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Trieste
mercoledì, 29 Giugno 2022

L’odore di lei

02.04.2022 – 09.00 – PARTE PRIMA: Il sole, di un intenso rosso fuoco, iniziò a infilarsi tra le onde. I suoi ultimi bagliori dardeggiarono lungo la costiera scoscesa, incendiandola.
Il crepuscolo allungò le sue dita gelide lungo i vicoli e le strade di Trieste. Ben presto, Piazza Unità d’Italia s’illuminò della luce argentea emanata dai lampioni disposti ai suoi lati. Anche i lampioni del viale XX settembre si accesero, tutti insieme, rischiarando gli alberi di un lucore arancio pallido.
L’appartamento si trovava al secondo piano di una palazzina, a pochi passi dal cinema Nazionale.
Nella stanza da letto, una luce si accese improvvisa, inondando la camera di un bianco brillante.
Aida, dalla fluente chioma rossiccia, inarcò la schiena nuda, sistemandosi una ciocca di capelli ribelli dietro l’orecchio. Guardò verso il basso, sorridendo. Franco Rimori, disteso sotto di lei, aveva un’espressione beata. Il suo petto villoso si gonfiava e sgonfiava, mentre egli cercava di riprendere fiato. Con uno scatto felino, Aida si staccò da lui, balzando di lato e scendendo dal letto. Iniziò a prendere i vestiti sparsi sul pavimento: degli shorts jeans e una maglietta nera.

Rimori emise uno sbuffo di piacere. Poi si girò sul fianco, aprì il cassetto del comodino, estrasse un portafogli e posò una banconota da cento euro sul suo ripiano. Aida si infilò la maglietta, calzò delle scarpe da ginnastica nere, aggirò il letto, portandosi all’altezza del comodino. Lanciò un sorriso all’uomo, che rispose con uno sguardo da beone. Poi prese la banconota, raccolse una borsetta nera dal pavimento e la infilò al suo interno.
“Ci vediamo presto”, dichiarò Rimori.
“Quando vuoi, sai dove trovarmi”, rispose lei, uscendo dalla stanza.
Rimori poté sentire la porta d’ingresso aprirsi e chiudersi. Rimase qualche minuto disteso a letto, fissando il soffitto bianco. Poteva ancora sentire su di sé il dolce profumo della ragazza. Le lenzuola ne sembravano intrise. Sospirò. Alzò il busto dal materasso, si sfilò il preservativo. Poi scese dal letto, diretto verso il bagno.
Un getto d’acqua tiepida. Rimori cacciò la testa sotto di esso. Chiuse la porticina della doccia dietro di sé. L’acqua gli scorreva lungo le spalle tozze, sul petto villoso, sulle gambe robuste. Si mise in mano una capiente dose di shampoo, poi cominciò a lavarsi i capelli. Arco di qualche secondo, si trovò a fischiettare un motivetto allegro. L’avrebbe richiamata, ne era sicuro. Una bellezza come lei valeva ogni minimo centesimo.

Si girò, rivolto verso il muro piastrellato. In quella posizione, non poté rendersi conto della porta del bagno che si aprì piano; né poté vedere la sagoma scura in avvicinamento. Sembrava indossare un cappello nero a tesa larga e un lungo impermeabile dello stesso colore.
Rimori continuava a fischiettare, gli occhi chiusi, la schiuma cosparsa su gran parte del corpo. La sagoma si portò con cautela dinanzi alla porticina della doccia. Vi fu lo scintillare di una lama affilata. Una mano guantata di nero la spalancò. A quel suono, Rimori si girò di scatto, sorpreso. Non riuscì nemmeno a gridare. La mano scattò in avanti, affondando la lama nel suo stomaco. L’uomo si accasciò in avanti, posando le mani sulle spalle dell’assalitore. La mano si ritrasse, poi affondò di nuovo, all’altezza del petto. Rimori inarcò il dorso, emise un grugnito. Le gambe gli cedettero. Rovinò contro la parete, scivolando sul fondo della doccia. La testa gli divenne pesante. Vista offuscata. Respiro in affanno. L’aggressore si ritrasse: una sagoma scura, dall’impermeabile svolazzante, in contrasto col biancore del bagno. L’ultima cosa, che Franco Rimori riuscì a vedere, fu il suo stesso sangue che si fondeva con l’acqua e terminava nello scolo.

