28.01.2026 – 11.00 – Quando si parla di orologi minacciosi, come quello del Bianconiglio di Alice o quelli sciolti di Salvador Dalì, e di tempi che non segnano più semplicemente un quadrante a dodici fette, nessun simbolo cattura l’immaginario collettivo come l’Orologio dell’Apocalisse. Non è un orologio reale con ingranaggi e lancette meccaniche, ma una metafora potentissima, concepita per rappresentare quanto l’umanità sia vicina alla propria distruzione. Creato nel 1947 da scienziati legati al progetto Manhattan, subito dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, il “Doomsday Clock” (tradotto, “orologio del giorno dannato”), incarnava allora la paura più profonda della nuova era atomica: la possibilità che il potere distruttivo delle armi nucleari potesse annientare intere civiltà.
L’idea nacque nel pieno della corsa agli armamenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, quando una commissione di scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists commissionò all’artista Martyl Langsdorf il disegno di una copertina per la rivista dell’organizzazione. Al centro di quel disegno, un orologio fissato a sette minuti alla mezzanotte: un modo visivo per dire che l’umanità stava correndo verso un punto di non ritorno.
Da allora l’Orologio è stato aggiornato più di venti volte, spostando le lancette avanti o indietro in base alla percezione dei rischi esistenziali. A differenza di un cronometro che misura il tempo reale, questo orologio è più che altro un termometro dei pericoli globali: quanto più vicino alla mezzanotte, tanto più grave e scottante è la minaccia di una catastrofe planetaria.
Negli anni della Guerra Fredda, la proibitiva minaccia di un conflitto nucleare fece oscillare l’orologio sempre più vicino alla mezzanotte. A volte, però, il mondo respirò: nel 1963, con la firma del Trattato di proibizione dei test nucleari, l’orologio si allontanò di qualche minuto, e ancor di più nel 1991, dopo la fine della Guerra Fredda, quando toccò il valore più distante nella sua storia: 17 minuti alla mezzanotte, simbolo di una tregua nelle tensioni globali.
Col passare dei decenni, però, i rischi valutati dal Bulletin si sono moltiplicati. Oggi il Doomsday Clock non riguarda più solo le armi atomiche, ma include in sé il cambiamento climatico, le biotecnologie, la diffusione incontrollata dell’intelligenza artificiale, l’erosione delle istituzioni democratiche e la disinformazione globale. La pace nucleare degli anni Novanta ha ceduto il passo a nuovi teatri di tensione internazionale, guerre prolungate e fragilità nei trattati di controllo degli armamenti.
Nel 2026, il simbolico orologio è stato spostato a 85 secondi dalla mezzanotte. Il punto più vicino a quello scatto finale di autodistruzione che l’organizzazione abbia mai segnalato in quasi ottant’anni di storia. Questa decisione riflette ciò che gli esperti definiscono “una convergenza di pericoli esistenziali”: tensioni nucleari in Europa e in Asia, l’erosione di trattati chiave tra Stati Uniti e Russia, la crisi climatica che accelera, e l’impiego incontrollato di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale che può aggravare conflitti o creare nuove vulnerabilità a un’umanità che fatica a stare al passo con sé stessa.
Questa distanza di 85 secondi dalla mezzanotte è un messaggio potente e urgente: il mondo non ha ancora affrontato con sufficiente determinazione i rischi che potrebbero portare a una catastrofe globale. Critici sostengono che il Doomsday Clock sia più emotivo che scientifico, e che la sua precisione “a secondi” possa apparire arbitraria, ma proprio per la sua natura simbolica è diventato uno dei segnali più riconoscibili del nostro tempo: un indicatore che non dice quando arriverà la fine, ma quanto siamo vicini ad essa se non cambiamo rotta.
L’Orologio dell’Apocalisse resta così una storia, una favola simbolica nella Storia: un promemoria visivo e inquietante della fragilità di un mondo in cui gli strumenti dell’ingegno umano possono portare tanto alla creazione quanto alla distruzione. La sua mezzanotte non è una profezia inevitabile. E’ una soglia che, finché resta simbolo, può ancora essere allontanata. A patto che si compiano scelte coraggiose e collettive per trasformare i segnali d’allarme in azioni concrete.
[e.c.]


