13.01.2026 – 16.20 – Il lettore Claudio Visintin non scrive per raccontare una storia esemplare. Scrive perché la sua storia è finita dentro un fascicolo, prima ancora che in una cartella clinica, e perché per anni gli è stato spiegato che, in fondo, era tutto molto complicato. Traduzione: meglio lasciar perdere. «Mi presento: sono Claudio Visintin, socio dell’Associazione Esposti Amianto». È una presentazione asciutta, quasi burocratica, ma dietro c’è un percorso che di burocratico non ha avuto nulla. Visintin è un ex lavoratore portuale del Porto Vecchio di Trieste, uno di quelli che per decenni hanno maneggiato materiali senza farsi troppe domande, perché le domande, in certi ambienti, erano viste come una perdita di tempo. L’amianto c’era, ma non si vedeva. E quando non si vede, si finge che non esista. La malattia arriva dopo. Sempre dopo. Ed è qui che la storia di Visintin diventa istruttiva, più che commovente. Perché quando la diagnosi mette insieme i pezzi, il primo ostacolo non è il dolore, ma il muro di gomma delle interpretazioni: troppo tempo, prove insufficienti, nesso causale da dimostrare. Tutto tecnicamente corretto, tutto umanamente irricevibile.
Visintin lo scrive senza giri di parole: «Chi ha contratto malattie professionali non deve rassegnarsi né farsi ingannare da presunti limiti temporali». Non è una frase teorica. È il riassunto di anni passati a dimostrare che ciò che ti ha ammalato ieri è lo stesso che hai respirato trent’anni prima, mentre lavoravi in un porto che oggi chiamiamo “ex”, come se il passato fosse un archivio chiuso. Il punto di svolta arriva con una sentenza della Corte di Appello di Trieste, che riconosce la patologia come asbesto-correlata. Una sentenza che Visintin definisce storica, e che lo è davvero per un motivo semplice: perché arriva dopo che tutto sembrava già deciso. Non restituisce la salute, ma rimette le cose nel loro ordine naturale. Prima la responsabilità, poi le scartoffie. Nel racconto di Visintin c’è anche un dettaglio che molti preferirebbero ignorare: la moglie Graziella, riconosciuta come esposta all’amianto per aver lavato gli abiti del marito. «Il killer silenzioso», come lo chiama lui, non conosce confini domestici. Entra in casa senza bussare, si deposita sui gesti quotidiani e presenta il conto anni dopo, quando nessuno vuole più ricordare.
Oggi Visintin è pensionato, ma non archiviato. Scrive perché sa che il suo caso non è un’eccezione, ma una regola che emerge solo quando qualcuno insiste. E insiste nel ricordare che «rivendicare i propri diritti non è un favore». È semmai una seccatura, per chi sperava che il tempo cancellasse tutto. Questo giornale pubblica la sua lettera e risponde non per solidarietà di maniera, ma per chiarezza. La storia di Claudio Visintin non è il racconto di un uomo sfortunato. È la dimostrazione che l’amianto non è un capitolo chiuso e che la giustizia, quando arriva, lo fa quasi sempre perché qualcuno ha deciso di non tacere. Anche a costo di risultare scomodo.
[f.v.]


