Africa, la fine dell’era francese: colpi di Stato, risorse contese e il tramonto della ‘Françafrique’

09.01.2026 – 13.35 – Il 2026 si è aperto con il fallito colpo di Stato in Burkina Faso. Stiamo parlando, ricordiamolo, dell’ennesimo tentativo di rovesciare un governo in Africa. Dal 2000 al 2026, infatti, ne abbiamo registrati ben quattordici ed escludendo quello in Sudan del 2021 e quello successivo in Madagascar nel 2025, tutti questi “episodi” sono avvenuti nell’Africa occidentale e nella confinante macroregione del Sahel. In tale cornice estremamente complessa, e di fatto decisamente ignorata dal mainstream, merita ricordare che questa stagione di “violenze politiche”, che alcuni invece amano definire semplicemente “forti turbolenze”, era stata avviata in Mali nel 2020, a cui aveva fatto seguito un contro-golpe l’anno seguente. Successivamente, nel 2021, analoghe “turbolenze” si erano verificate in Ciad, Guinea e Sudan. L’anno seguente, il 2022, in Burkina Faso abbiamo assistito a un golpe e a un contro-golpe. Nel 2023 era stata la volta di Niger e Gabon. Nel 2025, infine, dopo un tentativo fallito in Mali, abbiamo registrato un asserito tentativo di golpe in Guinea-Bissau e quello fallito in Benin nel dicembre u.s.

In tale contesto merita osservare che gran parte di questi Paesi appartengono o sono appartenuti alla cosiddetta francofonia, organizzazione panafricana gestita da Parigi, oggi decisamente in profonda crisi. Tra questi ricordiamo Mali, Benin, Gabon, Ciad, Niger, Guinea, Burkina Faso e lo stesso Madagascar, senza dimenticare le ondate di turbolenze precedenti che avevano coinvolto la Repubblica Centrafricana e le recenti dure prese di posizione di Senegal e Algeria contro Parigi: tutti Paesi, come detto, di lingua francese, tutti sostanzialmente asserviti al cosiddetto Cfa (franco africano). Inoltre, aspetto da non sottostimare, alcune di queste complesse realtà africane risultano estremamente ricche di materie prime e di minerali preziosi. Unicamente a titolo di esempio ricordiamo le immense riserve di uranio nigerino e quelle di oro, diamanti, terre rare e platino centrafricane. Stiamo pertanto parlando di ondate di colpi di Stato e della profonda crisi della francofonia. Queste crisi ripetute, inevitabilmente, alimentano all’interno delle vaste realtà africane interessate forti tensioni sociali, improvvise crisi economiche e finanziarie, forte sofferenza, violenze e diffusa incertezza, nonché, ovviamente, decise fibrillazioni politiche nelle intere macroregioni e nelle organizzazioni panafricane.

Mi chiedo: forse dovremmo tutti soffermarci maggiormente a riflettere.

Queste crisi, infatti, dovrebbero interessarci, se non altro perché, egoisticamente, determinano inevitabilmente immediate ricadute negative in Europa, incidendo sui flussi migratori, aumentando il livello della minaccia terroristica, favorendo la penetrazione della criminalità e l’incremento dei flussi internazionali del narcotraffico, del traffico di armi e di esseri umani.

Cerchiamo insieme di comprendere.

Una storia sconosciuta: la crisi della Francia in Africa – da un iniziale successo alla catastrofe

Come scrivevo alcuni anni or sono nel mio libro Conflitti e parole, tutto ha inizio con il crollo della Libia, sostenuto fortemente anche da Parigi, che aveva determinato nel 2012, tra l’altro, l’insurrezione delle popolazioni tuareg in Mali contro le autorità di Bamako. La ribellione, inizialmente rivolta a un utopico riconoscimento internazionale dell’Azawad come patria dei tuareg, era stata ben presto assorbita dalle galassie jihadiste operanti nell’area, contribuendo a determinare il caos nel vasto, aspro e desertico territorio maliano e, in generale, nell’intero Sahel. Parigi decideva, nelile gennaio 2013, di lanciare un’operazione militare denominata “Serval” in supporto al governo maliano. Questo intervento, limitato e con un ben determinato mandato, si concludeva nel 2014 con un formale successo, avendo le forze francesi e maliane riconquistato i territori in precedenza acquisiti dai gruppi islamisti. Tuttavia, la Francia, forse ingolosita dal successo delle operazioni militari “Serval” in Mali, “Épervier” in Ciad (1986-2013), “Sangaris” nella Repubblica Centrafricana (2013) e, volendo con forza mantenere il presidio militare navale nel trafficato Golfo di Guinea, attuato nel 1990 con l’operazione “Corymbe”, decideva di concepire e realizzare un intervento politico-militare decisamente più ampio nella vasta regione saheliana.

