29.01.2026 – 8.30 – I dialetti, cifra distintiva del variegato panorama linguistico italiano, stanno lentamente scomparendo dal parlato quotidiano. È un declino progressivo, che si protrae ormai da quarant’anni e che vede la lingua madre, così come le lingue straniere, prendere inesorabilmente il sopravvento sulle varianti regionali. Secondo i più recenti dati Istat, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è crollato dal 32% del 1988 al 9,6% del 2024. Parallelamente, quasi una persona su due (48,4%) utilizza solo o prevalentemente l’italiano in tutti i contesti relazionali, con un aumento di otto punti percentuali rispetto al 2015. A crescere è anche la diffusione delle lingue straniere: oggi il 69,5% degli italiani dichiara di conoscerne almeno una, con l’inglese saldamente in testa (58,6%), seguito da francese (33,7%) e spagnolo (16,9%). Tuttavia, oltre la metà della popolazione ammette di avere un livello appena sufficiente della lingua straniera che conosce meglio, segno che quest’ampia diffusione non coincide necessariamente con la piena padronanza degli idiomi d’oltreconfine.
In questo contesto, l’impiego del dialetto rimane perlopiù circoscritto alle relazioni più intime. Il 38% dei parlanti lo usa in famiglia, mentre il 35,5% tra amici: solo il 13% comunica in dialetto con gli estranei. Al tempo stesso, l’uso esclusivo delle varianti regionali diventa sempre meno frequente: appena il 9,6% della popolazione comunica unicamente in dialetto con la famiglia, solo l’8% con gli amici e un marginale 2,6% con gli estranei. Coloro che si esprimono solo o prevalentemente in dialetto in tutti gli ambiti relazionali rappresentano un esiguo 2,3% della popolazione. Naturalmente, la tendenza riguarda da vicino anche il mondo del lavoro: l’italiano viene ormai utilizzato dall’81,1% degli occupati, contro il 77,5% del 2015, mentre il dialetto è quasi sparito dai luoghi di lavoro, essendo utilizzato in maniera esclusiva soltanto nell’1,9% dei casi. Più nel dettaglio, un calo particolarmente significativo dell’uso del dialetto si è verificato nell’ultimo decennio: in effetti, il numero di persone che parlano prevalentemente italiano in famiglia è passato dal 45,9% del 2015 al 53,6% del 2024, mentre nelle relazioni amicali la quota è aumentata dal 49,6% al 58,7%. Cresce invece l’impiego di lingue diverse dall’italiano in ambito familiare, con un aumento dal 6,9% del 2015 al 7,7% del 2024.
Nel complesso, l’Italia – e Trieste con essa – sembra avanzare verso un panorama linguistico sempre più uniforme: se la tendenza dovesse progredire con il ritmo attuale, il dialetto rischierebbe forse di scomparire persino dall’ambito familiare. A Trieste, città in cui la parlata locale ha sempre rappresentato un segno identitario forte e riconoscibile, urge una riflessione: se è vero che per molti il dialetto triestino continua ad essere vissuto come un simbolo di appartenenza, è altrettanto evidente che il contesto scolastico, i luoghi di lavoro e molti degli scambi quotidiani sono ormai quasi totalmente contraddistinti dall’italiano. La perdita di un dialetto non andrebbe accettata come un effetto collaterale della costante evoluzione linguistica: un dialetto richiede di essere preservato e mantenuto vivo, poiché non rappresenta soltanto un mezzo comunicativo, bensì un intero archivio di memoria, identità culturale e visioni del mondo. Al tempo stesso, le varianti locali costituiscono un forte collante sociale: se il patrimonio linguistico locale s’indebolisce, anche il senso di appartenenza alla comunità rischia di affievolirsi. Invertire la tendenza è una sfida, ma le strategie per affrontarla non mancano: dizionari cartacei e online, traduzioni dialettali di opere classiche e iniziative culturali dedicate ne sono un esempio concreto. Custodire e rinnovare il patrimonio linguistico che dà voce all’anima di ogni territorio è fondamentale: a fare davvero la differenza, però, sono le parole che ciascuno di noi sceglie di far vivere, giorno dopo giorno.
[b.m.]