PARTE SECONDA: Erano le ventitré e trenta quando l’ispettore di polizia Alfonso Terzilli entrò in quel bagno.
Il cadavere di Franco Rimori stava ancora accasciato alla parete della doccia, investito dai flash della scientifica.
Terzilli, dall’aspetto robusto, un filo di barba bruna e capelli lunghi, lanciò un’occhiata al corpo. Le ferite da taglio erano evidenti. Il sangue continuava a fiottare e a mescolarsi con l’acqua.
Si ritirò, tornando in camera da letto. Qui, altri membri della scientifica scattavano foto alla stanza.
L’ispettore si fece largo tra di essi. Un’occhiata al letto rivelò le lenzuola sfatte, grinze sulla superficie del materasso. Potevano essere segni di un sonno agitato oppure di un’intensa attività sessuale. Si fermò all’altezza del comodino. Su di esso, c’era un portafogli. Indossò dei guanti in plastica, lo sollevò e lo aprì. Al suo interno c’erano una banconota da cinquanta euro, una carta di credito, la tessera sanitaria, la carta di identità, il biglietto di un ristorante cinese, un altro biglietto di un negozio di informatica. Non sembrava esserci nulla di utile.
Stava chiudendolo, quando l’occhio gli cadde su un ultimo biglietto, proprio in fondo. Lo estrasse dagli altri. Recava la scritta violacea su sfondo nero: RED FOX.
Comprese subito di cosa si trattava. Quello era l’ultimo night club rimasto della città. Girò il biglietto. Sul retro bianco c’era una scritta: Aida. Sotto a quel nome, un numero di telefono.

“E Red Fox sia”, mormorò.
Il locale si trovava in via Torre Bianca, a pochi passi dal centro città. L’insegna al neon era di un rosa acceso e rappresentava la testa e la coda di una volpe che si univano tra loro formando una spirale.
Terzilli ne varcò la soglia. Venne subito frastornato dalla musica elettronica e avvolto dai flash delle luci al neon. Notò subito, sul fondo del locale, tre cubi rialzati sui quali altrettante ragazze attraenti si esibivano nella lap dance per un folto gruppo di avventori.
Aguzzando la vista, notò il bancone di un bar sulla destra. Vi si diresse a passo deciso. Superò un anziano intento a chiacchierare con una ragazza dalle fattezze orientali. Posò i gomiti sul bancone, richiamando il giovane barman con un cenno della mano. Il ragazzo fu subito da lui.
Terzilli gli chiese dove avrebbe potuto trovare Aida. Il barman gli rispose di attendere qualche minuto. Lo vide ritirarsi e uscire da dietro il banco.
Attese, paziente, mentre la musica gli perforava le orecchie e le luci a strobo lo accecavano a intervalli.
D’un tratto si sentì toccare un braccio. Girandosi, incrociò due occhi verde smeraldo e un sorriso radioso, il tutto incorniciato da una cascata di capelli rossi.
Terzilli si presentò, semplicemente come Alfonso. Chiese alla ragazza dove avrebbero potuto parlare un po’ in tranquillità. Lei lo prese sottobraccio, guidandolo in una nicchia a sinistra, poco dopo il bar, dove la musica faceva vibrare meno i timpani.
Presero posto a un tavolino. Terzilli allora estrasse il suo distintivo, lo sollevò mostrandolo alla ragazza. Il suo sorriso radioso si eclissò.
Arrivò subito al punto, raccontandole dell’omicidio. Mentre spiegava l’accaduto, lo sguardo di Aida si rabbuiava sempre più. Alla fine del resoconto, la ragazza ammise di essere stata con l’uomo poco prima della sua morte, di aver intrattenuto una relazione sessuale con lui e poi di essersene andata lasciandolo solo nell’appartamento.