La Francia avviava pertanto l’operazione antiterrorismo “Barkhane”, con un dispiegamento di forze che avrebbe raggiunto le 5.100 unità al suo apice nel 2020, in un territorio delle dimensioni dell’Europa occidentale. Dopo pochi anni, nel 2019, l’intensificarsi degli aspri scontri, il perdurare dell’instabilità politica regionale e gli altissimi costi economici e umani, non più sostenibili, della missione avevano spinto Parigi a chiedere il supporto di partner dell’Unione europea. Merita ricordare, infatti, che l’Eliseo aveva precedentemente ricevuto il supporto militare britannico, operativo dal 2016 e cresciuto negli anni successivi, e in misura minore statunitense. Nasceva così la “Task Force Takuba”, che ha visto la partecipazione di unità di Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia. Takuba, in particolare, aveva sostanzialmente il compito di addestrare e rafforzare gli eserciti locali impegnati nel contrasto alle insurrezioni delle milizie islamiste. Tuttavia, la crisi nel Sahel continuava a peggiorare: le milizie jihadiste e i sodalizi criminali sembravano rafforzarsi e l’instabilità politica regionale si deteriorava sensibilmente con i colpi di Stato in Mali (2020-2021) e in Burkina Faso (2022). Tutto ciò determinava inevitabilmente l’inasprimento delle relazioni politico-diplomatiche tra la Francia e i Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger).

La crisi sembrava irreversibile.

La Francia veniva accusata aspramente di “neocolonialismo” e la stampa francese non risparmiava dure critiche all’Esecutivo. Il 9 novembre 2022 il presidente Emmanuel Macron, visibilmente emozionato, decretava formalmente la fine dell’operazione “Barkhane”, motivando tale decisione con “insorti ostacoli politici, operativi e giuridici”. Tuttavia, nel medesimo contesto, lo stesso Macron, pur annunciando il ridimensionamento della presenza militare francese nel Sahel e, indirettamente, il fallimento della missione, affermava che nell’area sarebbe comunque rimasto un contingente di 3.000 unità (Burkina Faso, Ciad, Niger, Senegal e Costa d’Avorio).

La successiva crisi in Niger avrebbe determinato de facto la fine della presenza francese nel Sahel.

In tale cornice Avvenire, il 23 settembre 2023, tra i pochi organi di stampa internazionali a occuparsi della tematica, pubblicava un articolo dal titolo: “Il fallimento dell’operazione Barkhane. Così Parigi ha perso l’Africa”. Il contenuto dell’articolo amo condividerlo durante i miei incontri sull’Africa in Italia, sia perché assolutamente vero, sia perché riguarda una tematica ignorata e a me particolarmente cara. Desidero proporvi, inoltre, un breve stralcio dell’editoriale di Avvenire, perché sapientemente disegnava i contorni di una crisi infinita, di un vero crollo di un impero: «In Francia la stampa parla della fine di un’epoca. È una disfatta politico-strategica. La Francia è costretta a capitolare anche in Niger, cacciata non dalle orde nemiche ma dai nuovi padroni di Niamey, stufi di Armée e di ramanzine. L’operazione Barkhane è un fiasco delle élite politico-militari francesi, simile alla disfatta afghana degli americani, entrambe frutto di una ignoranza colpevole del lato sociale, economico e umanitario delle crisi. Si fa presto a dire che il rigetto della Francia sia opera della propaganda russa. Bangui, Ouagadougou, Bamako e Niamey certificano invece la fine della FrançafriqueParigi non conta più: non è il gendarme d’Africa né il principale partner commerciale continentale. Anche le basi militari che sopravvivranno cambieranno veste. Solo Gibuti rimarrà invariata, ultima vestigia dell’Armée d’Afrique».

In merito desidero proporvi l’interpretazione sul declino francese dello storico senegalese Mbaye Bashir, particolarmente utile per comprendere la situazione. Bashir affermava nel 2023: «Nessuna delle dieci maggiori economie africane è francofona, mentre lo sono sei fra quelle più povere. Undici dei quattordici Paesi che usano il franco Cfa, simbolo del neocolonialismo di Parigi, sono tra i meno sviluppati. Lo sfruttamento neocoloniale delle risorse, come le miniere di uranio in Niger, non ha portato benefici alla popolazione. Non è solo un modello made in France: la logica estrattiva ha ispirato anche i cinesi. E spiega il calo di popolarità della democrazia nei Paesi francofoni». Successivamente, la situazione si era ulteriormente aggravata. Alla fine del 2024, Costa d’Avorio, Senegal e Ciad richiedevano a Parigi di ritirare immediatamente tutte le forze militari francesi. Dopo Burkina Faso, Mali e Niger, la Francia perdeva così altri tre avamposti strategici, tra le più evidenti testimonianze del passato coloniale in Africa occidentale e centrale.

