11.01.2026 – 9.00 – L’Iran sta vivendo giornate di gran tumulto che molti osservatori interni definiscono senza precedenti per intensità, diffusione e radicalità. Nelle città principali dilagano proteste, nate come esplosione di rabbia sociale contro una crisi economica diventata insostenibile, e si sono ormai trasformate in una sfida diretta e frontale all’intero impianto della Repubblica Islamica. Nelle ultime ore le manifestazioni non mostrano segni di attenuazione, dimostrando una capacità di resistenza e di rigenerazione che sta mettendo seriamente in difficoltà l’apparato repressivo dello Stato.
Tutto parte da una frattura profonda tra la popolazione e il potere. L’inflazione ha divorato salari e risparmi, la moneta nazionale ha perso valore in modo drammatico. Beni di prima necessità sono diventati difficili da reperire e una parte crescente della società vive in una condizione di precarietà cronica. Ma ciò che sta accadendo ora va ben oltre l’economia. Nelle strade non si protesta più solo contro il carovita: si protesta contro un sistema percepito come chiuso, immobile, incapace di offrire futuro e dignità. Gli slogan gridati nelle piazze e nelle notti iraniane sono diventati esplicitamente politici, spesso rivolti direttamente alla Guida Suprema e al cuore ideologico del regime.
Negli ultimi giorni, e in modo ancora più evidente nelle ultime ore, le proteste si sono estese a macchia d’olio. Dalle grandi città si sono spostate coinvolgendo centri medi e piccoli, province tradizionalmente considerate fedeli al potere e persino aree religiosamente simboliche. Questa diffusione territoriale è uno degli elementi che più preoccupano le autorità, perché rende difficile isolare il dissenso e spegnerlo con interventi mirati. A scendere in strada non sono più soltanto giovani o studenti, ma lavoratori, commercianti, famiglie intere. In molti casi si tratta di persone che non avevano mai partecipato a manifestazioni politiche, segno di una rottura psicologica profonda della paura che per anni ha garantito la stabilità del sistema.
La risposta dello Stato è stata immediata e brutale. Le forze di sicurezza hanno intensificato gli interventi, utilizzando armi da fuoco, arresti di massa e una strategia di intimidazione capillare. Migliaia di persone sono state fermate, spesso senza accuse formali, e portate in centri di detenzione improvvisati. Le autorità hanno adottato una retorica durissima, definendo i manifestanti “nemici di Dio” e “sabotatori”, un linguaggio che nel contesto iraniano è una vera e propria minaccia legale, perché apre la strada a condanne esemplari e persino alla pena di morte.
Un altro elemento centrale di queste ore è l’isolamento informativo. Il blackout quasi totale delle comunicazioni rappresenta una scelta politica precisa. Tagliando internet e limitando drasticamente le reti mobili, il regime tenta di spezzare il coordinamento delle proteste, impedire la diffusione di immagini e testimonianze e ridurre l’impatto internazionale della repressione. Eppure, nonostante questo silenzio forzato, le proteste continuano. Il passaparola, le reti familiari, i legami di quartiere stanno sostituendo i social media, dimostrando che il movimento ha ormai radici più profonde di una semplice mobilitazione digitale.
In questo clima, il numero delle vittime cresce e resta avvolto nell’incertezza. Le cifre ufficiali sono minime e vaghe, mentre le informazioni che filtrano parlano di decine, forse centinaia di morti. La mancanza di dati verificabili alimenta un senso di angoscia e rabbia ancora maggiore, perché ogni famiglia teme di non sapere cosa sia accaduto ai propri cari arrestati o scomparsi. Questo clima di paura diffusa, paradossalmente, non sta producendo la paralisi sperata dal potere, ma una radicalizzazione ulteriore del dissenso.
I possibili risvolti di questa crisi sono molteplici e tutti carichi di incognite. Nel breve periodo, lo scenario più probabile è un’ulteriore escalation repressiva: più arresti, processi rapidi, condanne esemplari per terrorizzare la popolazione e spezzare la continuità delle proteste. Questa strategia potrebbe funzionare temporaneamente, come già accaduto in passato, ma a un costo altissimo in termini di legittimità interna e isolamento internazionale.
Un secondo scenario, più instabile, è quello di una protesta che non riesce a rovesciare il sistema ma ne erode lentamente le fondamenta. In questo caso l’Iran entrerebbe in una fase di tensione cronica, fatta di esplosioni periodiche di rabbia, scioperi, disobbedienza civile e repressione continua. Sarebbe una situazione di logoramento, pericolosa sia per il regime sia per la società, con il rischio di una deriva sempre più autoritaria.
Il terzo scenario, il più dirompente ma anche il più incerto, è quello di una trasformazione politica profonda. Perché ciò avvenga, però, le proteste dovrebbero trovare una forma di coordinamento più strutturata, un punto di riferimento politico credibile e, soprattutto, una frattura all’interno delle élite di potere. Al momento questi elementi non sono chiaramente visibili, ma il fatto stesso che se ne inizi a parlare indica quanto la crisi attuale sia diversa dalle precedenti.
L’Iran è ora un paese che si interroga sul proprio futuro. Le strade, silenziate a forza, continuano a parlare attraverso gesti, slogan sussurrati, sfide notturne. Qualunque sia l’esito immediato, ciò che sta accadendo segna un punto di non ritorno nella coscienza collettiva di una parte significativa della popolazione. Anche se le piazze dovessero svuotarsi domani, la frattura aperta in queste settimane non potrà più essere rimarginata.
[e.c.]