“Questo fa di te la prima indiziata, lo sai?”
“Io? E perché avrei dovuto ucciderlo? Pagava bene.”
“Non era la prima volta che facevate sesso, vero?”
“No. Diciamo che era un cliente abituale.”
“E hai anche altri clienti?”
“Un paio, sì. Perché? Potrebbero essere in pericolo?”
“Potrebbero, sì. Ammesso che questo delitto sia riferibile a te, in qualche modo.”
“Di certo non ammazzo i miei clienti.”
“Ne parli mai con qualcuno, dei tuoi clienti?”
“No. Segreto professionale.”
Terzilli sospirò impaziente.
“Cosa c’è ispettore? Non mi crede? Pensa che sia una specie di mantide religiosa?”
“Non penso niente. Cerco solo di capire come poter fare per risolvere questa faccenda nel minor tempo possibile.”
Aida si passò la lingua sulle labbra.
“Se tutto questo è veramente collegato tra me e i miei clienti, forse una soluzione ci sarebbe.”
“Per esempio?”

PARTE TERZA: Una pioggia leggera tamburellava sui vetri della finestra. La camera da letto era satura dell’odore di Aida: un profumo fresco, intenso, avvolgente.
Terzilli poteva sentire il corpo di lei gravare sul suo ventre, mentre erano alle prese con la danza più antica del mondo. Allungò le mani verso l’alto, mettendole a coppa sui suoi seni turgidi. Nel frattempo, la ragazza gli avvolgeva i fianchi con le gambe snelle e si muoveva sinuosa su di lui. Al culmine dell’orgasmo, l’uomo emise un brontolio di piacere. Chiuse gli occhi per un attimo, per assaporare quel momento in cui l’universo infinito pareva esplodergli nella mente. Quando li riaprì, vide il sorriso radioso di Aida. Lei si sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Poi si spostò di lato, scese dal letto e iniziò a raccattare i vestiti sparsi sul pavimento.
Terzilli allungò una mano sul comodino. Afferrò una sigaretta da un pacchetto mezzo vuoto, lì accanto c’era l’accendino quasi scarico. L’accese, inspirò a fondo ed emise una nuvoletta di fumo.
La ragazza, ora in maglietta rossa e shorts neri, gli lanciò un’occhiata.
“E adesso?”, domandò.
“Adesso vediamo cosa succede. Tu fai finta di nulla. Come prestabilito, esci da qui, ma non allontanarti troppo. Resta in allerta. Se vedi qualcuno o qualcosa di sospetto, non esitare a chiamarmi, d’accordo?”
“Va bene.”
“Se non capita nulla, ti chiamerò io e potrai tornartene a casa.”

La ragazza annuì. Lo salutò con un cenno della mano, sparì dalla camera e uscì dall’appartamento.
Terzilli continuò a fumare, disteso sulle lenzuola, gli occhi ben aperti. Le volute di fumo aleggiavano nell’aria. Trascorsero trenta minuti. La pioggia cadeva incessante. L’odore della sigaretta si fondeva con quello di Aida. La mente di Terzilli balzava da una domanda all’altra: davvero potevano essere in pericolo gli altri clienti della ragazza? Chi mai avrebbe potuto essere il responsabile? Un cliente geloso? Qualcun altro? Quale poteva essere il movente del primo omicidio?
Si girò sul fianco destro, con la faccia rivolta verso la finestra. Poteva intravedere le strisce di pioggia scorrere lungo il vetro, formando delle vene in movimento. Il chiarore pallido di un lampione la rischiarava in parte, così come una porzione del pavimento.
Un suono. Debole. Appena percettibile.
Sembrava il rovistare cauto nella serratura della porta di ingresso.
Terzilli rimase immobile.
Il suono cessò quasi subito. E l’appartamento tornò avvolto dal silenzio.
Non si mosse. Respirava piano. Sentì il sangue farsi più caldo, il cuore accelerare le pulsazioni. Ebbe la sgradevole sensazione di non essere più da solo. Era come se percepisse la presenza di qualcun altro. Per una frazione di secondo, provò l’impressione inquietante di essere osservato. Decise di restare immobile. Le spalle rivolte verso la porta della camera.
La sensazione di essere osservato aumentò di intensità. Col passare dei secondi, si convinse di non essere più da solo. Ma rimase immobile, mentre una vampata di adrenalina gli incendiava il sangue.

