06.01.2026 – 11.00 – Mentre a Trieste l’eco delle festività natalizie sembra ormai attenuarsi, tra il ritorno alla routine e le luci che iniziano a spegnersi, a poche centinaia di chilometri da qui, lungo l’arco balcanico e nell’Europa orientale, milioni di fedeli si preparano invece a vivere il momento più atteso dell’anno: il Natale ortodosso del 7 gennaio. Una ricorrenza che affonda le sue radici in una stratificazione storica, teologica e culturale molto profonda, che unisce la dimensione liturgica a tradizioni popolari ancora oggi fortemente sentite.
La data diversa rispetto al Natale del 25 dicembre osservato in gran parte del mondo cristiano dipende dall’uso del calendario giuliano da parte di alcune Chiese ortodosse autocefale, tra cui quelle russa, serba, georgiana, di Gerusalemme e le comunità monastiche del Monte Athos. Secondo il calendario giuliano, infatti, il 25 dicembre cade attualmente il 7 gennaio del calendario gregoriano, creando uno scarto che nel tempo è diventato parte integrante dell’identità religiosa e culturale di interi popoli. In particolare dell’Europa orientale e dei Balcani, territori storicamente legati anche a Trieste da scambi, migrazioni e presenze comunitarie.
La preparazione al Natale ortodosso è scandita da un periodo di digiuno chiamato Digiuno della Natività o digiuno di San Filippo. Ha inizio il 15 novembre e dura quaranta giorni. Durante questo tempo i fedeli sono invitati a praticare l’astinenza da carne, latticini e, in alcune fasi, anche da pesce e olio, non soltanto come rinuncia alimentare ma come percorso spirituale di purificazione, intensificazione della preghiera e attenzione verso il prossimo. Il digiuno culmina nella vigilia del Natale, il 6 gennaio, una giornata particolarmente solenne e raccolta, spesso caratterizzata da un digiuno rigoroso che si interrompe solo con la comparsa della prima stella nel cielo, simbolo della stella di Betlemme.
La vigilia è tradizionalmente dedicata alla cosiddetta Cena Santa, un pasto rituale che, pur variando da paese a paese, conserva elementi comuni e fortemente simbolici. Nelle tradizioni slave orientali, come in Russia, Ucraina e Bielorussia, la tavola viene imbandita con dodici pietanze senza carne, in ricordo dei dodici apostoli. Al centro del pasto si trova spesso la kutja, un piatto a base di grano bollito, miele, semi di papavero e frutta secca, che richiama la vita, la resurrezione e la comunione spirituale tra i membri della famiglia, vivi e defunti. In molte case la tavola viene coperta con una tovaglia sotto la quale si pone del fieno, chiaro riferimento alla mangiatoia di Betlemme e alla nascita di Cristo nella povertà.
In area balcanica, in particolare in Serbia e Montenegro, una delle tradizioni più caratteristiche è quella del badnjak, un tronco di quercia tagliato la mattina della vigilia e portato solennemente in casa o in chiesa. Il badnjak viene poi bruciato come simbolo della luce di Cristo che entra nel mondo e porta calore, protezione e benedizione. Attorno a questo gesto si sviluppano rituali familiari e comunitari che rafforzano il senso di appartenenza e continuità tra le generazioni, elementi centrali nella cultura ortodossa.
La notte tra il 6 e il 7 gennaio rappresenta il cuore liturgico del Natale ortodosso. I fedeli partecipano a lunghe celebrazioni notturne che comprendono il Grande Compieta, il Mattutino e la Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo o di San Basilio. Le chiese, illuminate da candele e adornate con le icone della Natività, risuonano di canti antichi e solenni che proclamano la nascita di Cristo come evento universale e salvifico. L’atmosfera è intensa e meditativa, segnata da un forte senso di continuità con la tradizione dei primi secoli del cristianesimo.
Il giorno di Natale, dopo la liturgia, il digiuno si interrompe e lasciano spazio pasti più abbondanti e conviviali, a base di carne, dolci tradizionali e piatti tipici regionali. In molte zone dell’Europa orientale è ancora viva la tradizione dei canti natalizi itineranti, come le koljadki, durante i quali gruppi di bambini o giovani vanno di casa in casa intonando canti augurali e ricevendo in cambio cibo o piccoli doni. Queste usanze, spesso di origine precristiana e successivamente rilette in chiave cristiana, testimoniano la capacità del Natale ortodosso di integrare fede e folclore in un unico patrimonio culturale.
Il Natale ortodosso del 7 gennaio, con le sue tradizioni tramandate nei secoli, continuano a offrire un’esperienza spirituale centrata sul mistero dell’Incarnazione, sulla lentezza del rito e sulla profondità simbolica, mantenendo viva una visione del sacro che resiste alle semplificazioni della modernità e che, anche alle porte di Trieste e del suo naturale orizzonte mitteleuropeo e balcanico, parla ancora con forza alla vigilia di questa solenne celebrazione.
[e.c.]


