11.01.2026 – 10.15 – Ci sono lettere che arrivano in redazione e chiedono solo di essere pubblicate. Altre, più rare, pretendono qualcosa di più: chiedono una presa di posizione. Il messaggio di Maurizio Visintin, o meglio dei suoi genitori Claudio e Graziella, appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non è uno sfogo privato, non è un esercizio di dolore esibito. È un atto d’accusa civile contro l’abitudine tutta italiana di considerare le stragi sulle strade come un prezzo inevitabile da pagare alla modernità, alla fretta, alla leggerezza. È il rifiuto netto di chiamare “incidenti” ciò che, nella maggior parte dei casi, è il risultato di una scelta precisa: mettersi alla guida ubriachi, drogati, convinti di essere invincibili, padroni non solo del proprio destino ma anche di quello altrui.
Il 18 dicembre 1999 la vita di Maurizio Visintin è stata spezzata da un automobilista in stato di ebbrezza. Da allora, per i suoi genitori, il tempo non è più lo stesso. “Non si vive, si sopravvive”, scrivono. Ed è una frase che pesa come una sentenza, perché racconta ciò che spesso resta fuori dalla cronaca: il dopo. Dopo il funerale, dopo i titoli, dopo il silenzio. Il dolore che non fa notizia, ma che accompagna ogni giorno chi resta. Il loro messaggio è duro, a tratti spietato, e fa bene così. Parla di “potenziali assassini”, di automobili che sbucano “come da un antro infernale”, di vite calpestate con la stessa noncuranza con cui si schiaccia un formicaio. È un linguaggio che disturba, perché costringe a guardare in faccia la realtà senza l’alibi della statistica o della fatalità. Qui non c’è il destino cinico e baro: c’è l’alcol, c’è l’arroganza, c’è l’idea tossica che tutto sia concesso.
Da questa rabbia nasce una richiesta politica, nel senso più alto del termine. Leggi più severe, sanzioni realmente dissuasive, sospensioni della patente che facciano paura a chi oggi alza le spalle davanti a qualche punto in meno. Non per vendetta, ma per tutela collettiva. Perché la libertà, in una democrazia, non è anarchia: è responsabilità. E quando la responsabilità viene meno, lo Stato ha il dovere di intervenire con fermezza. Il messaggio dei Visintin non si ferma però alla denuncia. Negli anni, quel dolore si è trasformato in azione concreta, in impegno sociale, in memoria attiva. L’intitolazione del campo dell’ASD Campanelle a Maurizio, il Piazzale Vittime della strada davanti a Villa Revoltella voluto dal Comune di Trieste, le iniziative portate avanti con ostinazione: sono tutti tasselli di una stessa battaglia. Tenere vivo un nome per impedire che altre famiglie conoscano lo stesso inferno.
C’è una frase che attraversa tutto il loro scritto come un filo rosso: “Chi pensa ai parenti delle vittime?”. È una domanda scomoda, perché chiama in causa la coscienza collettiva. Pensiamo ai morti il giorno dell’incidente, forse quello dopo. Poi torniamo alle nostre abitudini. Loro no. Loro portano avanti un “ergastolo del dolore” trasformandolo in servizio alla comunità, ricordandoci che dietro ogni croce sul ciglio di una strada c’è una storia che non finisce mai davvero.
[f.v.]