Perché tutto ciò appare così importante?

Questo deciso ridimensionamento del ruolo internazionale e di influenza della Francia pone fine, sostanzialmente, a quel profondo complesso di relazioni preferenziali, accordi di assistenza economica, politica e militare che è stato per molti decenni la vera spina dorsale della politica di potenza francese dal dopoguerra a oggi, noto con l’appellativo di Françafrique. Merita osservare che, mentre in Europa ci stracciamo le vesti sul possibile ritorno delle cosiddette aree di influenza, la cosiddetta politique de grandeur, inaugurata negli anni Cinquanta dal presidente Charles de Gaulle per garantire alla Francia uno spazio di influenza esclusivo, in Africa sta definitivamente concludendo il suo ciclo proprio in queste ore e non certo per volere di Parigi. Molti analisti, anche francesi, ritengono infatti che, a distanza di settant’anni, la Francia abbia perso gran parte del suo tradizionale ascendente proprio presso quegli Stati africani che un tempo considerava tasselli fondamentali della sua “politica di grandezza”. Ovviamente, la gran parte degli Stati francofoni africani sta attualmente cercando un possibile riposizionamento internazionale, allargando lo sguardo verso il cosiddetto Sud globale, ovvero verso Paesi come Cina, Turchia, Russia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Oltre alla diversificazione dei canali di finanziamento e di approvvigionamento militare, ci ricordano illustri analisti francesi, la cooperazione con questi Paesi sta offrendo loro un vantaggio non sottovalutabile: l’estraneità al passato coloniale.

Conclusione – Come scrivo da molti anni, avendo vissuto direttamente l’evoluzione politico-economica e sociale africana nelle sue diverse declinazioni, stiamo assistendo a una “corsa silenziosa” volta allo spavaldo accaparramento delle immense risorse africane, ma questa volta gli attori non sono più, come un tempo, i singoli Paesi europei, bensì la Cina, gli Stati Uniti, la Russia, l’Europa, il Qatar, gli Emirati, l’Arabia Saudita, l’India, l’Iran, la Turchia e, in misura minore, anche Israele e il Giappone. Il “contendere” riguarda non solo le materie prime e le fonti energetiche, ma anche l’acqua, le terre rare e l’agricoltura. Tuttavia, secondo diversi analisti internazionali, è stata la penetrazione cinese, sempre più pervasiva, ad aver spinto l’Occidente a ripensare all’Africa, dopo che per molti decenni il continente africano era stato sostanzialmente dimenticato, non solo dagli americani, ma anche dai russi e da molti Paesi europei. L’Europa, che rimane comunque il principale partner per l’aiuto e lo sviluppo in Africa, dovrebbe ora pensare a una nuova visione geostrategica, superando al proprio interno vecchi attriti e rancori e ponendo finalmente fine a ricordi imperiali ormai sbiaditi dal tempo.

Tornare in Africa, restarci, per creare uno sviluppo condiviso.

Desidero chiudere questo articolo con le parole espresse dalla famosa Susan Kiguli, poetessa e docente universitaria ugandese, nella sua poesia Amo la mia casa, dove il termine “casa” è esteso alla terra d’Africa e a chi la abita.

Per coloro che trovano le risate
così di compagnia,
ridono come se andassero in pezzi
o si sciogliessero,
con le lacrime che scorrono sulle guance
e, al giorno d’oggi, tutto ciò
su un cellulare.

Per le risate che si librano,
rimbombando in ogni angolo.
Per le risate disseminate
sui cespugli in fiore.
Per le risate che sfuggono da ogni anfratto
e si innalzano per salutare il sole.
Per le risate da cellulare a cellulare.

Per coloro che hanno preso lezioni di danza
già nell’utero,
che toccano il pavimento
facendosi da esso venerare,
che si girano e creano la magia,
e inviano miliardi di angeli
a implorarli di non smettere mai.

Per coloro che fischiettano una canzone
e ti incastrano a canticchiarla,
tuo malgrado.

Per coloro che vivono il lutto,
invocando mille nomi,
ripercorrendo la storia di ogni vita,
ogni volto dell’amore.

Per coloro che sentono il dolore
dall’interno verso l’esterno,
che raschiano la terra
come se potesse rispondere.

Per coloro che ogni giorno alzano gli occhi al cielo,
supplicano Dio,
continuando ad amare,
a sperare,
a vivere.

Per coloro che non lasciano mai andare
se stessi
né le persone che colorano la loro vita.

Per coloro che rendono la tristezza
parte della felicità,
un elemento di pace,
per vedere il prima, l’adesso e il per sempre.

Per la mia gente che mi fa
desiderare di capire
ciò che io non capisco.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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