi e non sono state esplicitate rotture formali, ma sono emerse visioni diverse, che necessitano di un’urgente ridefinizione chiara. Mai, prima d’ora, si era parlato di integrazione della difesa europea e della necessità di una sorta di protezione nucleare al di fuori del controllo di Washington. In tale cornice, desidero chiudere questo articolo con le parole recentemente pronunciate da Gianluca Pastori, docente di Scienze politiche e sociali all’Università Cattolica di Milano: “Abbiamo un’Europa che, come al solito, si sta muovendo in ordine sparso e questo offre agli Stati Uniti un margine d’azione importante. Mi sembra che forse la cosa che emerge più chiaramente dalle vicende di questi giorni sia proprio questo. Al di là di quello che ha detto Merz, al di là di quello che ha detto Rubio, al di là di quelle che sono state le parole, nei fatti la questione è proprio questa: un’Europa che continua a parlare a più voci”. “Il problema – aggiunge sempre Pastori – degli ultimi mesi, ma direi degli anni, è quello del motore europeo, chi porta avanti l’integrazione o comunque chi porta avanti l’idea di una politica europea comune: su questo si deve ancora lavorare”.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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