Un fruscio. Di colpo, la luce del lampione si oscurò.
Allora, Terzilli raccolse a sé le forze. Scattò di lato, rotolando sul materasso.
La lama affilata di un coltello trafisse le lenzuola, sfiorandolo di poco.
L’uomo crollò dal letto, in ginocchio. Allungò una mano sotto al cuscino. Rapido, estrasse una pistola. La puntò verso la finestra. Il barlume del lampione metteva in risalto una figura scura, alta quasi quanto lui, con un cappello dalla tesa larga e un lungo impermeabile.
Tirò il grilletto. In quel momento, la figura si staccò dalla finestra, facendoglisi incontro. La lama scintillò di un riflesso arancio.
Sparò. Dritto verso la sagoma che dominava il suo campo visivo.
La vide piegarsi in due, per poi crollare sul materasso sobbalzando.
Terzilli non perse tempo, scattò alla sua sinistra; premette un interruttore sulla parete. Una luce pallida illuminò la stanza, rivelando una figura umana distesa sul materasso, a faccia in giù. Impugnava un coltello dalla lama affilata.

Con cautela, l’uomo si avvicinò. Diede un calcio alla mano, che lasciò cadere l’arma sul pavimento. La sagoma non si muoveva. L’impermeabile nero ne avvolgeva la figura.
Terzilli si fece ancora più vicino. Con la mano libera, scostò il corpo dell’assassino in modo da volgerlo in suo favore. Il cappello scivolò dalla sua testa, rivelando una cascata di capelli grigi e stopposi. Quando vide il suo volto, Terzilli si sentì incementare dalla sorpresa.
Rimase immobile, per svariati secondi, a osservarlo. Quando si riebbe, con un certo sforzo, afferrò il cellulare sul comodino. Trovò subito il numero di Aida nella rubrica. La chiamò.
Lei rispose al secondo squillo. Si disse pronta a raggiungerlo sul posto.§Nel frattempo, un gemito strozzato scaturì dalle labbra dell’assassino, che sembrava non avere la forza nemmeno di muoversi.
Si reggeva il ventre con le mani rugose, mentre fiotti di sangue scorrevano tra le dita, imbrattando il materasso.

Ci vollero due minuti prima che Aida facesse la sua comparsa in camera. Appena vide il volto dell’assalitore, sgranò gli occhi dall’incredulità, si portò le mani alle labbra.
Terzilli si fece da parte. Abbassò la pistola. Con la ferita mortale al ventre e il coltello lontano dalle mani, ora il killer non rappresentava più una minaccia.
Vide Aida abbassarsi su di lui con sguardo lucido. Gli prese la testa in grembo, tenendola con entrambe le mani.
“Perché? Perché?”, chiese in un filo di voce.
“Loro… non ti meritano…”, si sentì rispondere: “Non sono… uomini. Un uomo vero non farebbe mai niente del genere… sono feccia… per loro sei solo… un passatempo. E tutto… per questo vile denaro… meritano una lezione… loro… sì, loro non sono uomini.”
Aida esplose in un pianto silenzioso. Ampie lacrime iniziarono a rigarle le gote, mentre si abbassava sul volto dell’assalitore.
Per un attimo, i loro occhi si unirono in uno sguardo di sofferenza.
L’assassino ebbe un tremito. Le sue labbra rugose vibrarono, come per voler aggiungere qualcos’altro, ma si fermarono quasi subito.
Occhi di un azzurro spento fissarono lo sguardo verso il soffitto e si fermarono, restando vitrei.
Aida emise un lamento, un misto di rabbia e di dolore.
Terzilli se ne rimase in disparte, a osservare la scena.
Riuscì sentire Aida dire, tra un singulto e l’altro:
“Addio mamma… addio”.

di Davide Stocovaz 

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