Talk show, risse e bullismo in prima serata: perché la tv sta diseducando il dibattito pubblico

12.01.2026 – 11.20 – Scrivere oggi alla redazione di un giornale significa, sempre più spesso, intervenire in uno spazio che riflette fedelmente il clima del tempo. Ed è proprio per questo che la lettera inviata da Claudio Visintin merita di essere raccolta e rilanciata, non come semplice opinione, ma come spunto di riflessione collettiva. Quando il lettore parla di un «bullismo in cui sono tutti contro tutti», che «si vede plasticamente in televisione nei talk show», non si limita a una critica generica dei media. Sta descrivendo un modello culturale che ha superato lo schermo ed è entrato nel linguaggio quotidiano. Il confronto pubblico è sempre meno tale e sempre più una competizione urlata, dove l’obiettivo non è capire, ma prevalere. In questo contesto, anche l’informazione rischia di essere trascinata in una spirale di semplificazione e aggressività.

La redazione di un giornale ha invece il dovere di fermarsi un passo prima. Di chiedersi se questo clima sia davvero inevitabile o se non esista una responsabilità, piccola ma concreta, nel modo in cui si raccontano i fatti e si ospitano le opinioni. Quando Visintin scrive che «le emozioni, la tenerezza, la buona educazione, lo stupore e il senso civico sono l’unica possibilità per essere migliori», richiama valori che non appartengono alla retorica, ma al mestiere stesso del giornalismo. La buona educazione, ad esempio, non è neutralità né rinuncia alla critica. È rigore nel linguaggio, rispetto dei fatti, distinzione tra opinioni e insulti. Il senso civico non significa edulcorare la realtà, ma ricordare che ogni parola pubblicata ha un peso e produce conseguenze. E lo stupore, evocato dal lettore, è la capacità di non assuefarsi al degrado del dibattito, di continuare a considerare la complessità come una ricchezza e non come un fastidio.

Quando il lettore osserva che «il bullismo sembra essere diventato la regola e non l’eccezione», pone una domanda implicita anche a chi fa informazione: stiamo raccontando questo fenomeno o lo stiamo, magari involontariamente, legittimando? La redazione non può sottrarsi a questo interrogativo. Perché se è vero che i media riflettono la società, è altrettanto vero che contribuiscono a plasmarla. Pubblicare lettere come questa non è un gesto di cortesia verso i lettori, ma un atto di coerenza editoriale. Significa riconoscere che il giornale non è soltanto un luogo di notizie, ma uno spazio di responsabilità civile. E che, in mezzo al rumore, dare voce a chi chiede misura, rispetto e umanità non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza.

La redazione di Trieste.news sceglie di raccogliere questo invito. Non per impartire lezioni, ma per ribadire una convinzione semplice: senza educazione del linguaggio, senza rispetto delle persone, senza senso civico, non c’è buona informazione possibile. E senza buona informazione, una comunità perde uno dei suoi strumenti fondamentali per restare tale.

[f.v.]

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