David Bowie, a dieci anni dalla scomparsa (2016-26). L’inclassificabile divo

10.01.2026 – 10.30 – Ricorre oggi, 10 gennaio, l’anniversario dei dieci anni (2016-26) dalla scomparsa di David Robert Jones, alias David Bowie, alias Ziggy.
Se il concetto di divo è proprio del novecento e si afferma dapprima col teatro, trovando consacrazione col cinema e il suo apice con le rock star della musica, non vi fu divo più trasgressivo, più div(isiv)o, più fuori dagli schemi di Bowie. Il giovane adolescente londinese non solo re inventò il concetto di divo, ma lo decostruì, lo portò alle sue estreme conseguenze, ne dimostrò l’assurdità e al contempo la sua natura eversiva.
Gli anni giovanili sono dapprima tranquilli, improntati all’esercizio del sassofono e all’amore per il blues; e tuttavia già col primo album del 1967 e con la scelta di studiare ‘mimo’ con L. Kemp vi è un’anticipazione del futuro Bowie. I Feathers, con Space oddity del 1969, lo segnalò come un’interessante variazione dal rock maggiormente tradizionale, ma è con The man who sold the world, del 1971, che compaiono testi molto trasgressivi dove si fanno strada temi come il nichilismo esasperato, la malattia mentale e la devianza sessuale. Ed è in questa fase, nel 1972, che Bowie concepisce la sua più famosa ‘creatura’: non più cantante, si presenta come ‘Ziggy‘, l’alieno precipitato sulla terra, sotto il profilo estetico il paradigma del glam rock.

Il sociologo Sergio Brancato scrive, nel saggio ‘David Bowie, o le virtù del mutamento’, “Ziggy è per il proprio autore l’icona dell’eccesso, della trasgressione, della ricerca del nuovo ai limiti del dis-gusto, del superamento pre-punk dell’ideologia, della critica radicale alla modernità. Proprio per questo, Ziggy ha origine nei territori immaginari della science fiction, il laboratorio alchemico collettivo in cui allocano i moderni mostri. Esso è dunque un freak necessario a illustrare – come sempre fanno i mostri – i termini del mutamento in
atto sotto la pelle della società e la percezione che questa produce di sé”.

Attraverso ‘Ziggy’, Bowie esplora temi importanti come l’esperienza della droga, con l’album ‘Alladin sane‘ (1973). Una creatura così strana, così eccessiva non poteva durare a lungo ed ecco l’intuizione di ‘far morire’ Ziggy direttamente sul palco, annunciandone il ritiro alla fine dello show all’Hammersmith Odeon di Londra nel 1973.
La scomparsa di Ziggy apre la strada alla nuova figura del ‘Duca Bianco‘ con Station by station (1976) e ad un forte interesse verso i filoni della sci fi di fine novecento, in particolare il cyberpunk. Le sonorità negli anni Ottanta e Novanta sono maggiormente tradizionali, ma non impediscono grandi successi, specie con Let’s dance (1982), China girl e Modern love (1983).

Sotto il profilo cinematografico i più conoscono David Bowie per il ruolo nello straniante film di N. Roeg The man who fell to Earth (1976, in italiano ‘L’uomo che cadde sulla Terra’), ma è meno noto come dovesse interpretare, col suo volto di ghiaccio e la corporatura eisle e diafana, l’elfo Elrond nella trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson. Il ruolo passò infine allo shakespeariano attore Hugo Weaving.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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